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Le imprese agricole non crescono perchè gli ‘aiuti’ non glielo consentono

4 giugno 2010

Libertiamo – 05/06/2010

Si ricomincia a parlare di Politica Agricola Comune. Il traguardo della riforma del 2013 si avvicina, e i ministri dell’agricoltura dei paesi membri dell’UE si sono ritrovati a Merida, in Spagna, per cominciare a tracciare strategie, comporre alleanze, definire obbiettivi. Tutto finora è molto vago, tranne la solita sensazione di ridicolo e di ipocrisia che alberga dietro alle dichiarazioni ufficiali, che nascondono una strategia comune non dichiarata, che nasconde a sua volta una guerra all’ultimo sangue.

La strategia comune è quella di mantenere comunque in vita lo strumento che più di ogni altro ha contribuito al declino dell’agricoltura europea; la guerra all’ultimo sangue è quella che da oggi in avanti sarà combattuta tra gli Stati membri e tra le loro confederazioni sindacali agricole per l’attribuzione di posti sempre più prestigiosi al banchetto degli aiuti. Il risultato sarà, con tutta probabilità, una complicazione ulteriore delle modalità di intervento pubblico nell’economia agricola europea, e un conseguente ulteriore impoverimento delle aziende agricole, sia in termini economici, sia in termini di libertà di impresa.

La mia opinione è che della PAC sarebbe meglio fare a meno, come ho avuto l’opportunità di illustrare in altre occasioni. L’aspetto che vorrei approfondire in questa sede è quello dell’accorpamento fondiario e di come il sistema di incentivi e sussidi rappresenti alla prova dei fatti un freno a mano costantemente tirato, che riduce e non accresce per le imprese la possibilità di affrontare il mercato globale realizzando economie di scala più vantaggiose.

E’ chiaro ad ogni imprenditore che maggiori sono le dimensioni di un’impresa, maggiore è la sua competitività e maggiore è la sua capacità di resistere nei periodi di crisi. In un’azienda agricola, aumentare le dimensioni significa innanzitutto un abbattimento esponenziale di tutti i costi d’impresa: dai macchinari alle attrezzature, dalla mano d’opera alle infrastrutture, oltre alla possibilità di spuntare prezzi migliori ai fornitori.

Ma un agricoltore che volesse acquistare o affittare un terreno dovrà acquistare o affittare anche i cosiddetti “diritti disaccoppiati”, ovvero il diritto a beneficiare dei sussidi per quei terreni. Un costo eccessivo da affrontare, soprattutto sapendo in anticipo che il sistema di erogazione viene aggiornato arbitrariamente ogni cinque o sei anni: si troverebbe ad acquistare o affittare qualcosa di cui non ha la certezza di beneficiare allo stesso modo negli anni successivi.

Oltre a ciò anche chi affitta o vende sarà riluttante a privarsi di una rendita, a meno che il prezzo di vendita o il canone d’affitto non siano sufficientemente alti da compensare la perdita: il risultato, infatti, è che il valore dei terreni è assolutamente sproporzionato rispetto alla loro produttività. Nessuno compra, nessuno vende e nessuno affitta.

L’acquisto e la vendita non sono gli unici sistemi per perseguire l’obbiettivo dell’accorpamento fondiario. Le aziende agricole possono unire le forze, magari costituendo delle società in cui ogni agricoltore partecipa con i suoi terreni. Ma anche in un caso del genere, a chi andrebbero i contributi? Resterebbero al proprietario dei terreni o verrebbero assorbiti dalla società? Non è una domanda di poco conto, se si considera il fatto che se un agricoltore non beneficia dei “diritti” per un paio d’anni finisce per perderli definitivamente. Nessuno cederebbe i suoi “diritti” alla società, sapendo in anticipo che, qualora dovesse uscirne, non ne potrebbe più beneficiare. Il caos normativo in materia è sufficiente per dissuadere anche il più benintenzionato, soprattutto in un settore come quello agricolo tradizionalmente refrattario alle novità.

Oltre agli aiuti diretti di cui abbiamo parlato, anche il “secondo ramo” della PAC, quello degli aiuti allo sviluppo, disincentiva non poco iniziative del genere. I Piani di Sviluppo Rurale forniscono molti contributi a fondo perduto alle imprese agricole per l’acquisto di impianti e attrezzature finalizzati ad obbiettivi precisi: anche in questo caso gli agricoltori rinunciano malvolentieri all’opportunità di approfittare di simili “affari”, anche se nella maggior parte dei casi si rivelano affari fallimentari, dato che incentivano le imprese a fare investimenti che altrimenti non avrebbero fatto.

Spesso, quando si parla di sostenibilità ambientale, si sente ripetere il ritornello dell’agricoltore che, col suo cappello di paglia, la camicia a scacchi e il filo d’erba in bocca, svolge una funzione di “presidio” per il territorio, il paesaggio e l’ambiente naturale. Si sostiene che la PAC serve anche a questo, a impedire che le esigenze del mercato, imponendo dimensioni aziendali più grandi, allontanino la gente dalle campagne. Si pretende che aziende di maggiori dimensioni e votate al profitto siano dannose per l’ambiente naturale e la biodiversità.

Ma è una visione ideologica e totalmente priva di fondamento: è abbastanza evidente che solo un’azienda agricola produttiva è in grado di svolgere una funzione del genere, mentre oggi sono sempre di più i terreni lasciati in abbandono. E un’azienda produttiva per essere tale deve avere dimensioni adeguate e deve potersi muovere liberamente sul mercato.

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