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I fiumi e la ghiaia. Quando vincoli e divieti peggiorano la situazione

7 gennaio 2010

Chicago Blog – 12/01/2009

Ormai la situazione pare più tranquilla, ma la notte della Befana, quando mio cugino mi ha telefonato per dirmi che stava per andare sott’acqua con tutta la casa, tutto sembrava possibile. Lui ha un azienda agricola nella valle del fiume Paglia, lungo la SS2 Cassia, in provincia di Viterbo, a pochi chilometri dal confine con la Toscana. Ha piovuto parecchio in questi giorni, qui e soprattutto sul Monte Amiata, dove il Paglia inizia il suo corso. Quella notte, quando sono andato da lui, lo spettacolo era impressionante. Un fiume gigantesco scorreva a pochi metri dalla porta della sua casa, che si trova a centinaia di metri di distanza dal letto originario. Quando, con i fari della macchina, illuminavamo l’acqua, vedevamo venire giù di tutto: tronchi d’albero, materiale di vario genere… “A forza di vedere tutta quest’acqua m’è venuta sete!” ha detto l’operaio che lavora da mio cugino, e siamo entrati in casa dove abbiamo stemperato un po’ la tensione davanti a una bottiglia di vino e qualche dolce avanzato dalle feste, mentre la piena cominciava a calare, e come succede in casi come questi, si è parlato molto del passato, quando queste cose non succedevano.

Perché è vero, una volta queste cose non succedevano. Il Paglia è un fiume dal letto ghiaioso, che scorre in un’ampia valle tra le colline argillose. Quando ero ragazzino il fiume scorreva al suo posto, d’estate e d’inverno. Un paio di impianti di estrazione di inerti provvedevano a ripulire costantemente il suo letto, eliminando la ghiaia che le piene depositavano a valle, mentre i terreni intorno erano destinati all’agricoltura.

Poi, quando si è cominciato a dire che le attività estrattive, qui ma soprattutto altrove, avevano esagerato, e probabilmente era vero, è stato vietato di cavare ghiaia dal letto dei fiumi. Da 25 anni ormai, grazie alla famosa legge Galasso,  chi vuole cavare ghiaia deve affittare un terreno a più di 150 metri dal letto del fiume, eliminare la terra, rimuovere tutta la ghiaia che riesce a trovare al di sotto, e richiudere con nuova terra. Il risultato paradossale è che, mentre il letto dei fiumi si innalza di metri perché nessuno provvede a rimuovere il materiale alluvionale, i livello dei terreni intorno si abbassa (è praticamente impossibile ripristinare le quote di livello originarie dopo l’estrazione) e gli stessi terreni drenano molto meno (laddove c’erano metri di ghiaia sotto un metro e mezzo di terra, oggi c’è solo terra di riporto). E quindi sono ormai anni che da mio cugino l’acqua arriva a casa quasi tutti gli anni, interi campi devono essere bonificati dai sassi, ettari ed ettari devono essere riseminati, strade rurali e fossi tracciati daccapo, quando i danni non interessano anche bestiame e fabbricati, senza contare la perdita di valore delle proprietà.

Basterebbe un po’ di buon senso per capire che è stata fatta una stupidaggine, e bella grossa. In passato delle attività private provvedevano, per “biechi” interessi di profitto individuale, alla tutela e alla salvaguardia del territorio molto meglio di quanto non siano riuscite a fare, negli anni successivi, tutte le autorità pubbliche preposte. C’era un equilibrio umano, nel senso che era frutto delle attività umane che si erano sviluppate in libertà . Se qualcuno esagerava, sarebbe bastato sanzionarlo (non sembra che in realtà oggi l’attività estrattiva sui terreni limitrofi al letto dei fiumi sia sottoposta a controlli molto efficaci).

