Skip to content

L’Italia ha tagliato i fondi per l’Africa. Per qualcuno non è una cattiva notizia

28 maggio 2010

Libertiamo – 28/05/2010

Secondo Bob Geldof l’Italia dovrebbe essere espulsa dal G7. Questo perché non avrebbe rispettato gli impegni presi cinque anni fa a Gleneagles, in Scozia, quando i capi di governo delle sette nazioni più industrializzate del pianeta stabilirono di raddoppiare la quota di aiuti all’Africa, portandola a 50 miliardi di dollari annui. Mentre altri paesi, Stati Uniti e Regno Unito su tutti, hanno onorato i loro impegni, ed altri hanno comunque messo in campo sforzi degni di nota, il comportamento dell’Italia rischia di vanificare tutto il lavoro fatto finora: l’Italia infatti, secondo il rapporto che annualmente monitora la situazione, avrebbe addirittura ridotto del 6 per cento gli stanziamenti in favore del continente africano.

Non c’è dubbio che a non onorare gli impegni presi non si fa mai bella figura, ma le parole di Bob Geldof e della sua organizzazione (della quale divide la leadership con Bono Vox degli U2), stridono fortemente con le parole di altri, che l’Africa la conoscono abbastanza bene. E’ il caso di Dambisa Moyo, secondo la quale gli aiuti non solo non possono guarire l’Africa, ma sono all’origine di molti dei suoi mali.

Dambisa Moyo viene dallo Zambia, il padre era minatore e lei, dopo il master ad Harvard, ha conseguito il dottorato in economia a Oxford ed ha lavorato per otto anni come analista in Goldman Sachs. Il suo primo libro, “Dead Aid”, pubblicato in questi giorni in Italia da Rizzoli con il titolo “La carità che uccide”, l’ha resa talmente celebre da far sì che Time la inserisse nel 2009 tra le 100 personalità più influenti del pianeta. Di recente è stata in Italia, invitata dall’Istituto Bruno Leoni, e in un’intervista a Panorama ha spiegato le sue ragioni:

Dalla fine della Seconda guerra mondiale i paesi in via di sviluppo hanno ricevuto oltre 2 mila miliardi di dollari in aiuti, metà dei quali finiti in Africa. Non solo non sono serviti, sono diventati essi stessi la principale causa della tragedia africana. Tra il 1970 e il 1998, quando il trasferimento di capitali verso i paesi del Terzo mondo ha raggiunto l’apice, il tasso di indigenza in Africa è salito al 66 per cento e nei paesi più assistiti la crescita economica ha subito una contrazione annua dello 0,2 per cento. Oggi 600 milioni di africani, metà della popolazione del continente, vivono sotto la linea della povertà…

Gli aiuti non servono, anzi sono dannosi: favoriscono la corruzione e le rendite, oltre ad essere un disincentivo allo sviluppo, che invece può venire solo dagli investimenti stranieri:

In Etiopia, dove gli aiuti formano il 90 per cento del bilancio pubblico, solo il 2 per cento della popolazione ha accesso alla telefonia mobile; il Botswana, che ha abbracciato l’economia di mercato, ha ritmi di crescita asiatici. L’Africa deve imparare dalla Cina, che si è aperta al commercio, agli investimenti, alle esportazioni. E che con 4 mila miliardi di dollari di riserve valutarie, e un’inesauribile fame di materie prime, è oggi il partner ideale dell’Africa: hanno realizzato più infrastrutture i cinesi in 5 anni che gli americani in mezzo secolo.

