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Ciwati?

25 giugno 2010

Se qualcuno ancora si chiede per quale motivo il PD non riesce a scrollarsi di dosso la sua vecchia e gerontosaurica classe dirigente può andarsi a leggere le dichiarazioni del nuovo che avanza, cioè Pippo Civati.

Il tea party in Italia esiste già  e si chiama Lega, si chiama Silvio Berlusconi. So che si era fatto anche il nome di Fini a fianco al movimento: non mi stupirei, è l’unico in Italia che abbia cambiato più idee di Tremonti. In Italia il paradosso è che la rivolta parte dai banchi del Parlamento e del governo  ma il tema della pressione fiscale è sicuramente centrale. In Italia le tasse sono così alte perché qualche stronzo non le paga. Fanno una proposta di estrema destra in un paese che non ha la cultura e la tradizione per poterla accogliere, hanno un governo che gli è vicino… Ma perchè non si iscrivono alla Lega a questo punto?

Ora, è legittimo non avere troppa simpatia per i Tea Parties e per la cultura che li ispira, si può anche continuare a ritenere (senza timore di coprirsi di ridicolo) che le tasse sono troppo alte perché c’è chi non le paga, e non perché sono troppe le cose (inutili) che con le tasse devono essere pagate. Si può anche continuare a non capire nulla dei propri veri avversari, come la Lega, e degli interessi che rappresentano. Fin qui tutto nella norma..

Ma questa disperata ricerca di nemici anche là dove non ce ne sono, questa pretesa di arruolare più gente possibile nell’esercito dei cattivi, e questo estenuante tentativo di semplificare la realtà in uno schema tipo buono/no buono,  sono tutti meccanismi da buon minoritario che anche D’Alema e Veltroni avevano superato da tempo. Viste le alternative, che Dio ce li conservi.

Per chi poi volesse farsi un idea di come sono fatti questi pericolosi reazionari del tea party domani può andare a conoscerli di persona a Roma, vicino alla chiesa di Santa Maria dei Miracoli, tra via del Corso e Piazza del Popolo.

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2 commenti leave one →
  1. 14 ottobre 2010 08:12

    Caro Giordano,
    ora che Berlusconi vuole fare il Tea Party (si legga il pezzo di oggi di Repubblica, a firma di Claudio Tito), forse capirà che cosa intendevo dire.
    Cordiali saluti,
    giuseppe civati

  2. Giordano Masini permalink*
    14 ottobre 2010 10:59

    Giuseppe (possiamo darci del tu? Non ci crederai, ma abbiamo fatto l’ultima campagna congressuale del PD sostenendo lo stesso candidato), avevo capito già all’epoca ciò che volevi dire, e la nuova uscita di Berlusconi non cambia nulla, anzi: Berlusconi vince in Italia (in compagnia della Lega) ripetendo slogan da Tea Party. E questo è un fatto che dovrebbe indurre a ritenere che l’idea di avere uno stato meno invadente e una pressione fiscale meno oppressiva sia una prospettiva non del tutto sgradita nel nostro paese. Ma Berlusconi (e questo è un altro fatto) non mantiene le promesse, e la cosa comincia (meglio tardi che mai) a irritare qualcuno che magari decide di dar vita a un movimento indipendente in cui prova a ribadire che a quegli slogan dovrebbero seguire dei fatti.

    Possiamo discutere all’infinito su quanto siano credibili i Tea Parties italiani, su quanto tentino o meno di scimmiottare i loro omonimi americani provando a far dimenticare che in America c’è anche una dose di conservatorismo sui temi civili assolutamente indigeribile (c’era un bel racconto di Mingardi tempo fa http://www.chicago-blog.it/2010/08/29/la-pianta-del-te/), ma questo non cambia la sostanza delle cose: c’è qualcuno che non si sente più rappresentato dal PdL ma continua a ricevere calci in culo altrove.

    Non so se il tentativo di Berlusconi di riappropriarsi dell’esclusiva della propaganda sui temi fiscali avrà successo. Può darsi. Ma se lo avrà sarà stato anche merito di chi ha storto il naso quando aveva l’opportunità di dialogare, e di chi si ostina, prima di esprimere un giudizio su qualcosa, a controllare prima cosa ne pensa Berlusconi.

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