Per rendersi conto del perché oggi sia molto difficile tornare indietro, e quanti interessi burocratici e corporativi siano in gioco, basta dare un occhiata alla legge 183 del 1989 e successive modificazioni, ovvero le norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo. A un generico e indefinito elenco di finalità che occupa 2 pagine su 17  (è un florilegio di espressioni come attività conoscitiva, pianificazione, programmazione, disciplina, contenimento, regolamentazione, gestione integrata, e via discorrendo) segue un ben più preciso elenco di nuove autorità pubbliche (e vecchie a cui vengono attribuite nuove funzioni) che vengono istituite e accuratamente finanziate (in questo caso le pagine sono 15 su 17): si parte dal Comitato dei Ministri per i Servizi Tecnici Nazionali, istituito con funzioni di “alta vigilanza” (dall’alto si vede più lontano, forse). Segue il Comitato Nazionale per la Difesa del Suolo, i Ministeri dei Lavori Pubblici e dell’Ambiente, la Direzione Generale per la Difesa del Suolo, i Servizi Tecnici Nazionali, il Consiglio dei Direttori, il Genio Civile, la Conferenza Stato-Regioni, le Regioni, le Autorità di Bacino, i Comitati Tecnici di Bacino, i Comuni, le Province, i Consorzi di Bonifica, le Comunità Montane, i Consorzi di Bacino Imbrifero Montano, i Consorzi Obbligatori dei Servizi Pubblici di Acquedotto, Fognatura, Collettamento, e Depurazione delle Acque Usate, e chissà cos’altro.

Tutto questo popò di carrozzoni e carrozzine (a cui vanno aggiunti anche, per le emergenze, la Polizia Provinciale, la Polizia Idraulica, il Corpo Forestale dello Stato, i Vigili del Fuoco e la Protezione civile) non sono riusciti a fare, sul letto del fiume Paglia, quello che in passato facevano due dico due piccoli impianti per l’estrazione della breccia di fiume. Intanto continua a piovere…

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4 commenti leave one →
  1. DIEGO permalink
    23 settembre 2010 11:16

    Meno male c’e qualcuno che guarda in faccia la realta’!! Sono un’impresa che su questo problema ho investito un bel po’ di soldi, e sul mio progetto la regione lazio mi ha riso in faccia!
    La legge esiste la 17 del 2004 ma sembra che nn la voglino prendere in considerazione!
    Infatti la legge mai abrogata prevede la sistemazione idraulica con aspoprto di materiale dove in esubero! Ma questi capoccioni nn firmano e quindi nn si prendono responsabilita’!
    Speriamo che arriva qualcuno realista!!

  2. 9 maggio 2011 06:33

    Sventurati fiumi di Basilicata (…e d’Italia):
    vittime di incuria e abbandono… e di grandi Operazioni Spartitorie.

    “L’acqua disfa li monti e riempie le valli,
    e ridurrebbe la terra in perfetta sfericità,
    s’ella potesse.” Leonardo da Vinci

    E’ risaputo e condiviso da tutti: i fiumi lucani rappresentano, da sempre e per molti aspetti, la parte più importante: la spina dorsale del territorio regionale. Tanto è vero che i Padri della Regione li inserirono nel logo istituzionale. Ma poi furono affidati ad una banda di Balordi & Criminali che li hanno trasformati in Campi per scorrerie della lobby Tangenti & Appalti.
    La funzione primaria di un corso d’acqua, nella salvaguardia del territorio, è quella di drenare le acque del proprio bacino idrografico. Perché possa assolvere al meglio e nel tempo a tale funzione, si devono verificare due importanti condizioni:
    – 1) che la sezione di deflusso (ampiezza dell’alveo) riesca a contenere le proprie portate;
    – 2) che il profilo idraulico possa fungere da “livello di base” al reticolo idrografico: in ogni punto di confluenza di canali e fossi di scolo.
    E’ importante quindi che l’alveo attivo vada ripulito: – dal materiale litoide che vi sopraggiunge con le ricorrenti piene; – dalla vegetazione che vi nasce, cresce e trasforma i fiumi in vere e proprie boscaglie: ad esempio i tratti fluviali della fascia ionica; – da tutto ciò che vi si accumula e tende ad ostruirlo, ad innalzarlo e deviarne il corso;
    La normativa vigente: il D.P.R. 14 aprile 1993 – stabilendo i criteri da osservare nei programmi di manutenzione dei corsi d’acqua – include tra gli interventi utili alla eliminazione di situazioni di pericolo: – 1) l’eliminazione delle alberature dagli alvei attivi – 2) la rimozione dei materiali litoidi; entrambi pregiudizievoli al regolare deflusso delle acque; – 3) il ripristino della sezione di deflusso, adeguata alle piene di ritorno trentennale, sulla base di misurazioni di carattere idraulico e idrologico. Da notare l’importanza data alla sezione di deflusso ed alle modalità per la sua determinazione.
    L’articolo 17 della legge 183/1989, prevede, a cura dell’Autorità di Bacino, la normativa rivolta a regolare l’estrazione dei materiali litoidi dal demanio fluviale, in funzione del buon regime delle acque.
    L’articolo 2 della legge n. 365/2000 stabilisce infine che la Regione – sotto il coordinamento dell’Autorità di bacino – provvede a rilevare le situazioni di pericolo, a identificare gli interventi di manutenzione più urgenti, ponendo attenzione alle situazioni d’impedimento al regolare deflusso, con particolare riferimento all’accumulo di inerti.

