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L’ottimismo razionale

18 gennaio 2011

Salmone.org – 12/01/2011

Uno dei primi grafici che mi hanno mostrato durante il corso introduttivo di agronomia raffigurava la produzione di cereali dalla nascita delle prime comunità agricole (Mesopotania) fino ai giorni nostri. La stima era di massima, ma il grafico mostrava una linea che scorreva pressoché orizzontale all’asse delle ascisse. Per millenni la produzione (farro, poi il grano) di cereali si è mantenuta di poco al di sopra della tonnellata per ettaro.

Solo tra la prima e la seconda guerra mondiale, la linea si impenna seguendo l’asse delle ordinate. La scoperta dei fertilizzanti (residui di nitrati usati per gli esplosivi), i primi agrofarmaci e via via il miglioramento genetico, portano la produzione a 2/3 tonnellate/ha. La rivoluzione verde, poi, alza la quota attorno alle 7 tonnellate/ha. Ciò significa che, in sostanza, quando si produceva, per forza di cose, secondo il metodo che oggi possiamo permetterci il lusso di chiamare biologico (niente agrofarmaci, fertilizzanti scarsi, poco miglioramento genetico), la produzione era bassissima. Lo era anche il reddito. C’è infatti un altro grafico che illustrava proprio il reddito pro-capite in alcune aree Europee e Nordamericane. Anche qui una linea che scorreva parallelamente all’asse delle ascisse, poi saliva tra le due guerre: lo stesso andamento che illustrava la produzione dei cereali.

Questo, in sintesi, vuol dire che per la maggioranza della popolazione mondiale la fame ha smesso di essere un problema solo di recente. Un altro grafico è interessante, quello che raffigura il consumo delle risorse disponibili. Anche in questo caso la linea segue l’asse delle ascisse per poi salire tra le due guerre mondiali. Dunque abbiamo risolto il problema della fame, aumentato il nostro reddito, ma stiamo consumando molte delle risorse a nostra disposizione. Siamo in bilico su un picco, e rischiamo se spingiamo ancora lo sfruttamento delle risorse.

Questo stato di cose costringe molti a pensare che l’apocalisse stia lì lì per arrivare e dunque il futuro, questa strana dimensione, diventa un luogo buio, pericoloso. Che senso ha andare avanti se più avanti c’è il baratro? Meglio decrescere, dicono alcuni, fermiamo la produzione, cambiamo il sistema economico, evitiamo gli sprechi. Spesso chi parla di decrescita ignora le più elementari regole economiche e pertanto propone soluzioni molto semplificate. Ho sentito spesso teorici della decrescita sostenere che per esempio, per evitare gli sprechi, basterebbero piccoli gesti, come quello di rammendarsi i calzini. Però se io compro tre paia di calzini di discreta fattura, pago 5 euro. Se dopo 40 lavaggi sono costretto a far rammentare i calzini e vado da una sarta, spendo il doppio del costo della confezione nuova.

E’ una legge economica, ordinata e sistemata da William Baumol, si chiama malattia dei costi. Le attività ad alto contenuto di lavoro manuale hanno una dinamica dei costi per unità di lavoro inesorabilmente crescente. Se voglio che ci sia qualcuno che rammendi i calzini, la remunerazione della sua ora di lavoro dovrà crescere altrettanto velocemente di quella di un addetto al settore manifatturiero. Allora? Chiaramente le soluzioni esistono ma non possono seguire una metodologia reazionaria. Possiamo affrontare la sfida solo investendo in tecnologia: senza le applicazioni pratiche della scienza non c’è vero risparmio e ci resta solo un cupo pessimismo.

Purtroppo oggi gli intellettuali benestanti e preoccupati dell’apocalisse sono in tanti. Sono cool. Generalmente parlano del presente come turning point, ogni momento è estremo, stiamo per imboccare la svolta finale, quella che ci condurrà al disastro. In fondo è la vecchia massima di John Stuart Mill:

Ho notato che a essere considerato saggio non è l’uomo che spera quando gli altri disperano, ma quello che dispera quando gli altri sperano.

