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L’agricoltura e l’intervento pubblico. Le ragioni del collasso del settore agricolo (e della mia passione per la terra).

6 gennaio 2010

Sono passati quasi 15 anni da quando ho deciso di dedicarmi all’agricoltura. Da ex studente di storia trasferito da Roma in campagna, non me la sono cavata malaccio.

Sono stati anni divertententi e appassionanti. L’imprevedibilità delle stagioni, la durezza del lavoro, il fascino delle attrezzature nuove… Mi sono divertito. Ma non ho messo da parte una lira. Anzi. Dal punto di vista economico è stata un’avventura frustrante, ogni anno di più.

E quest’anno, finalmente, mi sono deciso. La terra e i trattori non mi ruberanno più denaro. Mi accontento di quello che l’UE, attraverso i contributi che versa agli agricoltori, vorrà concedermi.

Le ragioni di questo collasso del sistema agricolo, che sta portando un numero sempre maggiore di agricoltori a preferire la rendita al lavoro, le ha spiegate efficacemente Carlo Lottieri in un articolo per il Giornale del 19 settembre scorso, che riporto qui di seguito.

L’ultima iniziativa è stata clamorosa. Ieri, nel Bresciano, i Cobas hanno versato nei campi circa 200 mila litri di latte, lamentando il fatto che oggi produrre un litro di latte costa 48 centesimi e ne rende solo 27. Ma nei prossimi giorni continueremo a vedere tensioni, perché ormai la crisi è profonda ed esige cambi strutturali.

Proprio in questi giorni il commissario europeo Mariann Fisher Boel ha presentato alcune misure in favore della filiera lattiero-casearia, ma continua a mancare il coraggio di porre fine all’intervento pubblico. Eppure per voltare pagina è necessario capire che le responsabilità sono da addebitarsi alla politica agricola comune (Pac), all’origine di ben cinque categorie di vittime.

In primo luogo, la Pac colpisce i contribuenti. Assorbendo quasi la metà del bilancio europeo, la politica comune toglie risorse agli europei – ricchi e poveri – per darli agli agricoltori: anche quando sono ricchissimi. Com’è noto, in cima alla lista dei beneficiari della Pac ci sono la regina Elisabetta d’Inghilterra e il principe Alberto di Monaco, che posseggono enormi estensioni in Europa.

Una seconda vittima sono i consumatori, dato che il sistema vigente tiene lontane le produzioni africane o asiatiche, spingendo verso l’alto i prezzi. Oggi vi è chi trova giustificazioni “salutiste” ai dazi: si afferma, in sostanza, che vi sarebbe una profonda differenza tra il nostro mais e quello (pericolosissimo) prodotto altrove. È solo un pretesto: come importiamo banane e ananas, potremmo benissimo aprirci anche ad altri prodotti.

A patire le conseguenze di tutto ciò è pure il Terzo Mondo, che a causa del protezionismo di Europa e Usa non accede ai nostri mercati e quindi ha serie difficoltà a crescere. I Paesi poveri non possono pensare di svilupparsi – non per ora, quanto meno – nel settore informatico, ma se la Ue non lascia passare neppure un chicco di grano, difficilmente avranno un futuro.
Una quarta vittima sono i cittadini, che fanno i conti con l’immigrazione selvaggia. È infatti evidente che se i ministri dell’agricoltura difendono le barriere poste dinanzi ai prodotti dell’Africa o dell’Asia, prima o poi quelle popolazioni verranno tutte da noi. Fare arrivare più merci permetterebbe a molti più africani di non dover scegliere la strada dell’esodo.

In quinto luogo, un prezzo alto lo pagano gli stessi agricoltori europei. Basata su aiuti e dogane, la Pac conduce in effetti alla soppressione di due delle condizioni essenziali per avere una vera economia agricola: le giuste informazioni e i giusti incentivi. Per poter operare, un’impresa deve trovarsi in un contesto di prezzi di mercato e deve avvalersi di tali indicatori per sapere se sta agendo in maniera razionale o no. Se quanto entra sopravanza quanto esce (se quindi si fanno profitti), un’impresa è sulla giusta strada. Ma perché tutto questo sia vero è necessario che i prezzi siano di mercato, emergano dagli scambi e trasmettano informazioni affidabili.

In un’economia drogata dall’intervento pubblico, questi prezzi sono assenti. È per questo che molte aziende agricole hanno spesso compiuto scelte assurde: non ricercando la soddisfazione del consumatore, ma limitandosi ad inseguire gli aiuti. Tanto più che mancano i giusti incentivi.
La conseguenza è che la nostra agricoltura – anche in Veneto e in Lombardia, per intenderci – è sempre più un immenso Mezzogiorno, perché ha subito una devastazione simile a quella che ha conosciuto il Sud. Il mix di fondi, divieti e “quote” che ha accompagnato la Pac ha messo fuori gioco gli imprenditori e moltiplicato l’influenza dei politici e delle associazioni.

Esiste chi ha fatto scelte diverse: dove non è la politica a finanziare le stalle e decidere cosa va prodotto. Si pensi alla Nuova Zelanda, che già da molti anni ha eliminato ogni finanziamento ed è passata ad una logica di mercato, così che ciascun contadino può produrre quanto vuole e come vuole. Non a caso il settore è in crescita e lo spirito imprenditoriale ha preso il posto del parassitismo. Perché a Bruxelles non iniziano a pensarci?

Io da parte mia vorrei aggiungere qualcosa alle considerazioni di Lottieri: c’è chi trae giovamento dalla politica agricola comune.

In primo luogo l’industria agroalimentare, che è l’unico comparto industriale a godere dell’incredibile privilegio di potersi rifornire di materie prime a un costo inferiore del costo di produzione.
Poi ci sono i sindacati agricoli. Per poter presentare le domande di accesso ai contributi della Pac è indispensabile passare attraverso di loro. Negli ultimi 15 anni si sono trasformati in vere agenzie di servizi, con introiti da capogiro.
Infine la rendita fondiaria. Terreni che non rendono nulla sul mercato ma che continuano a incassare contributi continuano ad avere un valore troppo elevato per i produttori, ma sono sempre appetibili per chi considera la terra un investimento finanziario.

A me, di tanti anni di lavoro e di investimanti infruttuosi, resta tutt’al più la soddisfazione (impagabile) di aver lavorato con un Deutz Fahr da 150 cavalli di potenza.

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