    Il grosso problema che assilla i fiumi lucani è rappresentato proprio dagli accumuli di materiale in alveo. Si tratta di quella parte grossolana di trasporto solido “di fondo” (ghiaia di varia pezzatura), che avanza lentamente durante la piena, ma col ridurre della sua velocità, si ferma e si deposita in alveo. Da distinguere dal trasporto solido “in sospensione” (sabbia e limo) che prosegue fino alla foce alla stessa velocità della corrente.
    Data l’abbondanza e la sua alta qualità, il materiale inerte fluviale costituisce una grande risorsa mineraria di proprietà pubblica. Sarebbe quindi di (doppio) interesse pubblico: rimuoverlo dagli alvei ed immetterlo sul mercato, mediante l’attività estrattiva.
    Attività che potrebbe rientrare a pieno titolo nei Programmi di manutenzione dei corsi d’acqua. Potrebbe assolvere alla bonifica e pulizia degli alvei, e contribuire in tal modo alla salvaguardia del territorio.
    Occorrerebbe quindi determinare, per ogni tronco fluviale, la sezione di deflusso adeguata, al cui mantenimento dovrebbe attestarsi ogni intervento estrattivo e di bonifica; – da farsi in modo preventivo; – e non dopo decenni di accumulo, e di totale ostruzione degli alvei.
    Gli effetti di una siffatta politica sicuramente sarebbero: – la manutenzione preventiva ed a costo zero dei corsi d’acqua; – ed in più una notevole entrata riveniente dal valore del materiale utilizzato.

    Ma al posto di tutto questo ha prevalso l’incuria e l’abbandono. Le ricorrenti esondazioni del Basento (a Grassano, Bernalda e Pisticci) dell’Agri e nello stesso Metapontino, sono causate non già da recenti “eventi eccezionali”, ma da una politica scellerata ventennale: fatta di inosservanza delle suddette leggi e disprezzo per il Bene comune, da parte sia dell’Autorità di Bacino che degli altri uffici “preposti” (12 uffici attuali, al posto dell’unico Genio Civile di una volta) presso i Dipartimenti Ambiente e Infrastrutture.
    Quanto all’estrazione fluviale, fanno di tutto per ostacolare l’attività legalizzata (fatta di quantitativi reali e sostanziali) e promuovere quella fraudolenta: fatta di concessioni “virtuali”, con il sistema: ne paghi mille ma ne puoi prelevare 10-100mila metri cubi.
    Operando in questa ottica balorda:
    – adottano nel 1996 un piano estrattivo scellerato, fatto su misura per occultare l’abbondanza del materiale presente nei fiumi;
    – s’inventano, per tale scopo, la storia dell’arretramento della costa, che sarebbe dovuto ad eccessivo prelievo di materiale inerte dai fiumi: una madornale stupidaggine avallata dalla sub-cultura dell’UNIBAS;
    – impongono prezzi esagerati ed inaccettabili; – quindi costringono ad operare con concessioni “virtuali”;
    – per chi opera lungo i fiumi vige la regola: VIETATO NON RUBARE;
    – chi vuole operare nella legalità è costretto a chiudere;
    – così come ha chiuso la mia azienda: la INERCO srl di Tricarico.

    Fanno un uso sporco e strumentale dei vincoli ambientali. Per punire il sottoscritto (che non si è adeguato al loro sistema criminoso) s’inventano un’area SIC – ZPS, proprio sul tratto di Basento in cui la mia azienda opera dal 1965. Sottopongono a vincolo l’intera area, “per tutelare gli alberi sviluppatisi in alveo”.
    In pratica, intendono salvare quello che la legge impone di eliminare.

