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Nel magico mondo di Forcolandia

24 gennaio 2012

Libertiamo – 24/01/2012

Gli organizzatori della protesta e dei blocchi stradali che hanno messo in ginocchio l’economia della Sicilia (bazzecole) si lamentano spesso del fatto che giornali e televisione non danno sufficiente visibilità alle loro rivendicazioni, e che se queste fossero conosciute al grande pubblico i loro concittadini sarebbero ben contenti di passare i guai che passano, pur di raggiungere tanto luminosi obbiettivi.

E allora andiamo sul sito forzadurto.org, cerchiamo il PDF dove sono elencate tutte le richieste, una per una, e prendiamo in esame quelle elencate sotto il titolo “Per le categorie della produzione agricola”.

A mio modesto avviso il movimento farebbe meglio a non darne eccesiva diffusione, ma tant’è, è giusto che ognuno faccia la figura che merita:

1. Arginare con leggi che limitino le strategie commerciali messe in atto dalla GDO che fa cartello nei confronti di un’offerta frazionata ed a tutela del consumatore pensare anche ad un ricarico massimo ammissibile.

Questo si chiama “controllo dei prezzi”. Si presuppone che il regolatore pubblico abbia maggior contezza dei costi di produzione e commercializzazione di chi opera sul mercato, e si impone il “prezzo giusto” (in questo caso il massimo ricarico ammissibile, non sia mai che ci vada di mezzo il produttore). Il risultato di qualsiasi politica di controllo dei prezzi è sempre stata la contrazione dell’offerta, dato che nessuno ha voglia di lavorare senza conseguire il margine di guadagno che ritiene opportuno, e gli scaffali vuoti, ma sono effetti collaterali del tutto irrilevanti, ovviamente.

2. Leggi ferree per scongiurare il taroccamento dei prodotti e conseguente intenso monitoraggio della Guardia di Finanza sui traffici merci alle frontiere ed ai porti.

E qui siamo al più stantio dei mantra di chiara ispirazione coldirettiana: si parte dal presupposto che il consumatore abbia l’anello al naso, e che se ha troppe opzioni tra le quali scegliere fa inevitabilmente confusione, rischiando di scegliere il prodotto migliore al prezzo migliore. Non sia mai, meglio la guardia di finanza alle frontiere.

3. Applicazione di una tassa per chilogrammo agli importatori di ortofrutta e prodotti ittici, devolvendo tale introito ad un fondo di riserva per l’agricoltura italiana e la pesca.

Diretta emanazione del punto 2. Purtroppo c’è anche qualche prodotto, tra quelli che sbarcano sull’isola, che non è taroccato. Per quelli come si fa? Facile, si fa pagare un bel dazio un tanto al chilo e il problema è risolto. Anche in questo caso la storia insegna che il protezionismo porta con sé contrazione dell’offerta e conseguente aumento dei prezzi, amplificato dal fatto che i produttori locali opererebbero in mercato privo di concorrenza, ma non credo che questa sia la principale preoccupazione dei “forconi”. La soluzione poi di devolvere i ricavi della tassa sulle importazioni ai produttori locali è geniale. Bello vincere facile, vero?

4. Abolizione degli sconti che la grande distribuzione richiede alle imprese commerciali che la riforniscono, e pagamenti più celeri secondo il modello francese.

Completa il punto 1. Se prima controllavamo il prezzo al cliente, ora interveniamo anche su quello al fornitore. Così, tanto per accelerare la sparizione delle merci dagli scaffali siciliani.

5. Perequazione dei maggiori costi di produzione che sostengono le aziende agricole siciliane.

Elemosine pubbliche, anche in questo caso. E poi, questi maggiori costi di produzione, rispetto a chi, alle aziende venete? A quelle olandesi? O a quelle dei famigerati paesi in via di sviluppo, che si avvantaggiano di un costo del lavoro decisamente inferiore? Probabilmente gli agricoltori siciliani, che ritengono di sostenere i costi più alti del pianeta, non hanno mai fatto due banali conti su quanto costa gestire un’azienda nell’Africa Subsahariana, dove un operaio costa quasi nulla, ma dove non ci sono vie di comunicazione, per riparare un trattore servono mesi, e dove le perdite di prodotto nelle fasi di stoccaggio e trasporto superano il 50% per l’assenza di infrastrutture minime. Chissà poi come verrebbe calcolato il caporalato, tanto diffuso nell’agricoltura del Meridione, nel computo dei costi di produzione.

6. Erogazione immediata di tutte le spettanze delle calamità naturali ad oggi accertate ed in mancanza di fondi, la creazione di una carta di credito per compensare tasse, Inps ed energia elettrica.

In questo caso la richiesta è sensata (per la legge dei grandi numeri?). Lo Stato debitore non è mai scrupoloso come lo Stato creditore, e questo è intollerabile.

7. Istituire una legge in base alla quale nei supermercati si limiti ad un massimo del 50% la presenza di prodotti ortofrutticoli ed ittici di provenienza non siciliana.

Vedi punti 1 e 4. Poco da aggiungere, se non che aprire un supermercato sull’isola diventerà un impresa entusiasmante, e i capitali accorreranno a frotte. Non c’è un punto che obbliga lo Stato o la Regione a prendere in gestione i supermercati siciliani quando non li vorrà più nessuno, una lacuna imperdonabile che, confidiamo, verrà colmata al più presto.

8. Applicazione di una tassa su “cibi spazzatura” ed introduzione della TAXA SODA applicata in Francia ed altri paesi.

I “forconi” per la salute dei siciliani. In attesa di capire come verranno catalogati il pani ca meusa, la pasta chi sardi e gli arancini di riso ripieni.

Allora, cari Siciliani, siete contenti? I disagi che state affrontando oggi non saranno vani, se serviranno, come auspicano gli organizzatori della protesta, a farvi avere prezzi al consumo più alti e minori opportunità di scelta. Se siete fortunati, e tutto va come deve andare, le file dal benzinaio e gli scaffali vuoti diventeranno la normalità, nel magico mondo di Forcolandia. Ma è tutto per il vostro bene, naturalmente.

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