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E’ la giustizia, non l’informazione, a trasformare i casi giudiziari in casi umani

21 maggio 2010

Quello che segue è il mio commento ad un articolo di Carmelo Palma su Libertiamo, a proposito dei processi mediatici e del cosiddetto “ddl intercettazioni”.

Non sopporto i plastici di Vespa, mi vengono le bolle a sentire le risse da Santoro, e mi sembrano di cattivo gusto anche gli inseguimenti con gli elicotteri di cui sono specializzati i network americani. Ma il problema, in Italia, non è il “processo mediatico”. Il problema è il processo, ovvero un iter giudiziario, come ho avuto modo di argomentare qualche giorno fa su Libertiamo, che si svolge secondo criteri arbitrari e insondabili che mortificano il diritto, il buon senso e la giustizia stessa. La televisione si nutre spesso di casi umani, ma è la giustizia, non la stampa, a trasformare i casi giudiziari in casi umani.

Pretendere di stabilire per legge ciò che è notizia e ciò che non lo è rappresenta un abuso illiberale. Casomai il fatto che proprio nel paese degli ordini professionali si registri un tasso così elevato di servilismo e mancanza di etica professionale da parte dei giornalisti dimostra solo quanto vani e controproducenti siano i tentativi dello Stato di sostituirsi al mercato, in questo caso il mercato dell’informazione.

Ripensiamo a quello che diceva George Gilder a Roma l’altro giorno, nel racconto di Piercamillo Falasca:

La creatività è sempre una sorpresa, il suo prodotto è sempre inaspettato ed è questo che determina il profitto dell’imprenditore. L’invito del pensatore americano è a non contrastare l’entropia, a non cercare di ingabbiare la creatività imprenditoriale con regole rigide o con una tassazione gravosa. E soprattutto, se la politica ha un compito, è quello di offrire un ambiente a bassa entropia – uno stato di diritto solido, una moneta stabile, un sistema di difesa della proprietà e dell’incolumità – nel quale possa invece prosperare un sistema economico ad alto livello di entropia.

Nel nostro paese avviene esattamente il contrario, e questo provvedimento non fa che rafforzare ulteriormente questa tendenza perversa: uno stato di diritto assente, nessuna garanzia per la proprietà e l’incolumità, e la creatività imprenditoriale (perché anche i giornali e le televisioni sono imprese che operano sul mercato) frustrata da regole che ne impediscono il pieno e libero dispiegarsi e che pretenderebbero di renderla “prevedibile”.

L’attuale maggioranza parlamentare non ha le palle per proporre una riforma incisiva del sistema giudiziario. Questo, ormai, sembra abbastanza chiaro. Allora cerca di mettere pezze e toppe laddove nessuno, ma proprio nessuno, ne sente il bisogno.

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