    Al colmo dell’indecenza, approvano una porcata di legge (n. 19 del 2005) su misura per: – stravolgere la legge reg. 12/79, eliminando ogni forma originaria di efficienza e trasparenza; – eludere una sentenza del Tribunale delle Acque del gennaio 2005, che aveva annullato un loro diniego fondato su falso ideologico; – spartirsi la competenza nel rilascio e proroga di concessioni virtuali; – alternarsi nella riscossione del prezzo personale: promanibus.
    Sono dei Buffoni, Corrotti, Mistificatori e Pazzi scatenati.

    Ripeto, la mia azienda è presente ed opera lungo il Basento, nel tratto di Calciano e Grassano, sin dal 1965. Con interventi motivati da “esigenza di governo idraulico” e concessioni pluriennali, ha prelevato in media 30mila mc, annui. Nell’ultimo triennio (1991-94) 130mila mc. versando un canone di oltre 200 milioni di lire. L’ammontare di materiale asportato in 30 anni di attività è di 900mila mc. La situazione lungo il Basento, alla fine della nostra attività estrattiva (1995), si presentava così:

    Foto 1 – Anno 1995: fiume Basento – zona “Giardini” di Grassano

    Dal 1995 in poi, nonostante le nostre reiterate proposte di intervento (cui è seguito, da parte degli Uffici regionali, uno scellerato turbinio di dinieghi motivati da falso ideologico, oppure approvazioni seguiti da impedimenti) è stato imposto il fermo della bonifica del Basento.
    Con abusi, omissioni ed anni di raggiri, e, per ultima, con un’ignobile Conferenza di servizio (condotta da un compiacente Commissario ad acta nominato dal Tribunale Superiore delle Acque, in cui hanno imposto la suddetta carognata del vincolo SIC – ZPS), hanno decretato la fine della nostra attività nel Basento, e la chiusura dell’azienda.

    Nel frattempo il Basento straripa con ricorrenza annuale. Da oltre 10 anni, Sindaco e Prefetto sollecitano più volte ma invano un intervento. Nel 2002 l’intero tratto Calciano – Grassano viene persino classificato, nel Piano dell’Autorità di bacino: “Area ad alto rischio d’inondazione”. Ma la questione “Giardini” finisce comunque nel dimenticatoio degli uffici.
    Infatti, nel Programma regionale del 2003 (25 milioni di euro), sono stanziati 3.680.000 euro per sistemazione idraulica dei corsi d’acqua. Ma, nonostante l’ormai stranota situazione di pericolo, per il Basento di Grassano non è previsto niente. Non gliene frega niente a nessuno.

    Ma poi si scopre anche di peggio: mediante questo ed altri “Programmi” vengono finanziati ben due interventi (2002 e 2005) nel torrente S. Nicola di Nova Siri: dove non esiste alcun pericolo di esondazione. Anzi non esiste nemmeno l’acqua.
    Vi è comunque prevista la rimozione dall’alveo di 300mila mc. di materiale (per 757mila euro di spesa) che però viene asportato solo sulla carta.
    A quanto pare, lo stanziamento di certi fondi scaturisce non da gravi situazioni di pericolo, ma da favorevoli occasioni spartitorie. La Difesa del Suolo non è un obiettivo, ma solo il pretesto per attivare fondi pubblici.
    Per Costoro la sezione di deflusso “è una stronzata”; i fiumi non sono il fine, ma il mezzo per “sistemare” il denaro pubblico. Per gestire maggiori risorse (senza controllo) ripudiano ogni forma di prevenzione, com’è appunto l’attività estrattiva, e perseguono l’emergenza …e gli appalti di somma urgenza.
    La Cosa pubblica non è un Bene vitale da tutelare, ma solo una carogna da spolpare.

    Sventurata Agricoltura!!!

    Tornando al Basento di Calciano – Grassano, nel frattempo le piene hanno portato altro materiale (ve ne sono ora 450mila mc.) che poteva essere asportato per tempo e che invece si è accumulato lì: ad ostruire l’alveo; a deviarne il corso; a distruggere 800 ettari di terreno agricolo.

    Nel 2005 lo stato del Basento si era modificato, come nella seguente foto 2.

