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Le vacche di Stato campano cent’anni

31 marzo 2011

Davvero si può continuare a credere (in buona fede, salvo totale ignoranza) che sia nell’intervento pubblico la soluzione dei problemi della filiera del latte italiano? Date un’occhiata all’inchiesta pubblicata oggi dal Fatto Quotidiano che racconta di indagini effettuate dai Carabinieri:

“un quadro di sorprendente e diffusa mancanza di rispetto e non ottemperanza alle normative di settore che attraverso condotte omissive e dolose” ha portato “all’alterazione di un intero settore dell’economia nazionale, con ripercussioni anche a livello Comunitario”. In pratica ogni anno nel nostro Paese finiscono sul mercato 12 milioni di quintali di latte di provenienza sconosciuta ma spacciato come prodotto da mucche tricolore. Chi sarebbe riuscito nell’intento, truffando per anni in un colpo solo Stato, Ue, produttori e consumatori? Secondo le indagini i responsabili sono, principalmente, un ente governativo (Agea) e un’agenzia ministeriale (Izs di Teramo). Uomini dello Stato.

E ancora:

Agea e Izs di Teramo, istituto che gestisce l’anagrafe bovina e deve verificare la correttezza dei dati sui capi forniti dagli allevatori per il conferimento dei premi Pac (fondi europei), “si organizzano” nel “tentativo, riuscito, di addivenire a un numero di capi tale da poter giustificare il livello produttivo nazionale” dichiarato. Come? Alzando l’età massima dei bovini, portandola da 120 a 999 mesi. Fino cioè a 83 anni. Lo spostamento “consente di aumentare il numero di capi di circa 300 mila unità, pari a oltre il 20% dell’intera popolazione bovina a indirizzo lattifero”. I Carabinieri intercettano uno scambio di mail tra i due enti piuttosto eloquente. L’Agea scrive a Izs: “Vorremo togliere il limite superiore di età che attualmente è impostato a 120. Come preferisci procedere? Per farla molto semplice impostiamo il dato a 999?”. La risposta arriva pochi giorni dopo: “Non ci sono problemi”. (…)

Per il 2008/2009, scrivono i Carabinieri, “ad Agea risultano 2.905.228 capi presenti, mentre il complessivo è pari a 1.668.156”. E concludono: “Una differenza talmente significativa che si tradurrebbe in una minore produttività di latte pari a 12 milioni di quintali”.

Un surplus fra l’altro dannoso da dichiarare perché comporta lo sforamento alla produzione concessa dalla Ue all’Italia e costringe il Governo a vedersi trattenere gli incentivi agricoli e a dover anticipare le sanzioni che poi vengono recuperate con le multe per le quote latte agli allevatori. Multe che ammontano complessivamente a 4 miliardi di euro. I Carabinieri nell’informativa ipotizzano “che alcuni soggetti – persone fisiche o giuridiche (produttore, associazione sindacale ovvero funzionari Agea) – abbiano potuto percepire indebitamente finanziamenti comunitari”. E citano una relazione del 2003: “Sono state verificate ed appurate condotte irregolari da parte di determinati soggetti della filiera – ben individuati e individuabili – tese a conseguire illegittimi vantaggi economici sia diretti, in termini di elusione delle sanzioni connesse all’esubero rispetto alle quote assegnate, sia indiretti, in termini di evasione fiscale connessa alla mancata fatturazione”.

Un quadro desolante che descrive un sistema, quello delle quote di produzione e degli enti governativi di controllo ed erogazione di sussidi, già criminogeno in sé, che in una realtà come quella italiana diventa automaticamente la porcata maxima appena descritta (ma ovviamente ci sarà qualcuno che verrà a dirci che dovremmo parlar bene del nostro paese e dei suoi ministri).

E si brancola nel buio anche quando si prova a capire qualcosa a proposito della riscossione delle famose multe per il latte prodotto in eccesso, e non potrebbe essere altrimenti, dato che è proprio Agea ad occuparsi della questione. A gennaio Ermanno Comegna su l’Informatore Agrario provava così a far chiarezza sul contenuto di una circolare che l’ente di controllo aveva chiamato, con invidiabile senso dell’umorismo, “operazione trasparenza“:

Solo 189 debitori su un totale di 2444 con multe esigibili ha portato a termine la procedura per la rateizzazione, sottoscrivendo il contratto proposto dal commissario straordinario, nel quale sono stabiliti il numero e l’importo delle rate ed è determinata la quota interessi.

Su un totale di 781 milioni di euro di debito, la parte in via di pagamento con i bollettini MAV, con scadenza 31 dicembre 2010, è di appena 42,9 milioni di euro, con un importo complessivo della prima rata di 2,7 milioni.

C’è poi un discreto gruppo di debitori, con 87,4 milioni di euro di debito, che non ha presentato la domanda di rateizzazione o la cui richiesta è stata respinta. Anche per questa categoria la partita deve essere considerata chiusa e non rimane che far partire le diverse procedure di riscossione forzosa e la revoca della quota supplementare attribuita nella primavera del 2009.

Tutto il resto sono situazioni in sospeso, ancora in via di definizione. Ci sono i debitori la cui istruttoria per l’accesso alla rateizzazione è tutt’ora in corso (617 unità per 256,7 milioni di euro di prelievo a debito). Altri 376 allevatori hanno prima chiesto di rateizzare, salvo poi non accettare la proposta del commissario di accoglimento della loro istanza, con la relativa chiamata a iniziare il pagamento delle rate.

Ci sono 379 produttori per i quali, al primo dicembre 2010, si era ancora in attesa della formale accettazione del piano di rateizzazione proposto dal commissario. Costoro saranno inseriti in una delle categorie precedenti, una volta che scadrà il termine perentorio previste.

C’è infine una non meglio precisata categoria di debitori con istruttoria archiviata.

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