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Placata la bufera, torniamo a parlare liberamente di ambiente

5 marzo 2010

Libertiamo – 05/03/2010

Che qualcosa stia cambiando nell’atteggiamento generale verso i problemi ambientali è cosa che comincia ad essere abbastanza evidente. Sembra che il cosiddetto Climategate abbia fatto l’effetto di uno sgradevole risveglio dopo la sbornia che ha preceduto la conferenza sul clima di Copenhagen. E così, mentre i governi hanno cominciato, con imbarazzata discrezione, a volgere altrove la loro attenzione, anche l’opinione pubblica mondiale, fino a pochi mesi fa così sensibile al tema dei cambiamenti climatici, sembra tendere alla rimozione del problema. Un “rompete le righe” generale, in conclusione.

Ma la rimozione, insegna la psicoanalisi, non è un processo costruttivo, e la cosa deve aver cominciato a preoccupare molti osservatori, anche tra i sostenitori dell’origine antropica del Global Warming, se oggi possiamo leggere un articolo come quello firmato da  Andrew C. Revkin  sul New York Times e tradotto da Maurizio Morabito su Climate Monitor. L’appello a non buttare via anni e anni di ricerche insieme all’acqua sporca di Al Gore e Rajendra Pachauri, e di ripartire da alcuni punti condivisi (prescindendo da catastrofismo e scetticismo), è senz’altro da raccogliere e rilanciare. Soprattutto dove si afferma, a fronte dell’indeterminatezza in cui la scienza ancora si dibatte sulle cause dei mutamenti climatici e sulla loro reale consistenza, che

è chiaro che la vulnerabilità agli impatti da estremi climatici, naturali o meno, è in gran parte una funzione della povertà. Dunque favorire il progresso economico nei luoghi più poveri del mondo (e l’accesso a una qualsiasi forma di energia relativamente pulita, combustibili fossili inclusi) è una saggia politica climatica.

Ricominciamo a parlare, quindi, di costi e benefici. E tra i costi e i benefici ricominciamo a considerare fattori come sviluppo, ricchezza e povertà, più che le stucchevoli misurazioni sui grammi di CO2 prodotti da ogni singola attività umana. Non sarebbe una cosa da poco, considerando che fino a pochi mesi fa era facile invece imbattersi in video come questo, mentre quest’altro è stato usato addirittura per aprire ufficialmente i lavori di Copenhagen.

Guardare all’ambiente nel suo complesso, alla sua evoluzione storica, ai suoi cicli naturali, e considerare le fonti energetiche come pulite o meno non solo e non tanto in termini di emissioni di CO2, ma anche e soprattutto perché inquinanti, come ha sottolineato Chicco Testa intervenendo al seminario dal titolo “Il pianeta è blu, non verde: un approccio pragmatico alle politiche ambientali”, che si è tenuto sabato pomeriggio a Milano nell’ambito della tre giorni di Libertiamo. E se, come faceva notare nel suo intervento Carlo Stagnaro, non spetta ai governi ma al mercato individuare le fonti energetiche più convenienti e produttive, è opinione di chi scrive che il compito dello Stato non sia quello di incentivare l’utilizzo di una fonte piuttosto che un’altra, ma quello sostenere la ricerca a 360 gradi. Se non si fosse abbandonata la ricerca sulle cosiddette rinnovabili dopo la crisi energetica degli anni ’70, quando il costo dei combustibili fossili scese enormemente, forse oggi gli impianti non avrebbero il costo proibitivo che hanno e il settore potrebbe sopravvivere anche senza aiuti di Stato.

Per quanto riguarda l’energia nucleare si stanno finalmente superando le paure diffuse che hanno costretto il nostro paese ad essere quasi completamente dipendente, per il suo fabbisogno di energia elettrica, dai combustibili fossili, e quindi dall’estero. Purtroppo lo stesso non si può dire per il settore agroalimentare, se consideriamo che in Italia è sostanzialmente vietata non solo la coltivazione di Ogm, ma anche, contro ogni logica, la ricerca sulle biotecnologie applicate all’agricoltura.
Ci consoliamo sapendo che il nostro pianeta, che sarebbe rimasto probabilmente indifferente alle decisioni di Kyoto e Copenhagen, molto difficilmente verrà turbato da ciò che viene deliberato a Roma.

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