    Foto 2 – Anno 2005: fiume Basento – zona “Giardini” di Grassano

    Ma ora, 2010, la situazione è peggiorata ed è gravissima. Tutto ciò non sarebbe accaduto se non avessero impedito il prosieguo della nostra attività.
    Si sappia inoltre che a parte l’enorme danno per gli agricoltori, c’è anche il danno per la Regione, pari a 450mila euro di mancato introito del canone estrattivo (30mila euro per 15 anni). Cui vanno aggiunti 900mila euro di spesa: occorrente per rimuovere (ora e subito) quei 450mila mc di materiale: ingombrante e dannoso. Ed io pago… direbbe Totò.

    Sul governo dei fiumi, hanno orchestrato un sistema (fatto di Arroganza e Cialtroneria, di Illegalità ed Impunità garantita) che non tutela un bel niente, e che invece produce lo sfascio del territorio, spreco di risorse e malcostume sociale. Sistema che si è imposto grazie all’esplicito consenso della Maggioranza ed al silenzio-assenso dell’Opposizione.
    A mio avviso andrebbe fatta una seria inchiesta sul letamaio – di appalti pilotati, opere fantasma ed enormi spartizioni – prodotto negli anni 80-90 (e tuttora) lungo i fiumi lucani.
    Con ciò non voglio dire che tutti gli operatori regionali (politici e tecnici) siano responsabili di tali malefatte. So per certo che affianco ai tanti Gaglioffi, vi operano anche tantissime Persone perbene.
    Però va ribadito anche che, come diceva Martin L. King, “Ciò ch’è più dannoso nel mondo non sono gli uomini cattivi, ma il silenzio di quelli buoni”.
    E allora… se veramente ci siete… ovunque voi siate… battete un colpo!!!

    Da Fontamara – aprile 2010 – Nicola Bonelli (348.2601976)
    http://www.fontamara.orgnicolabonelli@fontamara.org

    P. S. Negli anni 80-90 furono spesi, lungo i fiumi lucani, oltre 400 miliardi di lire: Fondi FIO (Fondi Investimento Occupazione) stanziati dal Governo parallelo chiamato CIPE. Di cui 286 miliardi nel solo Basento (fonte Banca Europea Investimento).
    Soldi spesi per opere fantasma (pagate ma non realizzate), per sistemazioni idrauliche fasulle, per lavori appaltati “a forfait” ed importi gonfiati a dismisura.
    Ma senza creare un solo posto di lavoro.
    Soldi spartiti tra: Imprese… Partiti… Tecnici… Burocrati… Alti Consulenti… etc.
    Soldi sottratti all’utilizzo per case, ospedali, famiglie, scuole, strade, fogne…

    Nonostante l’attuale penuria di risorse, la prassi spartitoria continua tuttora, lungo i fiumi e torrenti di Basilicata: “realizzando” e pagando Opere Fantasma.

    SVENTURATI TUTTI NOI !!!

    Se condividi… passaparola… suona le campane…

  3. Oscar permalink
    4 giugno 2013 16:01

    Non mi sembra che l’asportazione del materasso ghiaioso dai letti dei fiumi sia l’azione ideale per contrastare le piene. Tra le varie funzioni che ha dato la natura al corso d’acqua c’é anche quella di trasportare verso la pianura e verso mare il materiale proveniente dalla disgregazione dei rilievi. Le piene si contrastano con una corretta riqualificazione fluviale. Cioè concedendo più spazio al fiume nella zona di monte.
    Aprite gli occhi gente e non fatevi ingannare da falsi esperti.
    Certamente l’operazione di allargare il fiume va contro molti interessi economici privati, ma andrebbe sicuramente nell’interesse della comunità che dovrebbe spendere molto meno soldi per il ripristino dei danni del dissesto idrogeolgico. Inoltre fiumi con più spazio sarebbero ecologicamente migliori e più attraenti turisticamente con aumento delle entrate economiche e aumento dell’occupazione. Inoltre anche le comunità locali potrebbero fuirne con grande guadio, sicura diminuzione dello stress e conseguente risparmio economico in medicine e quant’altro.
    Gentilissimi vi sollecito a studiare meglio il sistema idrografico prima di fare affermazioni che vanno a fare gli interesse sempre di pochi: dei cavatori e dei costruttori, e mai della comunità nel suo complesso.

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