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Ricomincia l’anno scolastico. Ragazzi, studiate, ma non fate i compiti!

6 settembre 2010

Libertiamo – 06/09/2010

Quanto scrivo non è supportato da dati certi e analisi approfondite. E’ soltanto il frutto di alcune riflessioni, basate sull’esperienza (personale) e sull’osservazione (parziale). Lo dico subito per evitare equivoci, ma lo dico anche perché spero che le mie considerazioni possano stimolare un dibattito in cui dati certi e analisi più approfondite sono benvenute.

Il punto di partenza è la sensazione che quanto la scuola italiana offre ai suoi utenti in termini di “strumenti utili per la vita” (passatemi questa genericissima definizione) sia molto, ma molto meno di quanto essa invece toglie, in termini di tempo. La scuola non riesce, per le sue inefficienze, a offrire ciò che deve offrire durante l’orario scolastico, e di conseguenza il tempo che uno studente deve dedicare alla scuola va ben oltre l’orario scolastico. Ma al tempo stesso, quello che la scuola deve offrire “da contratto” ai suoi fruitori non è sufficiente. Non perché la scuola debba offrire di più, ma perché l’apprendimento passa anche per altre strade.

Il tempo che la scuola regolarmente divora nei pomeriggi degli studenti viene sottratto al tempo che ogni giovane individuo dovrebbe poter usare per seguire le sue personali strade di curiosità, interessi, passioni. Ho assistito con impotenza alla perdita progressiva di interesse da parte di mio figlio verso tutte quelle cose che fino all’inizio delle elementari lo incuriosivano attivamente (animali, scienza…). Quando si passa metà pomeriggio a cantilenare italiano e matematica rimane poca voglia per andare oltre la tv o la playstation.

Credo che il primo equivoco alla base di questo problema sia il fatto che spesso gli insegnanti non ritengono di dover valutare i risultati, comunque questi vengano conseguiti, ma il modo in cui viene seguito il metodo da loro proposto (anzi, proposto dal ministero): invece di concentrarsi sulla macchina, ci si concentra sul manuale di istruzioni. Questo aumenta in maniera esponenziale il carico di lavoro degli insegnanti e degli studenti, ma ne diminuisce in maniera proporzionale la produttività, che forse si può misurare anche in termini di creatività e propositività (per gli insegnanti) e di curiosità, dinamicità nell’apprendere e capacità di “diversificare” le fonti dell’apprendimento (per gli studenti).

La scuola dovrebbe restituire tempo ai ragazzi, e lasciare che lo impieghino come credono, salvo poi valutare seriamente (e severamente) il loro lavoro. Già l’offerta scolastica è mortificata dalla gestione monopolistica che il sistema pubblico impone. Ci manca solo che il monopolio statale sull’apprendimento arrivi fino all’ora di cena ed oltre.

Il tempo libero non è tempo vuoto. Diventa vuoto e futile se è troppo poco e se si è troppo annoiati dal modo in cui si è stati costretti ad impiegare il resto del tempo per riuscire a renderlo utile e produttivo. Forse, mentre il ministero e i sindacati rimettono in scena, come ogni anno, l’ennesima replica della stessa farsa, uno “sciopero dei compiti” potrebbe essere una bella novità.

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