Negli anni, le ragioni del pessimismo apocalittico cambiano, ma il pessimismo rimane una costante. Consideriamo alcuni dati, nel breve periodo: nel 1960 l’esplosione della popolazione e la carestia globale erano in cima alla classifica dei disastri annunciati. Nel 1970 l’esaurimento delle risorse, nel 1980 le piogge acide, nel 1990 la pandemia, nel 2000 il riscaldamento globale. A una a una, queste fosche previsioni così come sono venute così sono andate via (tranne il riscaldamento, per ora).

Allora? L’apocalisse è rimandata? Forse il pessimista è nel giusto quando afferma: il mondo non può continuare ad andare avanti così se, per esempio, si basa ancora sui combustibili fossili. L’agricoltura non può essere sostenibile se le piante dipenderanno ancora dalle riserve idriche e che queste andranno via via esaurendosi. Ma potete notare anche voi il condizionale: se. Infatti il mondo non può continuare così. Ma è proprio questo il punto di svolta del progresso umano, il messaggio culturale dell’evoluzione (darwinista): il mondo non continua così, può sperare in un cambiamento.

Il vero pericolo non è nel cambiamento, ma nella sua eccessiva lentezza. E l’altro pericolo è quello d’essere troppo accecati da un passato ideale o spaventati dal futuro per capire se, dove e come, un cambiamento può essere efficace, a quale prezzo e con quali benefici. Anche per questo ci vuole una nuova techne. Per questo, soprattutto, è indispensabile un intellettuale di nuova formazione, colto e curioso, inquieto e non sazio: un ottimista razionale.

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  1. azimut72 permalink
    19 gennaio 2011 14:38

    Ci sono alcuni fatti incontrovertibili.
    Per esempio, trovare petrolio greggio in natura sta diventando sempre più difficile/costoso. Se prima lo trovavi camminando per il Texas adesso devi scavare a migliaia di metri sotto il livello del mare. Ci sono delle statistiche interessanti sull’evoluzione dell’eroi nel tempo per chi fosse interessato a vedere i numeri.
    A me piace citare anche il “consumo” di terra dovuto alle colate di cemento che si stanno letteralmente mangiando terra arabile.

    Personalmente condivido appieno la tesi che il mondo può (e deve) sperare nel cambiamento.
    Però quando si parla di applicazione della tecnologia “tout court” come soluzione ai nostri mali ritengo che non sia più sufficiente. Forse valeva in passato ma adesso non più.
    Secondo me è necessario associare al concetto di tecnologia quello di impatto o impronta antropica sull’ambiente.

    A mio modo di vedere, ogni tecnologia applicata andrebbe vista nel quadro del suo impatto nei confronti dell’uomo e dell’ambiente (relativamente all’arco temporale di un uomo).

    Che “scia” lasciamo dietro di noi ogni volta che compriamo una macchina, un computer, una casa…??
    Quanto più l’ambiente è in grado di assorbire velocemente il mio impatto e rigenerarsi tanto meno problemi lascerò alla generazione futura e tanto più la tecnologia applicata sarà “benevola”…sostenibile direi (anche se è un termine utilizzato troppo per piacermi).

    Faccio degli esempi per spiegarmi meglio. Se la mia azienda si organizzasse per far lavorare da casa la maggior parte degli impiegati tolgo dalla strada molto traffico e molti inquinanti.
    Se per giunta utilizzo computer virtuali in rete invece dei soliti hardware diminuisco i rifiuti e lo spreco di risorse.

    Altre tematiche: ha senso muovere le merci in modo così intensivo per beni voluttuari? (per esempio, spesso mi metto a pensare ai gadget “made in china” che grosse catene di distribuzione danno ai bimbi e che, nella migliore delle ipotesi, vanno nel cestino dopo qualche ora…con le pile a pasticca incorporate…).
    Vogliamo parlare del packaging? (che poi comunque è un problema legato anch’esso al trasporto massivo delle merci).

    Vogliamo per esempio pensare ad un mondo che incentivi il risparmio invece che il consumo?

    Va bè….mi sono dilungato troppo. Spero comunque di esser riuscito a esprimere le mie idee.

    saluti
    azimut72

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