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La Nutella e l’educazione all’irresponsabilità

25 giugno 2010

Libertiamo – 25/06/2010

Percorro frequentemente le strade dell’Alta Austria ormai da qualche anno, ma mi sono accorto solo oggi che la linea di mezzeria è sempre tratteggiata, anche nelle curve. Finora non lo avevo mai notato, e ho chiesto lumi ad Anna: “Ma dalle vostre parti non si usa la linea continua, dove non si può sorpassare?” La mia compagna mi ha guardato con aria un po’ compassionevole, e mi ha chiesto se per caso avessi bisogno della linea continua per capire dove non è il caso di tentare un sorpasso.

La cosa mi ha fatto tornare alla mente la questione della Nutella, ormai di alcuni giorni fa, e del regolamento approvato dal Parlamento Europeo che impone norme particolarmente severe e restrittive per l’etichettatura dei prodotti alimentari. Grazie a questo regolamento la Nutella, così come molti altri prodotti, dovrebbe indicare chiaramente non solo la quantità di grassi, saturi o meno, sale, zuccheri, ecc. contenuti nel barattolo, ma anche il consumo ottimale giornaliero oltre il quale un individuo adulto potrebbe cominciare ad avere problemi di salute.

Effetivamente anche in quell’occasione mi ero posto delle domande analoghe: c’è davvero bisogno di un’etichetta così congegnata per capire che esagerare con la Nutella può far male? E non basterebbe una mezza giornata di mal di pancia per imparare la lezione? E se poi uno la lezione non la vuole imparare, e preferisce continuare a ingozzarsi di crema al cacao e nocciola, non saranno fatti suoi? E l’etichetta sarebbe servita a qualcosa?

Ci sono due aspetti di questa vicenda, come delle molte che l’hanno preceduta (chi si ricorda, tanto per dirne una, il divieto di fornire lo zucchero sfuso agli avventori dei bar? Io me ne ricordo ogni volta che tento di aprire una bustina di zucchero con una brioche in mano) che meritano qualche riflessione. Il primo aspetto, di ordine generale, riguarda l’insopportabile pretesa che gli individui debbano essere protetti da loro stessi, che la libertà di scelta sia qualcosa che mette le persone in pericolo, e che uomini e donne debbano essere scoraggiati dall’esercizio della responsabilità individuale.

La questione non è tanto, o non è solo, l’apparentemente lodevole intenzione di informare i consumatori e i cittadini dei pericoli che possono incontrare dentro un barattolo, o per la strada, o nei luoghi di lavoro, o in qualsiasi altro ambito della loro vita. La questione è casomai quella di stabilire se sia compito delle autorità pubbliche “educare” i cittadini a comportamenti “virtuosi“, e preservarli dalla possibilità che usino la loro libertà per fare cose sciocche. Il giorno in cui raccomandazioni del genere dovessero essere obbligatorie, oltre che sulle etichette dei barattoli di Nutella, anche sulle copertine dei libri (esagero? Non so, l´educazione dello spirito è anche più importante di quella alimentare, e prima o poi qualcuno vorrà farsene carico), magari torneremo a parlarne con toni meno ironici.

Si sta sempre più diffondendo l’idea che noi abbiamo in qualche modo diritto ad un’esistenza priva di rischi, e che non sia nostra responsabilità guardare dove si mettono i piedi. L’idea, questa sì, pericolosa, che tutto ciò che non è vietato, o su cui non sia esposto un cartello con su scritto “attenzione, pericolo” sia sicuro. E che destreggiandoci tra certificazioni, etichette, denominazione d’origine, norme CE e quant’altro la nostra vita scorrerà senza rischi, o meglio, senza responsabilità. Se l’intenzione dei parlamentari europei è quella di educare, non riesco a immaginare cosa più diseducativa di questa continua e martellante educazione all’irresponsabilità, o quantomeno alla delega delle proprie responsabilità.

L’altro aspetto è di ordine più pratico: se le autorità pubbliche europee (ma potrebbero essere anche quelle nazionali) hanno deciso di provvedere alla nostra educazione alimentare, la logica vorrebbe che se ne assumano anche l’onere e i costi, magari, che ne so, organizzando appositi corsi nelle scuole, piuttosto che scaricare sulle aziende, oltre al danno di vedere in qualche modo boicottati i loro prodotti, la beffa di doversi anche preoccupare della diffusione e della pubblicità di informazioni potenzialmente nocive per le loro attività.

Proviamo ad immaginare le strade senza la linea continua al centro. In Austria sembra che si riesca a sopravvivere anche senza, e senza troppi problemi (ma hanno poco da compatirci: quanto a leggi e regolamenti, magari su altre cose, non sono secondi a nessuno). Da noi, invece, se percorro la Cassia tra Viterbo e Siena, ad essere scomparsa è proprio la linea tratteggiata, e il sorpasso è ormai vietato praticamente ovunque. Per la nostra sicurezza, probabilmente. Possiamo anche, con un po’ di sforzo, immaginare un mondo dove la pubblicità dice che la Nutella fa bene e noi, come abbiamo sempre fatto, non ci crediamo, e ce la mangiamo lo stesso. E se ci fa male sono solo fatti nostri.

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2 commenti leave one →
  1. 26 giugno 2010 10:12

    ”Ma dalle vostre parti non si usa la linea continua, dove non si può sorpassare?” La mia compagna mi ha guardato con aria un po’ compassionevole, e mi ha chiesto se per caso avessi bisogno della linea continua per capire dove non è il caso di tentare un sorpasso.”

    di questo passo andremo verso l’abolizione dei cartelli stradali.
    Ora, lo so che il nord fa tanto cool, ma visto , per dirne una , che il sistema bancario austriaco è in mezzo fallimento, ogni tanto anche i nordici potrebbero apprezzare le usanze indigene del sud europa

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