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Biogas o bioinganno? Prima parte – Competizione alimentare e smaltimento

10 gennaio 2011

La produzione di energia elettrica con la biomassa gode di incentivi e finanziamenti, come le fonti rinnovabili, perchè teoricamente comporta meno emissioni di CO2 rispetto alla stessa energia elettrica prodotta con fonti fossili. Tra questi sistemi a biomassa ci sono anche gli impianti di biogas che molti ambientalisti ritengono, erroneamente, possano essere utili a limitare il rischio di inquinamento di falda da nitrati da parte dei liquami zootecnici.

La produzione di biogas è una fermentazione anaerobica, si introduce nel digestore la sostanza organica da varie fonti tra cui effluenti zootecnici e ne esce il digestato che è un liquido verde chiaro ricco di sali minerali e povero di sostanza organica. In pratica si trasforma il carbonio della sostanza organica in metano, ma tutto l’azoto, il fosforo e il potassio presenti nelle matrici in entrata, restano nel digestato in uscita che quindi è obbligatorio smaltire come fertilizzante attraverso il Piano di Utilizzo Agronomico (PUA).

Il digestato può essere vegetale o animale a seconda delle fonti utilizzate mais, orzo, sorgo, oppure liquami, letami o rifiuti ecc, come fertilizzante presenta alcuni svantaggi cioè la carenza di sostanza organica, la facilità di dilavamento e l’emissione di ammoniaca. L’apporto continuativo di sostanza organica con il digestato viene meno e aumenta quindi il rischio di dilavamento e di erosione dei terreni.

Il digestato è facilmente solubile quindi dilavabile, perchè in pratica è quasi un concime minerale liquido, solo che la quota ammoniacale è molto più alta del liquame, e quindi allo spandimento emette più ammoniaca e più protossido d’azoto rispetto al liquame. Se usato in prearatura autunnale per una semina primaverile presenta un rischio maggiore di inquinamento di falda da parte dei nitrati, rispetto al liquame stesso.

I vantaggi del digestato sono la mancanza di odori sgradevoli, una migliore disponibilità alla pianta dei nutrienti in quanto presenti in forma mineralizzata e ovviamente i contributi per gli allevatori europei per la produzione di energia rinnovabile, senza i quali nessuno produrrebbe biogas. Nel caso in cui il digestato sia filtrato con separatori a griglia o meglio a elica, è ridotto al minimo il rischio che contenga semi di infestanti che è l’unico aspetto negativo, con le emissioni di odori sgradevoli, degli effluenti zootecnici.

Misteriosamente i limiti di spandimento per i digestati vegetali sono 340 kg azoto per ettaro anche in zona vulnerabile contro i 170 kg azoto per ettaro dei digestati animali che sono del tutto simili. Un’altra cosa inspiegabile dal punto di vista scientifico è la differenza nei limiti di spandimento tra i digestati vegetali e i liquami ultrachiarificati. Il liquame tal quale può essere filtrato dai solidi grossi con separatori a griglia o a elica, diventando liquame chiarificato che può essere ulteriormente filtrato dai solidi fini per flottazione, microfiltrazione a membrana, centrifugazione, sedimentazione a stadi, osmosi inversa ecc. Il liquame utrachiarificato che ne deriva è del tutto simile dal punto di vista chimico analitico al digestato vegetale in quanto l’azoto è sottoforma minerale e non organica. Queste disposizioni di legge sui limiti di spandimento facilitano l’utilizzo di biomassa da materie prime per la produzione di biogas come mais, orzo e sorgo. Il 90% dei nuovi impianti a biogas prevedono l’integrazione ai liquami di biomassa, o peggio il solo utilizzo di biomasse vegetali causando non pochi problemi, tra cui la competizione alimentare, e quella dei terreni di smaltimento.

