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Ciò che intendo per sovranità alimentare in Italia

14 febbraio 2011

L’Italia fin dalla sua unificazione non è mai stata capace di dare da mangiare a tutti gli italiani e quindi non riuscirà neppure adesso ad essere autosufficiente. Ricordo, e siamo a 150 anni di distanza, che lo Stato unitario è stato salvato dal grano ucraino, proveniente da quelle fertilissime pianure e che dal porto di Odessa giungeva a Napoli e Palermo. Neppure nel ventennio autarchico riuscimmo a farlo, si diede il pane pressoché a tutti, ma a scapito d’altri alimenti plastici.

Oggi più che mai siamo deficitari di derrate, anche perché di 15 milioni di terra arabile ne sono rimasti solo 11, forse 12, ma le statistiche non lo dicono, anzi ci danno un dato totalmente irreale di 17,6 milioni d’ettari.

Ciò che io imputo all’Italia d’oggi è la non massimizzazione della produzione unitaria, nei limiti del possibile.

Abbiamo medie produttive che continuano a divaricarsi rispetto a quelle dei paesi ad agricoltura intensiva più avanzata. Le nostre produzioni di frumento flettono anche rispetto a quelle che avevamo raggiunto qualche decennio fa. E’ impossibile fare un paragone con la Francia: non seminiamo praticamente più orzo, la barbabietola da zucchero sta sparendo dall’Italia dopo un secolo di coltivazione a causa delle nostre produzioni stagnanti da sempre. La soia e il pisello proteico abbiamo praticamente rinunciato a coltivarli. Importiamo frutta e ortaggi.

Io non so se la PAC sia stata la peggior politica agricola, so solo che tutte le agricolture sono state e sono sovvenzionate. Le uniche eccezioni sono i paesi tipo Brasile o Argentina dove i valori fondiari non hanno incidenza sui costi e dove il reddito si fa moltiplicando esigui redditi unitari per unità di superficie enormi. La PAC è sorta per rendere l’Europa autosufficiente in derrate alimentari e quindi le sovvenzioni sono state sostanziose ed inizialmente proporzionali alla produzione, ma non si sono arrestate al momento giusto e quindi hanno creato eccedenze che hanno gravato sui cittadini. Ora invece siamo in un contesto totalmente cambiato e stiamo incamminandoci verso una liberalizzazione che ci potrebbe far tornare alla non sovranità europea. Questa è solo una constatazione, non un giudizio di merito.

In altri termini ci sono state “vacche grasse”, “vacche meno grasse” ed ora “vacche magre.

Come hanno risposto i Paesi dell’UE di più antica aggregazione? Hanno risposto in modo più razionale di quello che ha fatto l’agricoltura italiana. Io non conosco in dettaglio tutte le realtà dei paesi UE, ma ne conosco bene uno: la Francia. La Francia diversamente dall’Italia aveva come traguardo l’esportazione e quindi sapeva che doveva competere con la concorrenza mondiale e inoltre percepiva gli aiuti PAC come noi, ma i prezzi che percepivano gli agricoltori vendendo i loro prodotti erano molto più bassi dei nostri. Compresero subito, fin da quando gli incentivi comunitari erano proporzionali alla produzione, che il fattore da sfruttare era l’aumento delle unità prodotte. Ecco che tutto lo sforzo di ricerca fu improntato a questo scopo: la ricerca genetica, la ricerca del miglior impatto sulla produzione nell’uso dei fattori di produzione (spese proporzionali), ammodernamento aziendale, unità produttive accresciute di dimensione o aggregazioni di agricoltori con legislazioni appropriate (GAEC…) ecc.

In Italia invece si pretese che viste le nostre condizioni d’arretratezza ci fossero periodi d’adattamento con condizioni di favore (vedi barbabietola da zucchero, dove si disse che noi saremmo stati sempre dei disadattati e quindi le condizioni di favore sarebbero dovute persistere, ma i nostri partners giustamente non furono d’accordo). Ciò che incise molto di più su questi plus furono le svalutazioni frequenti della lira, che per quanto riguardava la “lira verde”, moneta con la quale si fissavano i prezzi agricoli interni, erano in pratica delle vere e proprie rivalutazioni. Infatti, nell’ambito di un mercato comune come quello agricolo, la svalutazione di una moneta nazionale poteva rappresentare una forma di concorrenza sleale che in campo agricolo non poteva e non doveva tradursi con un danno verso i nostri partners. Ad ogni svalutazione allora si fece corrispondere una rivalutazione della lira verde di un’uguale percentuale in modo che i nostri prezzi agricoli interni crescessero e non potessimo esportare e fare concorrenza agli altri. Ricordo che le frontiere della CEE erano ermeticamente “chiuse” alla concorrenza extra comunitaria.

Il meccanismo cosa provocò? Fu la causa di prezzi agricoli interni italiani sempre più sostenuti e non adeguati all’andamento della nostra economia. Unitamente a ciò i valori fondiari crebbero oltre ogni limite (al tempo della lira la terra era uno dei beni rifugio più appetiti) ed il reddito agricolo formato da aiuti comunitari anche loro rivalutati e da prezzi elevati divenne indipendente dal moltiplicatore delle unità prodotte. Il reddito si faceva più con i prezzi che con la produzione. In altri termini non sfruttammo le “vacche grasse” e neppure quelle “un po’ meno grasse”, l’imprenditoria agricola si adagiò e tecnicamente arretrò, la struttura agricola invece di adeguarsi ai tempi si polverizzò (tesaurizzazione del pezzo di terra ereditato), anzi molta terra finì nelle mani di non addetti all’agricoltura come scelta di bene rifugio facendone lievitare il prezzo al punto da escludere i veri agricoltori dalle trattative.

