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Limiti certi all’irresponsabilità di chi governa, o sarà stato tutto inutile

11 dicembre 2010

Libertiamo – 11/12/2010

Non è il 14 dicembre a preoccuparmi, né i suoi immediati paraggi. A preoccuparmi di più è quel che succederà dopo-dopo, ovvero dopo che il tecnico, il saggio, il liquidatore, der kommissar o chiamatelo come vi pare (che non è detto affatto che arriverà dopo il 14 dicembre, ma prima o poi, magari in incognito, arriverà, statene certi), sarà venuto a fare il lavoro zozzo ma necessario che finora nessuno in vent’anni ha mai avuto il coraggio di fare e riconsegnerà il giocattolo pulito, revisionato e (forse) ancora funzionante, in mano alla politica, in attesa di un nuovo tagliando.

Sembra, ed è forse uno dei paradossi più sconfortanti della politica italiana, che rappresentatività non faccia mai rima con responsabilità. Chi rappresenta la volontà popolare si considera investito di un mandato a spendere, nella più totale libertà e irresponsabilità, un budget del quale nessuno si è mai sentito in dovere di definire i limiti. Ed è in questo clima di irresponsabilità che si consuma il furto di sovranità di cui parlava intelligentemente Simona Bonfante nel primo di questa serie di articoli.

E’ la libertà di agire irresponsabilmente, cioè ignorando i limiti materiali, non politici o costituzionali (il competente banchiere Verdini se ne potrà pure fregare di Napolitano, ma dei creditori no, che lo voglia o meno) quella che viene oggi rivendicata dal governo in carica, non la libertà degli elettori ad essere governati secondo mandato. La libertà, per dirla tutta, di salvare faccia e poltrone, contando sulla buona compagnia, va detto, di tutti coloro che si ostinano a far finta di non vedere le nuvole che circondano questo paese e che continuano a raccontarci un dopo-Berlusconi in mano alla politica. A questa politica.

Non mi interessa affatto sapere chi e come governerà questo paese dopo il 14 dicembre. Non mi interessa sapere se sarà in qualche modo interprete della volontà popolare espressa alle ultime elezioni o se sarà frutto di un ribaltone, controribaltone, carpiato o meno, e con scappellamento a destra, a sinistra o trasversale. Cosa mi frega di sapere chi sia chi taglierà vigorosamente la spesa pubblica e farà le liberalizzazioni necessarie a rimettere in moto il motore di questo paese, e con quale legge elettorale avrà ricevuto il mandato a fare ciò che sarà stato deciso altrove? E’ così importante conoscere il nome e la fede politica di chi liquiderà l’immenso e insostenibile patrimonio pubblico italiano e si deciderà a ridurre la pressione fiscale di quel tanto (e deve per forza essere tanto) necessario a far ripartire la crescita della nostra economia?

D’altronde, quando il governo greco si è trovato costretto a fare ciò che doveva essere fatto, non ha agito in nome del mandato ricevuto dagli elettori, stornando una a una chissà quali promesse fatte in campagna elettorale. Ha fatto ciò che doveva essere fatto perché non poteva fare altrimenti, seguendo un’agenda redatta da altri, come sa bene chiunque nella vita si è trovato ad affrontare debiti che il proprio reddito non permetteva più di onorare. E lo stesso dicasi dell’Irlanda, che forse è il caso più significativo di quanto conti poco, in casi del genere, essere i custodi fedeli della volontà popolare e di quanto sia “sovrana” la volontà di chi è sotto scacco dei mercati, e della Spagna, che ha cominciato a muoversi prima che fosse troppo tardi.

Quindi sarebbe il caso di lasciar perdere le alchimie, le capre e i cavoli da salvare insieme alla faccia di bronzo di una classe politica che ha ormai poco o nulla da dimostrare. Più che del 14 dicembre, quindi, sarebbe il caso di rivolgere il pensiero a una data più lontana, e quanto sia lontana è dato solo dal rapporto tra il tempo in cui chi stringe l’osso tra i denti si deciderà a mollarlo (e non mi riferisco solo al partito di maggioranza relativa), e il numero di vittime che nel frattempo la crisi del debito italiano avrà lasciato sul terreno. L’unico spazio di manovra che resta oggi (dal 14 dicembre in poi) alla politica è quello di decidere se agire con criterio da subito o se dovranno essere altri a imporci di agire (con lo stesso identico criterio) domani.

Ma se il giorno in cui questo splendido lavoro sporco sarà stato fatto, e ricominceremo a sentire il ritornello già sentito almeno un paio di volte da vent’anni a questa parte – quello della politica che deve tornare ad appropriarsi del ruolo che le compete – se quel giorno non avremo il pareggio di bilancio e un limite sostenibile alla pressione fiscale chiaramente scritti in Costituzione, allora sarà stato tutto tempo perso per noi – lavoratori, contribuenti e utili idioti di questo paese – e tempo guadagnato da loro, gli idioti inutili, i gestori irresponsabili della nostra sovranità nazionale. Almeno fino al prossimo botto.

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