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Selezionatori o insaccatori? Seconda parte – Cosa significa ottenere una varietà?

4 marzo 2011

Significa:

  • creare una varietà di una specie potenzialmente più produttiva delle altre già costituite
  • soddisfare esigenze di trasformazione industriale
  • soddisfare i gusti dei consumatori e le mutate esigenze nutritive
  • soddisfare le più stringenti esigenze ambientali

Normalmente una varietà si costituisce in un luogo specifico, ma questo luogo ha le sue peculiarità pedoclimatiche, che non sono le stesse di altri luoghi; però ormai una varietà, se si vuole che ripaghi gli investimenti, deve adattarsi a più ambienti. Quindi è indispensabile disporre di una rete di campi sperimentali plurilocalità oppure affidare, dietro compenso, la sperimentazione a chi ha organizzato reti sperimentali per conto terzi.

Queste reti di prova concorrono anche allo scopo importante di portare l’innovazione presso gli utilizzatori, in quanto saranno, già in precommercializzazione, visitate dagli agricoltori delle varie zone. Ormai le piattaforme sperimentali devono essere transnazionali e perfino transcontinentali.

Le risultanze che si vogliono acquisire sono principalmente due: in quali ambienti pedoclimatici diversi si adatta la nuova varietà e quali sono i modi migliori di condurre la coltivazione. Ormai è invalso l’uso di vendere una varietà accompagnata da una scheda con indicazioni del percorso tecnico di coltivazione, che è ormai diverso da varietà a varietà e verte su densità di semina, epoca di semina, difesa dai parassiti, sensibilità ai diserbanti selettivi, adattamento a diversi gradi di fertilizzazione ecc.

Tutto ciò ha portato a risultati di progresso produttivo e qualitativo importanti nei paesi ad agricoltura avanzata, mentre l’Italia è rimasta al palo, vuoi anche per il disinteresse delle amministrazioni pubbliche a favorire e a coordinare la ricerca pubblica con quella privata. Suppergiù abbiamo ridotto ai minimi termini sia un settore che l’altro.

L’essere divenuti tributari all’estero delle sementi che seminiamo, oltre ad affossare la nostra ricerca varietale, ha anche come conseguenza il fatto di finanziare le ricerche dei paesi che ci vendono le sementi. Un esempio è la ricerca sul frumento, che ci ha visti da sempre autonomi, ma per la quale adesso stiamo diventando sempre più dipendenti dalla ricerca francese.

Anche nel grano duro dopo anni di lavoro di miglioramento produttivo non abbiamo più assecondato le richieste dell’industria pastaria che sempre più richiedeva farine di punta. Un esempio è il conferimento del colore giallo alle paste tramite la farina, cosa non basilare per i consumatori italiani e quindi non presa nella dovuta considerazione da parte dei sementieri italiani, ma caratteristica importantissima per l’esportazione.

Inoltre è giusto che si sappia che per costituire una varietà anche di una pianta autogama come il frumento ocorrono sempre 10-12 anni. Solo ultimamente con le moderne tecnologie genomiche si sono ridotti i tempi a 6/7 anni. Ma sono tecnologie costose in ricerca di base ed accessibili solo ad aziende ben strutturate finanziariamente.

In contemporanea si deve iscrivere o registare la nuova costituzione vegetale presso un registro o catalogo nazionale che dà poi diritto ad essere inclusi in quello europeo in modo da poter accedere ai mercati dei Paesi membri UE. L’iscrizione è condizione “sine qua non” alla commercializzazione delle sementi.

In conclusione per la costituzione di una varietà di frumento che abbia successo sul mercato occorrono all’incirca 2 milioni di euro, considerando anche tutti quei tentativi che non ripagano la spesa: infatti solo il 10% delle varietà che vengono costituite arrivano ad avere un successo commerciale. Inoltre la durata biologica di una varietà attualmente non va oltre i 5 anni (in Italia l’obsolescenza è minore, ma ciò implica una lentezza costitutiva e non una validità più lunga, quindi l’agricoltore da quest’inerzia è comunque penalizzato).

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