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Dell’isolamento e dell’equidistanza

1 giugno 2010

Da ieri mattina anche i commentatori più benevoli verso lo stato ebraico stanno ripetendo lo stesso mantra di sempre: Israele è isolata, e lo è oggi come mai nella storia. Abbiamo sentito ripetere la stessa filastrocca in occasione della costruzione del muro, dell’operazione “piombo fuso” su Gaza e in ogni altra occasione, via via fino a poche settimane fa, quando il governo di Bibi Netanyahu annunciò la realizzazione di alcuni insediamenti a Gerusalemme proprio in occasione di una visita del vicepresidente americano Joe Biden. Con l’aggiunta, e anche questa non è una novità, che il comportamento di Israele favorirà Hamas e i suoi alleati, in un presunto sistema di vasi comunicanti in cui il comportamento delle organizzazioni terroristiche (sulle cui scelte infatti non c’è mai nulla da obbiettare) dipenderebbe solo e soltanto dalla politica israeliana.

Israele isolata non piace, disturba i giocatori di scacchi che in giro per il mondo si giocano le carriere sul cerchiobottismo diplomatico e sul mantenimento dello status quo. Non piace un’Israele che non chiede ad Hillary Clinton il permesso di proteggere i suoi cittadini, che se ne frega di sapere cosa ne pensa il governo turco, se il governo turco se ne è fregato di sapere cosa ne pensava il governo israeliano, o cosa mai diranno il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’Unione Europea, Mr Pesc e tutti gli altri “enti inutili”. Non piace un’Israele libera, che non si fa tenere per le palle dal primo negoziatore euro-russo-cino-arabo-americano di turno.

Il grossolano intervento della marina israeliana di ieri mattina ha provocato il simultaneo rilascio degli sfintéri di tutti questi “equidistanti” professionali, che si sono precipitati ai microfoni e alle agenzie a cinguettare gongolanti che Israele ha compiuto un passo falso, che è isolata, oggi come mai nella sua storia. Gli stessi che non hanno battuto ciglio di fronte ai missili Scud che la Siria ha cominciato a fornire a Hezbollah alcune settimane fa (ma quanto sarà mai “isolata” la Siria?), o che di fronte all’offerta israeliana di liberare un migliaio di detenuti in cambio di Gilad Shalit (offerta rifiutata da Hamas perché giudicata insufficiente) hanno detto agli stessi microfoni e alle stesse agenzie: “Bene, è un primo passo, ma non è abbastanza“.

La guerra in corso non è una “guerra di narrative“, come piacerebbe a noi europei a cui l’azione di ieri mattina ha rovinato il climax e il lieto fine. E’ una guerra vera, strano che dopo più di sessant’anni non si sia ancora capito, in cui la posta in gioco è la sopravvivenza di una nazione e di un popolo.

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  1. Mauro Lib permalink
    1 giugno 2010 13:25

    Sottoscrivo, ma un certo punto Israele dovrà venire a patti con un arma che solo i Palestinesi possiedono: l’incremento demografico. Diventerà un problema ‘fisico’ prima che politico.

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