Ora sono arrivate le vacche magre: aiuti UE in calo e ancorati ad impegni ecoambientali, prezzi influenzati dai mercati mondiali e per di più ormai ancorati ad una moneta stabile e forte (l’euro). Non ultimo, vi sono da annoverare strutture agricole obsolete, d’estensione inadeguata e prezzi delle terre ancora troppo elevati per essere alla portata dei veri agricoltori.

Questi a mio avviso sono gli scenari che hanno generato un’ulteriore perdita di sovranità alimentare, al punto tale da essere, in caso di crisi, difficilmente sopportabile per le tasche dei consumatori. Secondo dei falsi profeti come i Petrini e la Coldiretti esportando le nostre specialità camperemo sempre felici e contenti.

Ci troviamo invece in un’impasse molto pericolosa: Abbiamo perso il “savoir faire” per produrre di più, anche il produrre di più però non sarà mai sufficiente a colmare il gap di superfici aziendali inadeguate. Siamo, in altri termini, in balia degli eventi in fatto di sovranità alimentare.

Vogliamo passare ai numeri: In fatto di frumento tenero siamo alle stesse produzioni unitarie di trent’anni fa; per quanto riguarda il grano duro siamo regrediti nelle produzioni unitarie e la superficie investite dipendono dai prezzi previsti, mettendo, di anno in anno, in seria difficoltà la nostra industria pastaria; coltivavamo 400.000 ha di soia, ora se arriviamo a 100 mila è tanto. Abbiamo rifiutato il pisello proteico in quanto troppo difficile come coltivazione, non coltiviamo più orzo in pianura padana, che invece con la soia in secondo raccolto rappresentava un’accoppiata vincente. Per quanto riguarda il mais siamo stazionari da una quindicina d’anni e qui non possiamo neppure invocare la non completa vocazione dei nostri pedoclimi. Girasole e colza non decollano.

Ho lasciato per ultimo la barbabietola da zucchero perché è la coltura emblematica del decadimento tecnico-agricolo dei nostri agricoltori. La nostra media è rimasta perennemente sui 50/60 q/ha di zucchero bianco prodotto, quando i francesi, invece, sono arrivati a 137 q/ha di media nazionale e rincorrono record produttivi su record produttivi. Molti mi contestano dicendo che la Francia è più vocata dell’Italia nella produzione di zucchero da bietola. Vero! Ma allora mi si deve spiegare perché i francesi, che producevano 75 q/ha di zucchero nel 1975, sono arrivati quasi a raddoppiarli; la Francia è rimasta sempre alla stessa latitudine e con uguale vocazione, perché è riuscita a raddoppiare la produzione diminuendo la superficie e noi siamo rimasti ancorati a cinquant’anni fa? Sono queste le cause per le quali abbiamo dovuto chiudere i nostri stabilimenti e non come si vuol far credere per imposizione della “cattiva” UE. A Bruxelles, per gli accordi presi in sede WTO, non potevano più pretendere di esportare dello zucchero sovvenzionato a dismisura e quindi, dovendo calare la produzione hanno deciso di alzare “l’asticella del salto”, ben sapendo che c’era qualcuno incapace di oltrepassarla. Assieme a questo hanno, però, talmente allettato le società saccarifere di trasformazione, che per gli azionisti non incamerare gli indennizzi che si ricevevano rinunciando a produrre le quote, sarebbe stato come buttare il biglietto vincente della lotteria.

Il quadro si completa se guardiamo lo stato della nostra industria sementiera, praticamente inesistente! La nostra dipendenza è totale, eravamo autosufficienti in fatto di varietà di grano tenero ed ora non lo siamo più neppure in questo campo. Abbiamo dilapidato il lascito di due genetisti invidiatici da tutto il mondo: Nazareno Strampelli (per i grani duri e teneri) e Ottavio Munerati (per la barbabietola da zucchero)!

In conclusione, per sovranità alimentare intendo la capacità di sfruttare fino in fondo le potenzialità produttive che la tecnica ci offre senza trincerarsi dietro il luogo comune secondo il quale gli altri hanno condizioni diverse dalle nostre (ognuno ha le sue noie) per nascondere la nostra inedia.

 

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2 commenti leave one →
  1. 15 febbraio 2011 09:15

    In poche parole, Alberto, gli obiettivi della tua definizione finale sarebbero quelli che probabilmente si raggiungerebbero meglio senza una politica agricola! 🙂

  2. alberto Guidorzi permalink
    16 febbraio 2011 11:08

    Voglio dire solo che vi è stata una politica agricola dettata da Bruxelles che in altri tempi ha dato tanti soldi all’agricoltura dei Paesi membri, qualcuno li ha utilizzati per progredire, mentre altri, come noi, li abbiamo tesaurizzati.

    Inoltre gli agricoltori di molti Pasi hanno chiesto alla loro politica interna di fare riforme di struttura, mentre da noi abbiamo mantenuto lo status quo che col tempo risulta essere sempre un regresso.

    Ora piangiamo sul nostro vivere beato di un tempo.

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