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Auguri al nuovo ministro dell’agricoltura (in declino). L’ha promesso, sia eretico

20 aprile 2010

Libertiamo – 19/04/2010

Il mais è un buon indicatore della situazione dell’agricoltura. Questo perché è una coltura altamente meccanizzata, diffusa in zone pianeggianti e irrigue, in aziende di dimensioni medie e grandi, che in genere possono affrontare il costo di semine costose in cambio di produzioni considerevoli. I dati dell’Istat dicono che dal 2006 al 2009 gli ettari destinati a mais sono calati di quasi il 18 per cento, passando da 1108 a 905 migliaia di ettari. Più di 200 migliaia di ettari in meno, quindi, e le previsioni di semina per il 2010 stimano un ulteriore calo del 30 per cento.

Proviamo a scorrere i dati sulle altre colture che possono tradizionalmente rimpiazzare il mais: quelli per i quali si usano gli stessi macchinari per la semina come soia e girasole, quelle per le quali è comunque necessaria l’irrigazione e sono spesso contigue al mais negli allevamenti, come l’erba medica, e quelle che richiedono minori investimenti, come grano (duro e tenero) e orzo. Si notano ugualmente cali vistosi, anche se meno significativi. Si comincia a vedere qualche segno di ripresa solo per i prati permanenti. In una azienda agricola abituata a produrre questo significa in sostanza che la terra è in abbandono e le macchine sono ferme. Significa, in una parola, che l’agricoltura italiana è in declino.

Eppure l’industria continua ad aver bisogno di mais, dato che la maggior parte di quello utilizzato nei mangimifici italiani proviene dall’estero. Il fatto è che coltivare mais oggi costa troppo e rende poco, mentre nel resto del mondo l’uso ormai quasi esclusivo di mais Gm continua a garantire un rapporto accettabile tra investimenti e rese. Raccolti meno abbondanti, quindi, qualità inferiore e costi per i trattamenti chimici fino a tre volte più alti che altrove sottraggono agli agricoltori italiani una cifra oscillante tra i 175 e i 400 euro per ettaro, secondo le stime sull’agricoltura italiana dell’United States Department of Agricolture e confermati da Futuragra, l’associazione di maiscoltori friulani che si batte per la liberalizzazione delle biotecnologie nel nostro paese. Eppure, ciò non ha impedito ai ministri Zaia, Fazio e Prestigiacomo di firmare il decreto che conferma il bando degli Ogm nel nostro paese. E gli agricoltori smobilitano, ovviamente, non potendo accettare la pretesa di rimanere fuori mercato non potendo produrre ciò che invece si può liberamente importare. Con buona pace di tutti coloro che sognano che un’agricoltura che vive solo di sussidi possa svolgere una qualche funzione di “tutela del territorio”.

E’ questa l’agricoltura di cui dovrà occuparsi Giancarlo Galan, al quale facciamo i più sinceri auguri di buon lavoro. Ci si potrà continuare ad arroccare nella disperata difesa di questo desolante status quo, come hanno fatto i suoi predecessori, sperando che risposte protezioniste e assistenzialiste possano rimandare il tracollo oltre la scadenza del mandato, oppure si potrà cominciare a far circolare un po’ di aria fresca. Un buon inizio potrebbe essere la firma dei protocolli che autorizzano la ricerca su molte varietà geneticamente modificate che sono ormai da tempo chiuse in qualche cassetto del ministero. Perché in Italia, secondo una paradossale interpretazione del principio di precauzione, è vietata anche la ricerca sugli Ogm, non solo la loro coltivazione. Un approccio pragmatico, rispettoso del rigore dell’analisi scientifica più che del vento dei pregiudizi, che potrebbe aprire prospettive nuove per gli agricoltori e i consumatori italiani. Galan l’ha promesso: quando necessario sarà anche ‘eretico’. Ebbene, ora è già necessario.

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