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Verso la nuova Pac. Qualcosa da tenere a mente

3 agosto 2010

Chicago Blog – 03/08/2010

Se le parole hanno un significato, la nuova Politica Agricola Comune che dovrebbe vedere la luce nel 2013 potrebbe essere un furto. Un furto ai danni dei contribuenti, e questa non sarebbe una novità, e un furto ai danni degli agricoltori, ai quali verranno sottratte risorse nominalmente destinate a loro ma che verranno in realtà usate per tutt’altri scopi. Un furto con destrezza, a giudicare dai dibattiti che si sono tenuti in questi mesi e che vertono tutti su un unico scopo: come riuscire a dirottare ulteriori risorse dal capitolo degli “aiuti diretti” a quello degli “aiuti allo sviluppo”.

Per capirsi, gli aiuti diretti sono quelli che ogni agricoltore riceve, a prescindere da cosa coltiva. Sono, come ogni sussidio, fortemente distorsivi, specialmente per quel che riguarda i prezzi all’origine, che vengono condizionati al ribasso, e per i valori fondiari, che invece vengono sospinti in alto. Ma quantomeno rappresentano un sostegno al reddito che lascia comunque all’agricoltore la libertà di investire nella direzione che ritiene più opportuna. Gli aiuti allo sviluppo, invece, sono un’invenzione perversa risalente alle precedenti riforme, attraverso la quale la politica è tornata a intervenire pesantemente sulle scelte degli imprenditori agricoli, condizionando l’erogazione di allettanti contributi, specialmente in conto capitale, all’assunzione di precisi impegni.

E non solo, perché gli aiuti allo sviluppo non vengono concessi solo alle aziende agricole: alla stessa fonte si abbeverano abbondantemente anche consorzi, trasformatori, confezionatori, e, quel che più conta, enti pubblici, dalle nostre parti soprattutto comuni e comunità montane. Servono a un po’ di tutto, dalla ristrutturazione di casali per attività agrituristiche all’installazione di pannelli fotovoltaici e funghi eolici, dalla manutenzione delle strade rurali e comunali al finanziamento di enti e istituzioni di ricerca e divulgazione scientifica e ambientale, dall’acquisto di impianti e macchinari per la costituzione di consorzi di trasformazione e confezionamento al sostegno ai mercatini rurali, spesa a km 0 e altre amenità del genere.

Tornando all’attualità, il Commissario europeo all’Agricoltura, Dacian Ciolos, ha reso noti i risultati di un sondaggio dell’Eurobarometro, contenente le opinioni di seimila cittadini europei a proposito di agricoltura e Politica Agricola Comune. Bene, secondo questo sondaggio la tutela del paesaggio rurale, la lotta ai cambiamenti climatici e, guarda un po’, mantenere prezzi ragionevolmente bassi per i consumatori, dovrebbero essere le priorità della Pac, alla quale ovviamente tutti si dicono favorevoli. In particolare, la stragrande maggioranza degli intervistati (82%) ritiene che l’Europa debba aiutare gli agricoltori a combattere i cambiamenti climatici, dato che una simile percentuale dei medesimi si dice convinta che entro pochi anni gli agricoltori subiranno effetti devastanti dal riscaldamento globale.

Questo sondaggio sarebbe la base per costruire le fondamenta della nuova Pac, e, nella sostanza, garantire quel trasferimento di risorse dalle tasche degli agricoltori a quelle di chissacchì, o comunque per consentire a chissacchì di mettere il becco nelle scelte imprenditoriali delle aziende. Ora, facciamo attenzione: il fatto che un campione di cittadini europei (cittadini, probabilmente, in ogni senso) si dica convinto che il mondo stia per andare a fuoco, e che siano gli agricoltori a doverlo salvare dalle fiamme per loro, non significa ovviamente che le cose stiano esattamente così. Anzi, ci sono molti studi che dimostrano come l’intensificazione agricola abbia avuto effetti positivi sia, come è facilmente comprensibile, sulla distribuzione delle risorse alimentari, sia, e questo è più arduo da far intendere, anche nella gestione più razionale delle risorse del suolo (l’acqua, in primis), fino ad incidere positivamente anche sulle emissioni di gas serra. Ne abbiamo discusso su queste pagine pochi giorni fa.

Ci sono serie possibilità, quindi, che la montagna di denari pubblici che verranno utilizzati nel futuro per indurre gli agricoltori a produrre meno, a rifiutare le biotecnologie, a indirizzarsi verso sistemi produttivi a “basso impatto” e a divenire sempre meno competitivi rispetto al resto del pianeta saranno serviti solo a incidere la lapide sulla tomba dell’agricoltura del vecchio continente. E allora saremo tutti contenti, nel nome della green economy. Illustrando i risultati della ricerca Ciolos si è detto rassicurato del fatto che i cittadini europei si mostrino convinti della necessità della Pac, e ha mostrato idee chiare per il futuro:

Voglio una Pac forte,  a sostegno della diversità di tutti i suoi agricoltori e dei suoi territori, produttrice di quei beni pubblici che la società europea attende.

Beni pubblici che la società europea attende. Parole queste (molto simili a quelle già usate poco tempo fa dall’ex ministro delle Politiche Agricole e attuale presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo Paolo De Castro), che a mio avviso dovremmo tenere bene a mente.

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