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Tu chiamale, se vuoi, liberalizzazioni

27 gennaio 2012

Niente liberalizzazioni per l’agricoltura. Neanche l’ombra. I provvedimenti che il ministro Catania ha illustrato alla stampa il 24 gennaio, e che solo casualmente sono contenuti nel decreto liberalizzazioni, non liberalizzano in realtà un bel nulla, per la gioia del mondo agricolo italiano e dei suoi rappresentanti, da Coldiretti ai Forconi (che di Coldiretti rappresentano solo la versione più caciarona e grottesca, mentre a livello programmatico sono sostanzialmente indistinguibili).

Esaminando i provvedimenti punto per punto, registriamo la fissazione a 60 giorni dei pagamenti per i beni agricoli non deteriorabili e a 30 giorni per quelli deteriorabili, misura che ha dato la stura a reazioni entusiastiche ma che, con ogni probabilità, verrà scontata da una proporzionale flessione dei prezzi che gli acquirenti (in particolare la grande distribuzione, individuata dai soliti noti come il nuovo nemico di classe) pagheranno ai produttori, e il rilancio degli accordi interprofessionali di filiera (che sono la tomba delle liberalizzazioni) mediante una nuova sventolata di finanziamenti pubblici che interesseranno anche “le organizzazioni che forniscono servizi e mezzi di produzione” (leggi: associazioni, consorzi e sindacati).

Non manca la solita voce sulla facilitazione dell’accesso al credito alle imprese, “soprattutto in alcune aree del Paese, dove la carenza di liquidità” ecc. ecc., e il blocco dei sussidi agli impianti fotovoltaici a terra su terreni rurali, tipico esempio di stalla serrata abbondantemente dopo la fuga dei buoi, accompagnato dall’equiparazione degli impianti fotovoltaici costruiti sulle serre a quelli realizzati su edifici (se vedrete i campi coprirsi improvvisamente di finte serre saprete con chi prendervela).

Infine qualche ritocco al provvedimento già messo in finanziaria dal precedente governo sulla dismissione dei terreni demaniali (abbassamento della soglia prevista per il ricorso alla trattativa privata e innalzamento a 20 anni del vincolo di destinazione d’uso agricolo).

Intanto l’unica vera liberalizzazione degna di questo nome, il libero accesso a tutti gli strumenti e le tecnologie in modo che ogni agricoltore possa liberamente scegliere ciò è meglio per la sua terra e per il suo sostentamento, si allontana sempre di più. Il ministro Catania ha infatti, pochi giorni fa, annunciato il suo sostegno alla proposta della Commissione Europea di lasciar decidere gli Stati membri se consentire o meno la coltivazione sul loro territorio delle varietà geneticamente modificate ammesse in UE:

sia l’opinione pubblica che i rappresentanti agricoli restano molto negativi sull’idea di coltivare Ogm in Italia, non vedo quindi perché essere negativi sull’approccio presentato dalla Commissione.

Un vero liberalizzatore, non c’è che dire.

  • Ps.: Tra i “rappresentanti agricoli” citati dal ministro ce ne dovrebbe essere almeno uno, tra l’altro il più rappresentativo della categoria, che a parole ha sempre dichiarato la propria apertura agli OGM e alla libertà d’impresa. Delle due l’una: o Confagricoltura ha cambiato improvvisamente idea, o il suo sdegnato comunicato di dissociazione è andato perso tra la corrispondenza mai consegnata.

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