Se infatti per l’integrazione si utilizzano materie prime vergini come mais, orzo e sorgo sottoforma di insilati (cioè la pianta umida trinciata e insilata), pastoni (cioè la granella umida trinciata o insilata), o granella secca ci sarà un ammanco di questi prodotti sul mercato, e gli ammanchi delle derrate agricole possono essere colmati solo con un aumento delle produzioni mondiali quindi con una ulteriore deforestazione o con un aumento delle produzioni unitarie. Come nel caso delle centrali a cippato, la biomassa degli impianti a biogas deve essere comunitaria ed è molto penalizzata se proviene da più di 70 Km di distanza, ma anche questo è un paradosso perché se nella mia provincia costruissero impianti a biogas che utilizzano 100 mila tonnellate di mais anno rastrellato nel raggio di 70 km creando un ammanco nazionale, io e gli altri allevatori della mia provincia saremmo costretti a comprare mais da un commerciante e questo lo deve obbligatoriamente importare dall’estero, cioè dal Sud america, che è molto più lontano di 70 km. In realtà è come se nel digestore entrasse mais extracomunitario proveniente da migliaia di km.

E’ ovvio che sui terreni dove si producono insilati si potrebbe produrre granella, quindi anche l’uso di insilato è da considerarsi una competizione alimentare.

Inoltre l’utilizzo di materie prime come biomassa energetica comporta un aumento esponenziale dei metri cubi di digestato azotato da smaltire sui terreni agricoli con il PUA, questo crea competizione sui terreni di smaltimento, ed è molto dannoso per gli allevatori specie nelle zone vulnerabili che coincidono in gran parte con le zone ad alta densità zootecnica. Gli allevatori avendo meno terreno a disposizione, saranno più ricattabili dagli speculatori agricoli, oppure saranno costretti a depurare, o peggio a chiudere gli allevamenti frutto di generazioni di sacrifici. Anche gli allevatori che utilizzano impianti a biogas ad integrazione cioè dove aggiungono materie prime ai liquami per aumentare la resa altrimenti molto scarsa, con l’integrazione aggiungono azoto nel digestore quindi vanno a duplicare o triplicare la quota di azoto da smaltire poi con i digestati. Questo meccanismo è creato solo dalla falsificazione del mercato a causa degli incentivi, nelle zone vulnerabili toglie terreno agricolo a disposizione degli altri allevatori che devono smaltire i liquami.

Del consumo di sostanza organica nei terreni pure non parla nessuno, ma per incassare il premio PAC (premio agricolo comunitario) gli agricoltori dovrebbero teoricamente dimostrare di apportare continuativamente sostanza organica ai terreni per evitare fenomeni erosione, desertificazione, dilavamento e successivo inquinamento della falda da nitrati e fosfati. Invece gli agricoltori che utilizzano concimi minerali stanno “bruciando” l’humus accumulato in millenni, e se la sostanza organica viene utilizzata per fare energia, non andrà mai nei terreni. Questo non viene attuato se la concimazione avviene solo con i concimi minerali, o con i digestati, quindi gli incentivi già ci sono, basterebbe applicarli, ma nessuno lo fa e i contributi della PAC (che forse diventerà PAAC, Politica Agricola Ambientale Comunitaria) vengono dati a tutti gli agricoltori, anche a chi usa i concimi minerali.

E’ sbalorditivo per me che i politici, che tanto si preoccupano delle emissioni da incentivare la produzione di biogas anche se ottenuto con materie prime, non si rendano conto che questo comporta un aumento:

  • di emissioni per le lavorazioni dei terreni
  • di competizione alimentare
  • dei costi delle materie prime
  • delle importazioni e quindi delle emissioni dovute ai trasporti
  • della deforestazione e quindi un aumento delle emissioni di CO2
  • di consumo di humus con conseguente aumento di erosione e dilavamento nei terreni agricoli

Io non trovo nulla di ecologico nel mischiare cereali al liquame, anzi personalmente la ritengo un’aberrazione.

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2 commenti leave one →
  1. 2 maggio 2011 18:45

    Finalmente ho trovato qualcuno fuori dal coro che la pensa come me sul biogas ‘agricolo’

  2. 20 giugno 2011 18:53

    Ci sono anche io. Bravi!

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