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La fiera del catastrofismo zootecnico – seconda parte

3 dicembre 2010

La gran parte delle affermazioni fatte sul magazine del World Watch Institute, noto per la pubblicazione annuale sullo stato della Terra, sono errate o discutibili quindi “prima che sia troppo tardi” farò le mie critiche sull’articolo che, come altre recenti pubblicazioni, avrà sicuramente un peso sulle prossime decisioni politiche di mitigazione.

Robert Goodland e Jeff Anhang iniziano a conteggiare le emissioni dovute alla filiera zootecnica da un dato di un famoso rapporto FAO del 2006, che pure non è stato sottoposto a nessuna revisione paritaria. In questo rapporto la FAO conteggia le emissioni di metano zoogenico come se fossero perturbazioni aggiuntive in atmosfera simili alle emissioni antropogeniche, il valore è circa il 18% delle emissioni antropogeniche totali.

Il numero dei quadrupedi d’interesse zootecnico presenti sulla terra secondo la FAO è aumentato da 3,1 a 4,9 miliardi dal 1961 al 2000, quindi del 60%, mentre quello dei volatili d’allevamento si è pressoché quadruplicato, passando da 4,2 a 15,7 miliardi. Nello specifico: i bovini sono aumentati da 941 a 1331 milioni con una crescita del 41%, sono raddoppiati anche altri ruminanti come bufalini e ovicaprini, mentre i suini sono passati da 406 a 905 milioni con un incremento del 123%. La produzione in più rapida espansione è quella della carne di maiale e di pollo. Si tratta di una produzione intensiva altamente industrializzata, che ha avuto una crescita annua compresa tra il 2.6% e il 3.7% nell’ultimo decennio. Mentre la produzione di carne bovina è aumentata dell’1% su base annua.

Dal 1993 al 2007 la produzione mondiale di carne, secondo le statistiche della Fao, è aumentata da 194 milioni di tonnellate a 269 milioni, cioè del 39%.

La produzione di carne bovina, ovicaprina e latte, che sono quelle più importanti nelle emissioni di metano zoogenico, un potente gas serra, sono aumentate dal 1994 al 2006: la produzione di carne bovina è passata da 54 milioni di tonnellate a 61 con una crescita del 13%, la produzione di carne ovicaprina da 10 a 14 milioni di tonnellate con una crescita del 40% e quelle di latte da 540 a 644 con una crescita del 20%.

Nello stesso periodo però la concentrazione di metano atmosferico è cresciuta poco o nulla, il che inficia la teoria di un ruolo importante della zootecnia nel riscaldamento globale.

La zootecnia manifesta rilevanti vantaggi per la collettività: ad esempio è possibile sfruttare, per la produzione di cibo, areali steppici o praterie di alta montagna altrimenti inutilizzabili e sfruttare le enormi quantità di sottoprodotti dell’industria alimentare non usufruibili dall’uomo fra cui

  • Foraggi: come pule, cruscami, polpe esauste di bietole e buccette di patate, pomodoro, cacao, frutta, ecc;
  • Proteici: ovvero i residui dell’estrazione dell’olio alimentare o di biocarburante, soia, girasole, arachidi, colza, palmizi ecc, e i distillers, cioè i residui della fermentazione alcolica, per la produzione di birra, superalcolici o biocarburanti;
  • Amilacei: sottoprodotti e di scarti dei prodotti da forno;
  • Melassi e sieri: residui della lavorazione dello zucchero e del latte;
  • Oli: che possono essere esausti, provenienti dalla frittura alimentare

I sottoprodotti vanno stornati nel calcolo delle emissioni della filiera zootecnica, altrimenti si rischia di conteggiarli due volte nella stima delle emissioni, una volta nella produzione diretta, ad esempio, di grano, e un’altra nella stima delle emissioni zoogeniche, con la crusca, mentre si tratta sempre lo stesso carbonio.

Inoltre, per un confronto corretto, bisogna stimare tutti i prodotti zootecnici, non solo la carne, come spesso fanno i media. Con i mangimi e i foraggi si producono, oltre alla carne, anche frattaglie, cotiche, cibi per cani e gatti, lana, pellami, piumini e concimi rinnovabili come letami, liquami e polline. Nell’articolo del world watch magazine non fanno nulla di tutto ciò.

Gli animali zootecnici sono direttamente produttori di tre importanti gas serra: anidride carbonica (CO2), metano (CH4) e protossido d’azoto (N2O). A queste emissioni zoogeniche vanno aggiunte le emissioni di tutte le fasi delle filiera zootecnica dovute alle produzioni agricole, alla conservazione e al trasporto dei prodotti di origine animale.

Questi tre gas hanno una persistenza media in atmosfera diversa, oltre 100 anni per il N2O e il CO2, da 4 a 12 anni per il CH4, assai più lunga dunque di quella del principe dei gas serra, il vapore acqueo, che persiste mediamente in atmosfera solo per alcuni giorni, essendo soggetto ad incessanti processi di condensazione e rievaporazione.

CO2 e CH4 sono gas chiave del ciclo del carbonio ed in particolare la loro genesi ha luogo a seguito delle degradazione della sostanza organica, l’emissione di CO2 è spesso il risultato delle combustioni in ambiente aerobico o delle ossidazioni della sostanza organica da parte degli esseri viventi aerobici, vegetali e uomo inclusi, mentre la produzione di CH4 avviene in seguito all’attacco della sostanza organica da parte di batteri specializzati, i metanobatteri oppure a seguito di combustione in semi-anaerobiosi.

L’N2O si genera invece durante il ciclo dell’azoto ed ha origine durante le attività di nitrificazione e denitrificazione.

La produzione dei tre gas in questione è fortemente influenzata dalla temperatura, come ben sanno ad esempio coloro che gestiscono i digestori anaerobici per la produzione di biogas.

L’IPCC è un organo internazionale che seleziona pubblicazioni scientifiche sul clima, in base a queste stende dei rapporti, l’ultimo è quello del 2007 in cui si ritiene che le emissioni antropiche, compresi i gas emessi dalla filiera, appena descritti, abbiano un ruolo dominante nei cambiamenti climatici. Tornando all’articolo del Corriere della Sera, cito questa frase:

La conclusione dei due ricercatori è drastica quanto inevitabile: per invertire il devastante trend che sta inesorabilmente modificando il clima del pianeta Terra basterebbe sostituire i prodotti animali con quelli a base di soia o di altre colture vegetali. “Questo approccio avrebbe effetti molto più rapidi sulle emissioni di GHG e sull’effetto serra di qualsiasi altra iniziativa per rimpiazzare i combustibili fossili con energia rinnovabile”, affermano i due esperti. Non si tratta, insomma, dell’ennesima moda alimentare o imperativo etico-religioso ma di una condicio sine qua non per assicurarsi che il nostro meraviglioso pianeta esista ancora per i figli dei nostri figli. Prima che sia troppo tardi.

Ritengo che queste affermazioni non siano corrette. Per spiegarne i motivi analizzerò le emissioni degli animali zootecnici per ogni tipo di gas emesso.

Continua…

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