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La PAC è stata la peggiore politica agricola del XX secolo? – Introduzione

20 gennaio 2011

La letteratura sulla Politica Agricola Comune (PAC), o, più in generale, sulla politica agricola all’indomani della Seconda Guerra Mondiale è enorme. La maggior parte dei lavori vertono sulla storia diplomatica ed istituzionale, dai primi negoziati ai cambiamenti seguiti ai successivi allargamenti, soffermandosi sui dettagli di specifiche policies (1) . La letteratura sugli effetti socioeconomici della PAC è un po’ meno abbondante, e si compone di studi politicamente orientati  e di sofisticate stime sugli utili e le perdite pubblicati da riviste settoriali. Questo lavoro si propone di essere una sorta di via di mezzo, mettendo a confronto la PAC con le politiche agricole di altri paesi. Cercheremo di ripondere ad alcune semplici domande: l’Unione Europea è intervenuta più o meno degli altri paesi avanzati nel mercato agricolo? Gli agricoltori europei hanno ricevuto più o meno aiuti diretti rispetto ai loro colleghi di altri paesi? I contribuenti europei hanno pagato di più o di meno? Queste differenze sono cambiate nel tempo, e, se sì, in quale misura?

Queste domande sono abbastanza neutre, ma il titolo del lavoro è volutamente provocatorio. Si presuppone che l’intervento pubblico riduca il benessere in circostanze normali – cioè se non deve rimediare ad un ben specificato fallimento del mercato. Quindi, come principio generale, più una politica è “interventista”, peggio è. Gli economisti agrari sono fermamente convinti che le politiche agricole, in tutto il mondo occidentale, abbiano peccato considerevolmente. Nell’introduzione al suo famoso libro, “Agriculture in Disarray” (2), D. Gale Johnson delinea le condizioni prevalenti del settore agricolo:

I prodotti della terra si producono a costi elevati in alcune parti del mondo, mentre altrove i prodotti agricoli che possono essere prodotti a basso costo non possono essere venduti a tutti, o solo con grande difficoltà. I prezzi dei prodotti agricoli vengono manipolati dalla maggioranza dei governi senza che vi sia una reale conoscenza delle conseguenze di una tale manipolazione. In alcuni paesi i consumatori sono costretti a pagare prezzi estremamante elevati per molti prodotti alimentari, quando prodotti analoghi potrebbero essere resi disponibili a prezzi molto più bassi. Le relazioni economiche tra molte nazioni pacifiche sono esacerbate dalla rigida adesione ad ingiustificate restrizioni al commercio dei prodotti agricoli.

James Bovard (3) la mette in modo un po’ più colorito:

L’effetto principale dei programmi agricoli federali (americani, NdA) è quello di costringere gli agricoltori a fare in maniera inefficiente ciò che farebbero in maniera più che efficiente senza sovvenzioni, di costringere gli Americani a pagare di più per il cibo, di far salire i prezzi dei terreni agricoli (decimando quindi la competitività degli agricoltori americani) e di sperperare inutilmente alcune decine di miliardi di dollari l’anno.

La prima parte di questo lavoro illustra i principali argomenti in favore del libero commercio degli economisti mainstream, e spiega le tecniche usate per misurare l’intervento pubblico nell’agricoltura. La seconda parte confronta il livello di intervento tra le nazioni nella metà degli anni ottanta. La terza parte mette questi risultati in una prospettiva storica, mentre la quarta parte mette in rassegna le informazioni disponibili relative ai costi sociali della PAC. Infine l’ultima parte riassume i risultati e discute brevemente se la PAC può essere giustificata come una risposta ad un fallimento del mercato.

  1. Vedi per esempio Rosemary Fennel, The Common Agricultural Policy of the European Community (London 1997)
  2. Gale D. Johnson, World agriculture in disarray (Basingstoke 1973)
  3. James Bovard, The farm fiasco (San Francisco 1989)
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