Dambisa Moyo non è l’unica a predicare il libero mercato come terapia per il continente africano: anche la giovane giornalista keniota June Arunga, nel suo documentario “The Devil’s Foothpath” aveva mostrato come all’origine del sottosviluppo vi sia la corruzione delle elites locali, l’opacità dei diritti di proprietà, l’assenza di rule of law e l’abbondanza di barriere poste al libero operare dei mercati. Le cifre le danno ragione, stando ai dati di pochi giorni fa sulla situazione economica dello Zambia: nella terra di Dambisa Moyo

il prodotto interno lordo crescerà, secondo un rapporto dell’Istituto nazionale di statistica, dell’8 per cento, contro una previsione iniziale del sette e a fronte del 5,9 per cento con cui e’ stato archiviato il 2009. A spingere l’economia locale saranno il buon andamento della produzione agricola e la crescita degli investimenti dall’estero, specialmente dalla Cina. Gia’ nel primo trimestre 2010, ha spiegato il ministro per il Commercio e l’Industria, Felix Mutati, gli investimenti esteri sono schizzati a un valore complessivo di 1,3 miliardi di dollari, contro i circa 200 milioni registrati nell’analogo periodo dello scorso anno.

Dambisa Moyo è abituata a non raccogliere troppe simpatie nelle istituzioni sovrannazionali, Unione Europea e Nazioni Unite su tutte, e tra le associazioni attive nella cooperazione, come quella di Bob Geldof. Il cantante non se la prenderà, dunque, se l’economista africana ritiene che la scelta italiana di ridurre i fondi per gli aiuti allo sviluppo, benché motivata da esigenze interne di bilancio, non sia necessariamente un male.

La crisi è un’opportunità per l’Africa: i donatori occidentali devono tagliare i fondi. L’Italia lo ha già fatto. Così, forse, gli africani capiranno che devono cominciare a camminare con le proprie gambe.

Annunci
4 commenti leave one →
  1. Alessandro Volterra permalink
    28 maggio 2010 15:07

    La Moyo (il cui padre ha fatto il minatore per lo stesso tempo che Briatore ha fatto il cameriere) e la Arunga a fronte di quasi cento milioni di africani sono un esempio statisticamente probante. Non è necessario sostenere con aiuti umanitari ma, se dici di farlo, sarebbe poi il caso di mantenere i patti… Tant’è in generale nel nostro Paese. Diciamo che stiamo parlando della famosa notizia dell’uomo che morde il cane. Tanto la Moyo non vive in Africa come me e te e si può permettere di dire ciò che vuole. Si muore di fame e malattie in un altro continente.

  2. Giordano Masini permalink*
    28 maggio 2010 15:29

    E’ vero, Alessandro. Se prendi un impegno è bene mantenerlo, e avrei preferito che l’Italia avesse cambiato strategia in base a convinzioni e non in base a contingenze. Quanto a ciò che affermano Moyo ed Arunga, i dati sembrano dar loro ragione: è cosa abbastanza nota che le eccedenze agricole occidentali che piovono in Africa tagliano le gambe all’agricoltura locale. Bisognerebbe poi togliere i dazi doganali che fermano i prodotti africani alle frontiere europee, americane e giapponesi… La storia è lunga e complicata, ma le tesi di Dambisa Moyo, da qualunque parte del mondo essa parli, mi sembrano molto interessanti.

  3. roberto permalink
    11 giugno 2010 11:54

    insomma la ricetta sarebbe, dazzi sulle importazione per ciò che riguarda i paesi africani per favorire/consentire lo sviluppo di una industria/agricolutura locale e agevolazione alle esportazioni verso i paesi occidentali o cumunque ricchi. Questo ha senso certamente più dei semplici aiuti assistenziali, ma non sarebbe libero mercato (che esiste ed è esistito solo nei libri di A.smith).
    Gli aiuti solitamente sono un ottimo affare per chi li da, molto meno e molto spesso per chi li riceve.Vedi prestiti non necessari a tassi di usura o industrie nazionali sussidiate con la scusa di aiutare il terzo mondo. Insomma nulla è semplice e non esiste mai la ricetta economica panacea di tutto, chi la propone o è un idiota o peggio è in mala fede. Saluti

Trackbacks

  1. Viva il land grabbing! « La Valle del Siele

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: