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Selezionatori o insaccatori? Terza parte – cosa significa “iscrivere” una varietà?

8 marzo 2011

Significa inoltrare una domanda ad un apposito ufficio del Ministero dell’agricoltura e contestualmente depositarvi un dossier con notizie sul metodo seguito per costituire la varietà. Successivamente, in epoca precedente alla stagione di semina, si fornisce un campione di seme rappresentativo della varietà. Questo viene seminato in vari luoghi dove si impiantano prove sperimentali che prevedono dei testimoni per comparazione.

Le prove durano due anni consecutivi e le valutazioni sono di due ordini: una detta DHS (Distinguibilità, Omogeneità e Stabilità) che serve a stabilire se la varietà presentata è diversa dalle altre, non confondibile e pertanto la si può definire una novità, se è omogenea nell’estrinsecazione dei caratteri e se è stabile nel riprodursi.

Analizziamo da vicino ognuna delle caratteristiche. La “distinguibilità” fino agli anni 1970 verteva sulle caratteristiche morfologiche e/o nel tenore in certe sostanze. Successivamente fu determinata sotto il profilo proteico/enzimatico analizzando il polimorfismo biochimico. L’omogeneità implica che si sia in presenza di un solo genotipo (almeno per il 99%), ma ciò si può ottenere solo tramite almeno 10 autofecondazioni. In definitiva occorrono 10 anni per avere un’eterosi residuale di 0,19%. Ecco la ragione per cui, come si è detto, occorrono 10/12 anni per fare una varietà.

La “stabilità” discende dall’omogeneità e ammettendo in ipotesi che vi siano implicati 30.000 geni, un’omogeneità del 99% implica che solo 60 geni siano allo stato eterozigote che nelle successive generazioni possono segregare e generare fenotipi differenti.

L’altra valutazione è detta VAT (Valore Agronomico e Tecnologico) che valuta se la varietà può essere definita apportatrice di innovazione. Attenzione, anche qui i fattori da valutare sono divenuti molteplici in quanto ormai l’uso di una derrata come il frumento può implicare caratteristiche l’impanificabilità (uso zootecnico), oppure che le farine servano per un uso biscottiero, uso in pasticceria, in panificio, usi speciali (pan biscotto, sandwitch…).

Se DHS e VAT sono soddisfatti si ottiene un parere favorevole e quindi viene proposta l’iscrizione di quella varietà che si formalizza con l’emissione di un decreto che compare sulla Gazzetta Ufficiale e che ha valore di COV (Certificato di Ottenimento Vegetale), il quale dà diritto allo sfruttamento in esclusiva della varietà che potrà essere coltivata solo con il permesso del costitutore.

La varietà tuttavia rimane libera per gli usi di ricerca e può essere usata come genitore per altri incroci senza dover pagare nulla al costitutore. Se non avvenisse ciò, si chiuderebbe l’accesso al patrimonio genetico della specie. E’ lo stesso principio grazie al quale il copyright è dato per un libro nel suo complesso, ma non per le parole usate per costruire le frasi. Il COV ha validità 25 anni con richiesta di mantenimento allo scadere di ogni decimo anno o quinquennio.

Si fa notare che in Europa la protezione assegnata al costitutore vegetale è andata di pari paso con le motivazioni iniziali della CEE, che erano quelle di dare sempre più cibo ai suoi cittadini a prezzi stabili. In altri termini si vide nella creazione varietale un mezzo indispensabile per raggiungere lo scopo. Da qui è nata l’adesione all’organo internazionale che si occupa della protezione delle varietà vegetali, vale a dire l’Union Internationale pour la protection des obtentions végétales (UPOV), con sede a Ginevra (Svizzera).

L’UPOV promuove un efficiente sistema di protezione sui ritrovati vegetali e assicura che paesi aderenti all’Unione riconoscano i risultati raggiunti dai costitutori vegetali, concedendo loro un diritto di proprietà intellettuale. Assiste, poi, i Paesi membri nel processo di implementazione delle regole UPOV nella propria legislazione nazionale.

Le norme UPOV sono state man mano rese più stringenti in modo da proteggere sempre più il costitutore, fino a proibire in linea di principio il diritto dell’agricoltore di riseminare con seme preso dal proprio raccolto. Ha lasciato però liberi gli stati di decidere di derogare su questo principio. La deroga più intelligente a mio avviso è stata quella adottata in Francia dove all’atto della consegna ai sili di stoccaggio da parte l’agricoltore mostra i cartellini del seme acquistato per produrre, oppure, in mancanza di questi (appunto per aver usato la sua produzione) è assoggettato al prelievo di una modesta quota il cui valore servirà in parte per ripagare il costitutore della varietà ed in parte andrà a finanziare la ricerca pubblica e privata. Il tutto è frutto di un accordo interprofessionale.

