Quanto sono antichi i miti sul pane “naturale”?
Le discussioni tanto attuali sul produrre biologico ed il mangiare naturale non potevano che coinvolgere il pane, l’alimento per eccellenza della nostra civiltà. Ci si può chiedere se sia stata la nostra società ad aver creato questi “totem”. Molti pensano che siano un prodotto degli avvenimenti del 1968, niente di più falso invece. Non solo, ma è anche sbagliato considerarlo un tema che fa parte del bagaglio politico della sinistra, perché abbiamo dei perfetti esempi di trasversalità, basta osservare quali atteggiamenti hanno tenuto i ministri dell’agricoltura italiani dei vari governi succedutisi e il comportamento tenuto da molti altri governi europei, non ultimo quello francese.
Una buona occasione per tacere. Persa
In pochi ricordano che Renato Dulbecco, Nobel per la medicina nel 1975 e scomparso ieri all’età di 98 anni, era stato il primo firmatario dell’appello degli scienziati per la libertà di ricerca in Italia, nel febbraio del 2001. In quell’occasione gli scienziati italiani, guidati proprio da Dulbecco e da Rita Levi Montalcini, arrivarono a scendere addirittura in piazza per difendere la libertà e l’indipendenza della ricerca scientifica, caso più unico che raro in un paese occidentale.
Petrini, ma che stai a di’?
Secondo il vate fondatore di Slow Food, Carlo Petrini, con l’art. 66 del decreto liberalizzazioni (quello che consente la vendita da parte dello Stato dei terreni agricoli demaniali),
si rischia di accentuare la concentrazione della terra agricola italiana nelle mani di pochi
La superficie media dell’impresa agricola italiana è di ettari 7,9 (sette virgola nove), a fronte dei 53 di quella francese, 56 di quella tedesca, 65 di quella danese, 79 di quella del Regno Unito e 152 di quella Ceca.
E fermiamoci qui.
Basta poco
Sia Stefano Feltri sul Fatto Quotidiano che Massimo Famularo su Linkiesta hanno nei giorni scorsi parlato di decrescita, prendendo spunto dall’ultimo libro di Serge Latouche, “per un’abbondanza frugale” (Bollati Boringhieri) e di un recente articolo di Maurizio Pallante, ancora sul Fatto Quotidiano. Entrambi si sono soffermati sull’aspetto “etico” della questione: chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato consumare? In base a quali criteri? Un sistema che concede a una casta di mandarini il privilegio di imporre consumi e stili di vita a tutti sulla base dei propri discutibili, perfettibili, arbitrari ma al tempo stesso insindacabili gusti, non è forse l’anticamera del totalitarismo? Ovviamente lo è, ed è questa forse la ragione principale per cui l’ideologia della decrescita, felice o meno, è solo una delle tante minchiate, dal sapore più che vagamente pericoloso, che vengono propagandate in un’epoca in cui si perde facilmente la misura delle coordinate dello Stato di diritto.
Non importa il colore del gatto
Il prossimo 28 e 29 febbraio, presso la sala capitolare del Senato, si terrà un convegno organizzato dalla Fondazione NoiseFromAmerika dal titolo: ”Non importa se il gatto è bianco o nero. Politiche per la crescita”. All’organizzazione del convegno hanno collaborato il Centro Studi Economia Reale, l’Associazione LibertàEguale e l’Istituto Bruno Leoni. Kuva comunicazione curera’ lo streaming. Tra i partecipanti, Michele Boldrin, Sandro Brusco, Irene Tinagli, Sandro Trento, Gianpaolo Galli, Enrico Morando, Pietro Reichlin, Mario Baldassarri, Pippo Civati, Antonio Schizzerotto, Franco Peracchi, Nicola Salerno, Carlo Stagnaro, Nicola Rossi, Alberto Nahmijas, Filippo Taddei, Alberto Berrini, Paola Pica, Pietro Ichino, Raffaele Morese, Daniele Terlizzese, Andrea Ichino, Maria Chiara Carozza.
Qui il programma dell’evento. Chi desidera partecipare al convegno dovrebbe segnalarlo inviando una e-mail a politichecrescita@gmail.com. Quella che segue è la lettera/invito degli organizzatori, che riflette un approccio che condividiamo pienamente.
