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Biogas o bioinganno? Seconda parte – I finanziamenti pubblici

13 gennaio 2011

Alcune regioni ad alta densità zootecnica hanno deciso di finanziare a fondo perduto gli impianti di biogas. Quindi gli allevatori oltre agli incentivi sul kWh prodotto possono ottenere rimborsi sulle spese di impianto. Cito i criteri di finanziabilità stabiliti nel maggio 2008 per sostenere gli impianti di trattamento per biogas:

Potranno essere ammesse a finanziamento regionale le strutture che trattino per almeno il 50% in peso gli effluenti zootecnici; è consentito l’utilizzo di scarti e prodotti dedicati di origine vegetale, in precedenza esclusi, per un quantitativo massimo pari al 30% in peso della miscela; il mais è ammesso fino al 20% in peso.

Le produzioni agricole dedicate, utilizzate negli impianti a biogas dovranno essere reperite entro un raggio massimo di 70 km dall’impianto.

Dovranno inoltre essere fornite garanzie per la corretta collocazione del quantitativo di azoto in uscita dall’impianto di trattamento, evitando trasferimenti o rilascio in atmosfera, prevedendo di destinare i prodotti o i sottoprodotti dell’impianto a terreni che richiedono azoto, ottenendo così un corretto bilanciamento dei fabbisogni delle colture.

In pratica possono essere finanziati gli impianti che usano il 50% di reflui zootecnici e il resto in produzioni vegetali dedicate cioè insilati di mais, sorgo, orzo o altro. Ma gli impianti a biogas che usano solo mais non sono vietati, infatti ce n’è uno in costruzione in provincia di Cremona da 6 MW che non sarà finanziato ma che otterrà incentivi sul kWh prodotto. Gli impianti a biogas costano molto circa 1 milione di euro a MW e il rientro dell’investimento è molto lungo circa 12 anni, circa il doppio rispetto ad un impianto analogo a pannelli fotovoltaici, tanto che non è considerato un buon investimento industriale e molte banche (BNL) non lo finanziano senza garanzie, al contrario dei pannelli fotovoltaici.

Il problema che limita lo sviluppo degli impianti a biogas è che il digestato in uscita contiene la stessa quantità di azoto della matrice in entrata e quindi va smaltito sui terreni come i liquami. Gli impianti più diffusi sono ad integrazione quindi molte regioni come la Lombardia finanziano gli impianti di biogas abbinati all’abbattimento dell’azoto. L’abbattimento dell’azoto può essere distruttivo come la depurazione che è il sistema meno costoso, o conservativo come lo strippaggio di ammoniaca e successiva salificazione ad ac solforico a sintetizzare solfato di ammonio, poco diffuso per via dei costi.

Quindi si crea il seguente corto circuito:

  • I cittadini pagano la PAC per far produrre mais agli agricoltori che lo usano per fare biogas ed ottenere energia rinnovabile
  • Il kWh prodotto è pagato, attraverso gli incentivi, cinque volte più del costo kWh ottenuto con i carburanti fossili
  • Ovviamente gli incentivi sono pagati dai cittadini direttamente in bolletta, e molti neanche lo sanno.
  • Sempre i cittadini pagano però per finanziare, attraverso la regione, gli impianti a biogas che abbattono l’azoto con la depurazione che comporta consumo di energia e quindi emissioni.
  • Le industrie che producono concimi minerali di sintesi, obbligate ad acquistare una quota di energia rinnovabile, comprano proprio quella prodotta dal mais con il biogas e la utilizzano per sintetizzare la stessa quota di azoto che è stata abbattuta con la depurazione del digestato grazie al finanziamento a fondo perduto della regione.

Anche questo corto circuito è un colossale nitroparadosso!

 

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3 commenti leave one →
  1. 16 agosto 2011 21:26

    E’ vero in parte, chi vuole speculare infatti usa materie prime nobili, la pacchia è finita la UE ha detto basta. Esiste la tecnologia che a partire dai liquami (suini e/o bovini) previa flottazione invia i fanghi al digestore e produce biogas mentre il liquame chiarificato viene depurato mediante un processo nitro-denitro continuo abbattento i 4/5 dell’azoto ed il fosforo. I tempi di rientro sono accettabili e l’ambiente viene salvaguardato

  2. Alberto Guidorzi permalink
    18 agosto 2011 18:43

    Perfettamente d’accordo con te.

    Rifiuti agricoli o liquami agricoli o d’allevamento SI

    Fotovoltaico sui tetti SI

    Il resto NO ASSOLUTO.

    Ma guarda caso è più il resto che i primi due.

  3. 15 febbraio 2013 09:50

    In Italia si stima che siano 850 gli impianti biogas entrati in esercizio entro il 31/12/2012. Si tratta di impianti con taglie importanti (dai 500 al classico 999 kW). Un pessimo affare per tutti: per tutta la filiera del food, per i consumatori ed anche per gli stessi proprietari degli impianti giacché di mais non ce n’è abbastanza causa siccità ed alfatossine.
    L’energia uno se la produce con ciò che ha in casa -sottoprodotto, ovviamente-: almeno per il biogas il DM 6 luglio 2012 va in questa direzione. PICCOLO E’ BELLO.
    Qui se ne parla in modo ampio: http://linkenergy.eu/index.php/i-sistemi-link-energy.

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