E’ evidente che i movimenti ecologisti hanno preso spunto da queste regole per gridare allo scandalo, alla prevaricazione degli agricoltori e della loro spogliazione di un diritto atavico seppure legato ad un’agricoltura di sussistenza.

A mio avviso ciò è solo ideologico in quanto un agricoltore che non vuol pagare i diritti insiti su una varietà protetta, può benissimo seminare una varietà libera. Inoltre, se è vero che un agricoltore sulla sua terra ha un diritto di proprietà esclusivo, è altrettanto vero che, per “par condicio” si potrebbe dire che la validità è limitata a ciò che produce per il proprio sostentamento familiare, ma non per ciò che produce per vendere e guadagnarci!

Se ne fa una questione di diritto lui perché non lo deve fare un sementiere che gli ha offerto una varietà migliorata? Non solo, ma perché si pretende proprio di seminare la novità vegetale? Evidentemente le si riconosce un plus produttivo. Perché allora non pagarlo a chi ha lavorato per fornirglielo?.

L’agricoltore fino a prova contraria produce cibo e questo è essenziale per mantenere in vita le persone, quindi con lo stesso ragionamento non dovrebbe aver diritto di voler vendere al prezzo più alto possibile. Se invece tralasciamo l’ideologia e guardiamo le cose nella loro realtà, dobbiamo constatare che un agricoltore non ha nulla da eccepire sul fatto di dover comprare le sementi tutti gli anni se, effettivamente, riconosce un vantaggio ben superiore al prezzo che paga.

Il brevetto sul vivente è operativo dal 1980 ed ha avuto la sua consacrazione internazionale con gli accordi di Marrakech del 1994 dai quali è nato l’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), con la firma dell’accordo ADPIC (Aspetti del Diritto di Proprietà individuale legati al Commercio) che obbliga i paesi firmatari a dotarsi di una legislazione di protezione delle novità vegetali.

Il brevetto è definito come un monopolio temporaneo (dura 20 anni) di sfruttamento di una proprietà intellettuale che deve essere riconosciuta. La concessione del brevetto concede una privativa, contrariamente alla tutela prevista specificamente per le varietà vegetali COV, non solo sui vegetali e sui relativi ritrovati naturali o artificiali, ma anche sul metodo di produzione o di utilizzazione, nonché su eventuali mutazioni.

Anche in Italia esiste da tempo un Ufficio Brevetti dove depositare la domanda ed il relativo dossier per vedersi attribuito il monopolio di sfruttamento predetto. Purtroppo è lo stesso ufficio che si occupa dei brevetti industriali e quindi il personale addetto non conosce le peculiarità dei vegetali ed è per questo che vi è un limitato ricorso.

Anche qui si dice spesso che è scandaloso brevettare il vivente, è come brevettare la vita e quindi spogliare la comunità dei cittadini di un bene comune. A guardarci bene però non è così: nel caso del brevetto di una varietà nuova ottenuta per metodologia classica si protegge quell’assemblaggio genetico e non tutte le combinazioni geniche che sono in numero grandissimo, quindi i geni non sono privatizzati (l’esempio del copyright sui libri vale ancora).

Nel caso della transgenesi, invece, si brevetta il tratto genetico, formato dal gene e da accoppiati meccanismi genetici che rendono il transgene operante. Questo vuol dire che il gene del batterio e la pianta restano totalmente disponibili per altri che vogliono cimentarsi in transgenesi diverse, soltanto non possono copiare o appropriarsi di quella brevettata. Il detentore del brevetto inoltre non può rifiutarsi di cedere la sua invenzione a chi accetta di pagare quanto prescritto in fatto di diritti di brevetto.

In definitiva non c’è antinomia tra COV e brevetto: prima bisogna passare attraverso il COV se si vuol porre in commercio il seme, e questo già dà al costitutore quasi tutte le garanzie del brevetto. Solo dopo si può passare al brevetto, se conviene. Sfatiamo anche un’altra leggenda: quella secondo la quale a causa dei brevetti l’agricoltore non può più riseminare i semi che ha raccolto. Non è vero, contrariamente a quanto viene riportato dalla stampa, la legislazione europea ed italiana sui brevetti che concernono le varietà vegetali e le invenzioni biotecnologiche, cioè le piante GM coltivate, permette all’agricoltore di crearsi delle sementi aziendali da usare in ambito della sua impresa agricola.

In Europa normalmente il 60/70% delle varietà vegetali presentate all’iscrizione non passa gli esami in fatto di DHS e di VAT e quindi sono da gettare da parte del costitutore e ricominciare di nuovo. In Italia questa percentuale è molto inferiore, anche perché bisogna motivarla con dati sperimentali inoppugnabili. Tuttavia ormai si preferisce iscrivere solo nel Paese di residenza del costitutore e sfruttare per la commercializzazione l’inclusione automatica al Catalogo Comunitario, per commercializzare la varietà in tutta l’UE.

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