Cose che non servono a niente – 6
Ma che mandano regolarmente in brodo di giuggiole tutti gli autoproclamati rappresentanti di categoria:
(AGI) Roma – Il ministero dello Sviluppo economico ha convocato per giovedi’ 16 febbraio una seduta straordinaria del Tavolo di confronto sulla trasparenza delle dinamiche dei prezzi. “La riunione”, spiega una nota, “servira’ a esaminare in modo approfondito le cause dei recenti rincari nel settore ortofrutticolo e degli altri prodotti e servizi interessati da aumenti significativi – anche in seguito al perdurare dell’ondata di maltempo sul nostro Paese – e a valutare gli opportuni interventi per contrastare eventuali speculazioni”
Avviso ai lettori
Nei prossimi giorni, per ragioni personali tutt’altro che piacevoli, non mi sarà possibile aggiornare questo blog con la regolarità di sempre. Mi scuso e vi ringrazio per la pazienza e la comprensione.
Berizzi da Repubblica: un uomo un perché
Dopo l’olio il pane. Un paio di settimane fa, la cosa ci era sfuggita, il prode Paolo Berizzi da Repubblica si è scagliato nuovamente, lancia in resta, contro le frodi alimentari, e questa volta il mulino a vento che ha scelto come bersaglio è il pane precotto, quello che viene ripassato in forno e venduto nei supermercati. Qual’è il problema? Nessuno, ovviamente, se non che spesso quel pane non viene fatto e surgelato in Italia, ma in Romania, motivo questo sufficiente per ribattezzare quel pane nientemeno che “filone di Dracula“. Brrrrr.
Una domanda
Leggete questa notizia, e fatevi qualche domanda. Tralasciamo il discorso generale, che pure salta alla mente, sulla legittimità di scansionare fotograficamente ogni metro quadro di superficie agricola europea, con tutto ciò che questo implica in termini di violazione della riservatezza, della proprietà privata e quant’altro, con l’aggravante poi che questi dati non verranno distrutti ma conservati per i riscontri successivi.
No, la domanda da farsi è un’altra, ed è se tutto ciò abbia un senso. Se abbia senso spendere una cifra che sfiora la metà del budget dell’Unione Europea per sussidiare l’agricoltura in base alle superfici possedute e coltivate, e poi spendere altro (tanto) denaro per spedire satelliti nello spazio e droni tra le nuvole (oltre ai controllori sguinzagliati per ogni dove) per vigilare sulla correttezza delle dichiarazioni di milioni di agricoltori europei.
Quanto costa tutto questo, e soprattutto, c’è qualche beneficio misurabile?
Quale beneficio può derivare da un sistema di sussidi ed incentivi progettato per ibernare l’agricoltura europea in uno stato di cronica inefficienza e scarsa competitività sul mercato globale, e che in poco meno di due decenni ha trasformato una generazione di agricoltori in pigri e lamentosi rentiers, scaricando il costo sulla collettività? Ha una virgola di senso tutto ciò?
L’idea di arrivare a Verona per la Fieragricola, lo scorso finesettimana, faceva venire in mente una spedizione per la ricerca del passaggio a Nordovest più che un comodo viaggio in automobile. Pazienza, sarà per la prossima edizione. Intanto a questo link potete rivedere il dibattito sul tema “Piante geneticamente modificate: la ricerca, la sostenibilità, le opinioni” al quale hanno partecipato, nella giornata di domenica, Leonardo Vingiani di Assobiotec, Mario Pezzotti dell’Università di Verona, il nostro amico Silvano Dalla Libera di Futuragra, oltre all’economista agrario Mario Frisio, e al giornalista scientifico Elio Cadelo.
Con i piedi nella neve, aspettando il cambiamento climatico
Libertiamo – 07/02/2012
Facciamo finta che avete ragione voi. Facciamo finta che effettivamente l’ondata di freddo che ha colpito l’Italia non sia il frutto di un fenomeno meteorologico non frequente ma ben conosciuto, il cosiddetto Ponte di Voejkoff, che quest’anno ha portato la neve fin sulle coste del Nord Africa, ma dei cambiamenti climatici.
