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Una buona giustizia per battere il cattivo capitalismo di relazione

3 gennaio 2012

Libertiamo – 03/01/2011

Il capitalismo di relazione è considerato, a ragione, una delle tare più ingombranti per l’economia italiana. Un sistema industriale ingessato nella sua incontenibilità, che preferisce, come nei casi Alitalia-Air France e Parmalat-Lactalis, il declino assistito alle sfide della competizione; manager buoni per ogni stagione che non hanno mai dovuto rendere conto delle loro pérformances; un sistema di relazioni inossidabili fondate sul collateralismo con la politica fatto di banche di sistema (è da leggere sul tema un recente articolo di Lorenzo Dilena su Linkiesta), fondazioni, patti di sindacato, consigli di amministrazione pilotati con poche virgole di percentuale di capitale di rischio; mura altissime edificate attorno alle cittadelle del potere economico per tenere fuori gli outsider e la concorrenza.

Ma il capitalismo di relazione non è una realtà ineluttabile, una sorta di vizio cronico legato alla natura stessa dell’Italia e degli italiani, qualcosa con cui è necessario abituarsi a convivere e che conviene imparare a governare, nel bene e soprattutto nel male. Come racconta Nicola Persico su lavoce.info in una divertente analisi, spannometrica ma piuttosto efficace, per produrre innovazione ed avere successo sono necessarie due cose, nella maggior parte dei casi distinte in due persone diverse: buone idee e soldi per realizzarle. Per fare in modo che i soldi incontrino le idee è necessario che ci si possa fidare l’uno dell’altro, quindi che gli investimenti siano protetti da un sistema giudiziario efficiente. Altrimenti chi ha i soldi se li terrà per sé e cercherà di farli fruttare in qualche altro modo, mentre chi ha buone idee proverà a trovare altrove i capitali necessari per svilupparle.

Gli Stati Uniti sono un paese dove la certezza dei contratti è alta. Questa certezza deriva, in gran parte, da un sistema giudiziario rapido ed efficiente. Mr. Adalbert può, se vuole, facilmente recuperare il suo capitale di investimento. Di converso, ottenere credito per Mr. Bernard è facile. Queste cose ce le dice il rapporto “Doing Business” della World bank, che classifica gli Stati Uniti al quarto posto al mondo per facilità di ottenere credito, e al quinto posto nella protezione degli investimenti. Una conseguenza virtuosa del modello Usa è che i fattori produttivi anche esteri (inclusi i Bernardi portatori di idee innovative) sono attratti irresistibilmente dall’abbondanza di fattori produttivi complementari (i capitali degli Adalberti) e da un sistema legale che consente la felice unione dei due. Date queste condizioni, la qualità degli input “indigeni” è relativamente meno importante: se gli americani sono scarsamente scolarizzati (i quindicenni statunitensi sono solo al ventiquattresimo posto al mondo nella classifica di conoscenza della matematica) poco importa. Ci sono tanti “geni” indiani e cinesi ben contenti di andare a innovare negli Usa ed essere finanziati lì.

Cosa succede invece dalle nostre parti?

Dal punto di vista di “doing business” l’Italia è novantottesima e sessantacinquesima, rispettivamente, nella facilità di raccogliere capitale e nella protezione dei creditori. Quindi, se Bernardo, volendo, può fuggire tranquillamente con i soldi di Adalberto, di converso Adalberto i soldi non li presta. “Accà nisciuno è fesso”, anzi…

La competizione è un rischio in sé per le imprese. Un rischio che diventa tanto più insostenibile quanto più è basso e insufficiente il livello di protezione degli investimenti. E’ la ragione principale per la quale in Italia non viene ad investire praticamente nessuno, ma è anche la ragione per la quale chi è in Italia cerca altri sistemi per proteggersi e tutelarsi, in mancanza di una giustizia degna di questo nome, in primis affidandosi ad un sistema di relazioni sufficientemente collaudato che ha come baricentro la politica, ma che sta trascinando l’Italia sempre più a fondo nel pantano, con buona pace delle nostre risorse migliori che da questo sistema restano inesorabilmente escluse.

Ma si può evitare. La strada è una riforma strutturale della giustizia, in primo luogo quella civile, che accorci drasticamente i tempi dei procedimenti ed aumenti in maniera proporzionale la certezza del diritto. Chissà se ora, con Berlusconi lontano dalle scene, verranno meno anche gli alibi (essenzialmente corporativi) che hanno impedito, fino ad oggi, di mettere mano alla madre di tutte le riforme.

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  1. Alberto Guidorzi permalink
    3 gennaio 2012 16:46

    L’agricoltura italiana in generale non fa eccezione, manca inventiva e non si sa valutare dove stanno le vere innovazioni.
    In agricoltura poi ve ne sono di praticamente gratuite ed una di queste è il miglioramento genetico e il ricambio varietale. In Italia queste cose sono optional in quanto si dice che sono delle fregature, ma non si è mai provato a supportare le buone varietà con tecniche appropriate.
    Il ricorrere all giustizia per farsi pagare le royalties è come autocastrarsi.

    E’ il succo della discussione che ho avuto con Granoduro, lui diceva che le varietà certificate non gli apportano nulla, ma quando mi ha detto che produce 25 q ad ettaro ho dovuto dargli ragione perchè a questi livelli di produzione tutte le varietà vecchie e nuove raggiungono queste potenzialità produttive e quindi grano duro ha ragione a farsi il seme in casa. L’innovazione varietale si nota apportando tutte le variazioni aell’itinerario tecnico che la varietà nuova richiese e questa è una scelta che implica imprenditorialità.

    In altri Paesi dove l’agricoltura è più evoluta si pretende che il costitutore di quella data varietà nuova abbia valutato e trasferisca all’utilizzatore l’itineraio tecnico più consono alla massimizzazione. delle produzioni. Le sue capacità tecniche poi affineranno sempre più i consigli ricevuti. Questi sono gli argomenti che gli agricoltori francesi discutono animatamente sulle piattaforme dimostrative che visitano ogni anno, e vi assicuro che spesso mettono a dura prova l’eperienza dello sperimentatore.

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