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Quelli che “lo Stato non deve vendere. Mai”

28 febbraio 2012

Libertiamo – 28/02/2012

Lo scorso 14 febbraio alcune associazioni, c’erano tra gli altri Aiab, Alpa, Libera, Ari, Slowfood e Legambiente, hanno manifestato davanti a Montecitorio la loro opposizione all’art. 66 del decreto liberalizzazioni, quello che prevede la vendita ai privati dei terreni agricoli di proprietà del demanio. Ora, non è ancora ben chiaro quanti siano questi terreni, che valore abbiano, e quanto siano appetibili sul mercato, per cui qualsiasi stima che finora è stata fatta, anche dallo stesso governo, rischia di risultare clamorosamente sovradimensionata.

Al di là di questo, però, risultano particolarmente curiose le ragioni per cui queste associazioni sentono il bisogno di opporsi alle vendite, preferendo invece la formula dell’affitto, rigorosamente ad equo canone. Una menzione speciale spetta a Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, che dalle colonne di Repubblica ci ha messi in guardia sul pericolo, testuale “di accentuare la concentrazione della terra agricola italiana nelle mani di pochi”. Un pericolo particolarmente grave, sembrerebbe, in un paese in cui la superficie media dell’azienda agricola è di meno di 8 ettari (a fronte dei 53 ettari dell’azienda media francese e dei 75 di quella del regno Unito). Suvvia, siamo seri.

Le associazioni insistono poi sul fatto che questi terreni, se venduti, potrebbero finire nelle mani sbagliate, in particolare quelle della criminalità organizzata. Questo in realtà è un déjà-vu, dato che con lo stesso argomento Libera, l’associazione di Don Ciotti, si era gagliardamente (e con successo, finora) battuta contro la messa sul mercato dei terreni agricoli confiscati alla mafia. Ma che senso ha? Se la mafia ha soldi da spendere li spenderà comunque, e, che acquisti questi terreni o altri, il danno economico che ha subito mediante la confisca dei suoi beni sarà identico.

Quel che bisognerebbe chiedersi, casomai, è: cosa dovrebbe farsene lo Stato di questi benedetti terreni? Gli organizzatori della protesta hanno pronta la risposta, ed è ovviamente geniale: darli a loro, “tramite contratti di affitto ad equo canone riservati a coltivatori diretti, con priorità a giovani singoli o associati ed ad iniziative di rilevanza sociale”.

Dato che poi è il titolo di possesso dei terreni ad aprire le porte dei finanziamenti della Politica Agricola Comune, sia mediante gli aiuti diretti (un tanto ad ettaro) che attraverso gli aiuti allo sviluppo (essenzialmente finanziamenti a fondo perduto per i quali le regioni garantiscono regolarmente la priorità alle realtà associative e consortili), allora il quadro si fa più chiaro. Questi terreni fanno gola alle associazioni per le stesse ragioni per cui potrebbero stuzzicare l’appetito dalla mafia: garantiscono rendite.

Di più: “assumerebbero valore come strumenti di garanzia patrimoniale per l’eventuale accesso al credito da parte dell’Amministrazione Pubblica o come ulteriore riserva di liquidità da iniettare per investimenti pubblici”. Una leva per indebitarci un altro po’, insomma. Basta infarcire l’appello con un po’ di retorica a buon mercato sui “beni comuni” e sul land grabbing (un po’ di buon gusto e di senso della misura non guasterebbe, di tanto in tanto), e il gioco è fatto.

Per ora l’amo è stato raccolto dai soliti “ecodem” Ferrante e Della Seta, che hanno garantito l’impegno di tutto il PD per modificare la norma. Vedremo come andrà a finire. Come sempre, temiamo.

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