Facciamo finta che le temperature che stiamo sopportando derivino, non si sa come, dalla tropicalizzazione del clima e non dal fatto che è febbraio, e a febbraio fa freddo. Facciamo finta che sia vero (e infatti è vero) che il clima è una cosa e la meteorologia è un’altra, e che quindi un episodio non fa statistica in un trend di lungo periodo. Facciamo finta che abbia ragione anche Alemanno, e tutti i suoi colleghi che in questi giorni stanno dando una tanto desolante dimostrazione di come si gestisce la cosa pubblica (o i beni comuni, come piace loro dire), a dare la colpa al clima, al tempo che cambia e quindi che ne sappiamo noi che tempo fa, ai pesci del Mar Rosso nella laguna veneta, ai pini di Roma che la vita non li spezza ma la neve sì, perché non sono abituati come gli abeti del Nord, i quali invece dovranno presto far posto a filari di banani.
All’ombra delle serre
Ci capita talmente di rado di trovarci d’accordo con Slow Food che la notizia merita di essere segnalata. Fatto salvo un approccio differente alla questione degli incentivi per le energie rinnovabili (preferiremmo che venissero ripensati nel loro complesso, piuttosto che intervenire con ulteriori interventi distorsivi a correggere quella che è già una pesante distorsione del mercato energetico e fondiario), l’appello per lo stop agli incentivi per le installazioni fotovoltaiche sulle serre ci pare completamente condivisibile:
Una copertura fotovoltaica pari al 50% delle superfici delle serre corrisponde infatti ad una ombreggiatura pressoché totale dei terreni sottostanti, considerata l’inclinazione dei raggi solari, ed è pertanto chiaro che, laddove venissero approvati ed incentivati progetti simili, essi risulterebbero sostanzialmente incompatibili con qualsivoglia coltura agraria.
Ma noi non ci saremo – 3
Abbiamo già parlato del mais resistente agli stress idrici brevettato da Monsanto e la cui commercializzazione è stata recentemente approvata dal dipartimento all’agricoltura degli Stati Uniti. Una tecnologia simile è stata sviluppata anche in Kenya da WEMA (Water Efficient Maize for Africa), una partnership pubblico-privata, ed è attualmente in fase di sperimentazione. Dalle prime evidenze si parla di rese più alte del 25-35%, e soprattutto di una sostanziale riduzione del rischio della perdita del raccolto a causa delle siccità, il primo dei problemi dei piccoli agricoltori dell’Africa Subsahariana, quello che il più delle volte li scoraggia dall’adottare pratiche moderne e sostenibili (ma spesso costose) di gestione agronomica. Il debutto è previsto per il 2016.
E proprio per rendere questa tecnologia abbordabile per i piccoli agricoltori (ripetete lentamente e ad alta voce) sul mais sviluppato da WEMA non verrà richiesto il pagamento di nessuna royalty.
Capito bene, allocchi?
Se ne sarebbe accorto
Mario Catania, ministro delle politiche agricole, a proposito delle indagini dei carabinieri sulle presunte truffe sul latte:
Non può essere vero, coinvolgerebbe migliaia di aziende, centinaia di caseifici, un milione di tonnellate di latte importati in nero. Ce ne saremmo accorti. Certo, di errori amministrativi ce ne saranno a decine, diverso invece è l’atteggiamento fraudolento. Prima di sostenere simili accuse gli investigatori devono provarle con riscontri sul campo, altrimenti si svergogna l’intero sistema delle DOP.
Appunto, sig. ministro.
- Ps.: Non per essere pedanti, ma sostenere che in un sistema complesso che gestisce ogni anno decine di milioni di euro l’eventualità di decine di errori amministrativi sia la cosa più normale del mondo, potrebbe essere la migliore iscrizione tombale per un’Italia che sprofonda in 10 cm di neve quando non va a sbattere contro gli scogli.
Il marcio nel regno di Danimarca
Continua la desolante odissea che porterà, con ogni probabilità, gli stati membri dell’Unione Europea a decidere autonomamente se consentire o meno la coltivazione di varietà geneticamente modificate sul loro territorio. Oggi registriamo l’arrivo di un dossier preparatorio della presidenza di turno danese del Consiglio dell’Unione Europea. Il dossier ancora non l’abbiamo letto, ma dalle notizie di stampa appare il solito mortificante quadro fatto di neologismi e ossimori, creati ad hoc per aggirare il quadro normativo esistente (oltre che la logica e il buon senso, ma a questo siamo abituati):
Quali motivi possono essere invocati da un Paese per ‘proteggersi’ dagli OGM? Il testo su cui ragiona il Consiglio presenta un elenco più esaustivo di quello della Commissione europea, allineandosi piuttosto con l’Europarlamento. Questi i casi:










