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Quanto è buona l’acqua pubblica (all’arsenico…)

29 novembre 2010

Libertiamo – 29/11/2010

Sarà che risiedo in uno dei comuni interessati, ma a me la notizia non ha lasciato del tutto indifferente. Pare che in 128 comuni italiani l’acqua non sia conforme alle norme fissate dall’UE in materia di potabilità. In particolare i valori di arsenico, la cui presenza è consentita fino a 10 microgrammi per litro, raggiungono in molti casi i 50 microgrammi, 5 volte di più della soglia ammessa. In parole povere, per le utenze di 128 comuni l’acqua potabile non sarebbe potabile, e secondo le autorità europee non c’è più spazio per deroghe, ma solo per adeguarsi, e subito.

Paracelso diceva che è la dose che fa il veleno, quindi è chiaro che non deve essere la parola “arsenico” a spaventare, quanto la sua concentrazione, e io non sono certo la persona più titolata per affermare se una concentrazione di 50 microgrammi per litro rappresenti un rischio reale per la salute o se le soglie imposte dall’UE siano eccessivamente restrittive. Però questa vicenda e l’atteggiamento tenuto dalle autorità pubbliche italiane mi sembrano illuminanti per evidenziare ciò che non va nel settore della gestione dei servizi idrici, che avrebbe bisogno di una massiccia e non solo formale dose di liberalizzazioni.

L’Italia ha recepito la direttiva europea che fissa questi limiti dal 2001, ma da allora aveva già ottenuto altre deroghe (qualcuno ne era a conoscenza?) Il motivo per il quale quest’ultima richiesta di deroga è stato respinto è che la legislazione europea prevede la possibilità di deroghe solo per brevi periodi, in casi eccezionali e fino a una concentrazione massima di 20 microgrammi per litro, mentre la richiesta italiana sembrava evidenziare una tendenza a gestire la normalità in regime di deroga (che strano…)

Il ministro Fazio, cadendo dalle nuvole, ha ammesso che “l’ordinanza di deroga era stata fatta perché si prevedeva che non ci fosse alcun parere negativo da parte della Comunità europea”, tanto che nell’ultima richiesta presentata alla Commissione Europea dal Ministero della Sanità si sosteneva paradossalmente che la concentrazione di arsenico è così elevata per cause naturali, dovute alla falda che in molte regioni (è il caso del Lazio, la regione messa peggio) attraversa strati vulcanici e non so che altro, come se questo rappresentasse un’attenuante (non so, magari l’arsenico che viene da lì è meno arsenico, tutto sommato è naturale, non può fare così male…).

Invece questa volta è andata male, la Commissione Europea ha risposto che concentrazioni di arsenico eccessive sono tollerabili solo per periodi ridotti, sono pericolose soprattutto per i bambini di età inferiore ai tre anni e possono indurre alcune forme di cancro, e così anche noi utenti siamo venuti a conoscenza di questa storia. Una storia che, secondo il più classico dei paradigmi della gestione in regime di monopolio pubblico, vede il gestore del servizio e il controllore della sua qualità riunite nella stessa persona, e vede l’autorità pubblica usare il potere di cui dispone non per adeguare il servizio alle regole (e all’interesse degli utenti), ma per adeguare le regole alla qualità del (dis)servizio (evitando di informare gli utenti).

I fan dell’acqua pubblica ad ogni costo hanno qualcosa da dire al riguardo? C’è uno strano silenzio intorno a questa vicenda, non ci sono i sindacati in prima linea, e anche le associazioni dei consumatori ne parlano piuttosto a bassa voce, mentre i sindaci balbettano aspettando istruzioni e finanziamenti (guardate quanti distinguo e “forse però” si accumulano nel commento del prode Cianciullo da Repubblica, eroico paladino dei consumatori ecologicamente informati: “abbiamo un sistema di controllo delle acque potabili estremamente efficiente che permette di rilevare subito ogni anomalia”)

Eppure ci sarebbero, probabilmente, gli estremi per fare un bel casino: ci si potrebbe rifiutare di pagare la fornitura dell’acqua (che se non è potabile non rispetta gli accordi contrattuali tra utente e gestore del servizio), rifarsi dare i soldi a partire, quantomeno, dal 2001, chiedere fior di danni per ogni raffreddore che ci siamo presi dal 2001 a oggi (la Philip Morris si e le municipalizzate no?) e, soprattutto, pretendere il diritto di potersi scegliere il proprio fornitore di fiducia di acqua potabile (se mi hai già dato una sòla avrò ben diritto di rivolgermi a qualcun altro), come già avviene per l’energia e le telecomunicazioni, sulla base del migliore rapporto qualità/prezzo.

E se ciò non fosse logisticamente possibile, sarebbe quantomeno auspicabile (ne parlavano Falasca e Romano in un recente focus per IBL) che le società a cui viene affidata la gestione del servizio idrico siano private a tutti gli effetti, quotate e scalabili, e soggette alla valutazione indipendente degli analisti finanziari, in modo che, anche in presenza di limiti tariffari imposti dall’autorità pubblica, il deprezzamento dei titoli e il rischio di take-over ostili siano i veri stimoli all’efficienza, all’innovazione, agli investimenti e al mantenimento di livelli qualitativi elevati.

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7 commenti leave one →
  1. Ludovico Catani permalink
    29 novembre 2010 11:03

    Io vedo del pericolo nel fare di tutta l’erba un fascio…
    Bisogna dividere nettamente il concetto di “bene pubblico” dal concetto di “gestione pubblica”.

    Il fatto che la gestione pubblica, soprattutto in Italia, sia assolutamente da cambiare non ha niente a che vedere con la discussione sul concetto di acqua pubblica/privata.

    Per quanto riguarda l’acqua intesa come prodotto io trovo importante che un bene strettamente necessario per la sopravvivenza debba essere tenuto al di fuori delle logiche del mercato. Che poi la gestione debba essere ottimale è un altro paio di maniche…

    Anche il privato, a proposito di mentalità imprenditoriale all’italiana, ha i suoi grandi rischi: troppo spesso si cerca di spuntarla sulla concorrenza non mantenendo “livelli qualitativi elevati” ma agendo su prezzi e promozioni. Si nascondono così le considerazioni sulla qualità del prodotto e del servizio che invece dovrebbero essere le uniche preoccupazioni del cliente.

    Saluti

  2. 29 novembre 2010 14:21

    Si da il caso che io viva in uno dei comuni, nei pressi di Civitavecchia, che da sempre riceve acqua non potabile. Un bel giorni i nostri politici decisero di privatizzare il servizio, ed arrivò l’Acea , e credo contemporaneamente i sindaci dell’alto lazio riuniti in assemblea,decisero il Piano d’Ambito in collaborazione con la Acea, pianificando e realizzando gli investimenti e sperimentando soluzioni tecnologiche innovative.

    Suona bene, di efficenza. Come sempre però ci siferma al “suono” delle parole, ma manca la sostanza. In realtà ci hanno aumentato le bollette, le tubature vecchie, sono ancora vecchie, dobbiamo pagare anche l’acqua che non consumiamo, 1000 litri al giorno lii paghiamo in ogni caso, paghiamo l’affitto di un contatore che noi stessi anni fa abbiamo provveduto a comperare e fare mettere, riceviamo bollette pazze, ma in compenso l’Acea ha provveduto a fornirci acqua potabile, è stato facile: dichiara potabile la stessa acqua che ricevevamo prima: torbida se piove, sempre ricca di larve, vermetti e arsenico, ma anche , come sempre, troppo ricca di fluoro. In realtà se prima mantenevamo la burocrazia comunale, ora manteniamo sempre la stessa infingarda burokrazia che fa lavorare pochi onesti e non “appoggiati”, ed in più manteniamo una spa che bada a fare guadagnare gli azionisti e quindi deve spremere noi cittadini.

    Acea dovrebbe fare i depuratori ed aggiornare la rete fogniaria, anche per questo ci fa pagare una quota fissa corrispondente a 1000 litri al giorno anche se non la consumiamo ed a prezzo maggiorato. Inutile dire che… il Comune ci chiede di mettere le mani in tasca e .. farci i depuratori e rivedere la rete fogniaria e l?Acea? E le bollette quadruplicate e peggio? Preso l’incarico dorme da piedi, e manda gli assessori a colloquiare con i cittadini, trattandoli da caciottari, facendogli promesse da.. caciottari. Queste le chiamate liberalizzazioni, io ho un altre termine, che chiunque può intuire.
    Meglio lo Stato che in ogni caso deve rispondere ai cittadini e non agli azionisti

  3. Mattia permalink
    29 novembre 2010 15:15

    “I fan dell’acqua pubblica ad ogni costo hanno qualcosa da dire al riguardo?”
    Riguardo a cosa, che 60 milioni di italiani hanno a disposizione della buonissima acqua pubblica? No, non ho altro da aggiungere.

  4. 29 novembre 2010 15:28

    E in che modo lo Stato risponderebbe ai cittadini? Ci possiamo rivolgere a un altro Stato? Si può privatizzare in diversi modi, e in Italia siamo specialisti nel privatizzare per finta, ma il problema è se chi eroga un servizio rischia qualcosa o meno, e in Italia non rischia nulla, tanto che ci può rifilare acqua con una concentrazione di arsenico 5 volte superiore alla norma senza che succeda assolutamente niente. Mentre le tariffe non c’entrano nulla con il tipo di gestione, esse sono solo un rapporto tra i costi di gestione, i criteri per la loro copertura e i parametri da rispettare.

    In Germania le società che erogano il servizio sono publiche, ma devono rispettare standard qualitativi alti. Quindi le tariffe sono alte, per coprire i costi che non possono essere trasferiti sulla fiscalità generale. In Inghilterra le tariffe sono imposte dalle autorità pubbliche, ma le società che gestiscono gli acquedotti sono private, quotate in borsa, e sottoposte alle valutazioni delle agenzie indipendenti in modo che, come dicevo nel post, il rischio di deprezzamento dei titoli funga da stimolo per l’efficienza e la qualità.

    Poi c’è il modello italiano, non importa se publico o (nominalmente) privato, in cui chi gestisce il servizio può permettersi il lusso di imporre tariffe basse tanto poi ti sfila i soldi dalle tasse, e gli standard da rispettare sono solo di facciata, tanto non c’è pericolo di perdere né la gestione, né la clientela, né il valore o la proprietà della società.

  5. rocco permalink
    29 novembre 2010 20:53

    Complimenti, abbiamo scoperto che l’1.6% dei comuni italiani fornisce acque troppo arricchite di arsenico. Sicuramente se l’impresa di gestione fosse privata tale percentuale si ridurrebbe di almeno un punto percentuale. Mi sembra un caso importante, ma non fondamentale e tale per cui si possa cambiare un sistema. Che è sicuramente migliorabile.

  6. 30 novembre 2010 02:25

    Mi sembra che molti scrivano commenti per partito preso. Informatevi: Acea Ato 2 alto lazio ha aumentato le tariffe lo ha potuto fare appunto perchè lo Stato gli ha consegnato una rete idrica da schifo, quindi Acea ha dei doveri : riparare la rete idrica, fornire acqua potabile, sistemare i depuratori, la rete fogniaria. Non lo fa, ma applica le tariffe maggiorate , i consumi presunti e le bollette pazze. Ci fate o ci siete , o sto scrivendo su un sito della ACEA? Tutti noi e siamo tanti, siamo concordi: eè da fessi pagare di più per un servizio addirittura peggiore di quello statale. CHIARO???? Questi sono FATTI e non sogni . Germania, non credo affatto che paghino quanto noi, e così ‘ in Inghilterra, mia figlia ci ha abitato a lungo e i servizi costavano meno che qua, con un funzionamento accettabile. Ladri come noi, nessuno .

    Sveglia bamboli, che sta finendo il tempo delle fuffe!!!!

  7. Mattia permalink
    30 novembre 2010 16:34

    Un bell’articolo che parla del problema in modo serio:
    http://alessandrobottoni.wordpress.com/2010/11/26/faq-sullarsenico/

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