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G20: anche Tremonti va alla guerra (dei mulini a vento)

21 febbraio 2011

Libertiamo – 21/01/2011

Alla fine anche Giulio Tremonti si è unito al coro, e a margine della riunione dei ministri delle finanze del G20, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

Due anni fa si diceva che [la speculazione] non esisteva e che i prezzi erano fissati dal mercato ed erano quelli giusti. Oggi finalmente se ne parla perché la speculazione sulle materie prime può destabilizzare, come è accaduto nei paesi del Nord Africa dove le rivolte sono state innescate proprio dall’aumento dei prezzi del cibo. Con la speculazione pochissimi guadagnano moltissimo e moltissimi perdono tantissimo. Quando tutti sostenevano che il mercato faceva i prezzi giusti, noi dicevamo di no e infatti è così. La giustizia impone di limitare la speculazione.

La discussione sul presunto legame tra gli investimenti in futures sulle materie prime e l’impennata dei prezzi delle materie prime stesse, e quindi tra speculazione e crisi alimentari, non è affatto nuova, né il nostro plenipotenziario ministro dell’economia è l’unico a farsene portavoce. Se ne era già parlato nel 2008, mentre oggi il tema sembra essere molto caro soprattutto al presidente francese Sarkozy, che ha intenzione di fare della lotta agli speculatori uno dei tratti determinanti della presidenza francese del G20.

Ma è vero che i prezzi aumentano per colpa della speculazione? In realtà i prezzi delle materie prime sono determinati prima di tutto dalla domanda e dall’offerta, oltre che dalla disponibilità di scorte adeguate. Se guardiamo alla situazione attuale, il quadro sembra essere facilmente comprensibile, almeno a guardare i dati, per esempio il primo outlook dell’International Grains Council con le previsioni di produzione e consumi per l’annata agraria in corso. Ebbene, sembra evidente che anche quest’anno verrà confermato un gap negativo tra domanda e offerta, in misura prevedibilmente maggiore rispetto allo scorso anno.

Le ragioni di questa distanza tra produzione e consumi sono molteplici, alcune contingenti ed altre strutturali, ma tutte riguardano la disponibilità fisica di generi alimentari. In primo luogo alcuni estremi climatici come la siccità in Russia e le alluvioni australiane, oltre alla piovosità che ha rallentato, e in qualche caso sospeso, le semine di frumento nell’emisfero boreale. In secondo luogo la politica: negli scorsi anni, quando i cereali costavano pochissimo, molti governi (primi fra tutti USA e UE) hanno messo in atto politiche che stimolavano un uso diverso delle materie prime agricole, come gli incentivi per le colture no-food da biodiesel o biogas, o hanno volutamente indotto un calo delle produzioni compensandolo con sussidi. Quelle politiche sono ancora in vigore, nonostante oggi costituiscano un freno decisivo all’aumento di produzione necessario per far calare i prezzi del cibo.

In terzo luogo, ed è il fattore strutturale di maggior peso, lo sviluppo dei giganti asiatici ha portato sul mercato una nuova, gigantesca classe media, che ha cominciato ad adeguare il suo stile di vita al reddito, innanzitutto sul fronte alimentare. In parole povere, c’è molta più gente che mangia di più. Tutto ciò è più che sufficiente a spiegare sia l’aumento dei prezzi che l’aumento degli investimenti in futures. Questi ultimi, però, sono delle semplici scommesse sul prezzo delle materie prime, in cui neanche un quintale di mais (o altro) viene fisicamente accantonato. Sono in grado di indicare delle tendenze (e in questo il loro è un ruolo essenzialmente positivo) ma non di determinarle direttamente.

Molti sostengono che un calo produttivo comunque contenuto non può far raddoppiare i prezzi, e che la differenza la fa tutta la speculazione.  Come ha ricordato anche Paul Krugman dalle colonne del New York Times, il problema risiede nella sostanziale anelasticità dei prezzi del cibo, cioè nel fatto che, per indurre le persone a consumare di meno, sono necessari forti incrementi di prezzo: addirittura, l’USDA stima che sarebbe necessario un aumento di prezzo del 25% per indurre un calo di appena l’1% nei consumi. Ma la storia recente, anche quella immediatamente successiva all’impennata del 2008, dimostra che i prezzi possono scendere altrettanto rapidamente, non appena l’offerta raggiunge la domanda.

A cosa si deve, dunque, tanta ostilità nei confronti di strumenti finanziari che alla prova dei fatti si rivelano sostanzialmente inoffensivi? E’ probabile che individuare nel mercato il capro espiatorio per le crisi alimentari serva ai governi di alcuni paesi come alibi per operare con maggior mano libera sugli stock disponibili, per ragioni essenzialmente protezionistiche. Infatti sono solo i governi ad avere la possibilità di intervenire pesantemente sul commercio internazionale, determinando, loro sì, repentini rialzi dei prezzi.

Ed effettivamente, se si guarda alla storia di questa crisi alimentare, uno degli episodi che hanno scatenato l’impennata dei prezzi è stato il blocco delle esportazioni messo in atto dalla Russia (che è un grande esportatore di cereali) come contromisura per i cattivi raccolti della scorsa estate, e non è un caso che mentre Sarkozy al G20 dichiara guerra alla speculazione il suo ministro dell’agricoltura, Bruno le Maire, studia misure per limitare l’export agroalimentare francese.

E non è neanche un caso che alle velleità di Sarkozy e Tremonti si oppongano con decisione non tanto i brokers di Wall Street, quanto le economie del Mercosur, Brasile e Argentina su tutti, che sull’export di commodities (vere, non di carta) hanno costruito e continuano a costruire una bella porzione del loro successo, che all’aumento della domanda rispondono con sostanziali incrementi nella produzione e che proprio l’altroieri al G20 hanno fatto sapere con decisione che di nuovi interventi regolatori sui mercati non se ne parla proprio.

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