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C’è BRIC e BRIC

26 marzo 2011

Ogni BRIC fa caso a sé, e se da una parte il Brasile sta approfittando alla grande dell’aumento della domanda globale di cibo, diverso è il discorso per Russia, Cina e India che, per ragioni differenti, vedono molti dei nodi irrisolti della loro struttura economica e sociale avvicinarsi rapidamente e pericolosamene ai denti del pettine.

In Cina sta evaporando rapidamente l’illusione dell’autosufficienza alimentare, come dimostra questo grafico pubblicato dal WSJ sul rapporto tra esportazioni e importazioni di mais:

Il mais è ancora considerata una coltura strategica, insieme a grano e riso, ma sembra destinata presto a far la fine della soia, della quale la Cina era un tempo il primo produttore mondiale, e della quale oggi è diventata il primo importatore mondiale. Cosa che con ogni probabilità renderà sempre più problematica per le autorità cinesi la già disperata impresa di tenere sotto controllo l’inflazione.

Anche per l’India il problema è simile, ma in un paese in cui povertà e malnutrizione la fanno ancora da padrone, mentre il livello di inflazione alimentare a doppia cifra è trascinato dai consumi urbani che richiedono prodotti “high-value“, emerge con forza il problema dell’arretratezza del sistema produttivo, in particolare quello risicolo, dove per esempio sono ancora poco diffusi gli ibridi. Ashok Gulati, presidente della Commission for Agricultural Costs and Prices governativa afferma che:

Più del 60% della superficie risicola cinese è coltivata a ibridi. Come risultato, i raccolti cinesi di riso sono quasi doppi di quelli dell’India, che coltiva ibridi su meno del 3% della superficie. La cina produce 200 milioni di tonnellate di risone da 29 milioni di ettari, in confronto ai 150 milioni di tonnellate dell’India prodotte su 44 milioni di ettari.

E non è un problema da poco per un paese la cui popolazione sembra essere destinata a superare quella cinese entro il 2030, e che sconta una cronica debolezza infrastrutturale per tutto ciò che riguarda la conservazione, il trasporto e la distribuzione del cibo.

Mentre è di investimenti (e di un “clima” più attraente per i potenziali investitori) che avrebbe bisogno la Russia che la scorsa stagione è stata costretta a bloccare le esportazioni di cereali a seguito degli incendi e della siccità. Uno strano paese, in cui la terra non manca davvero (120 milioni di ettari coltivabili, un terzo dei quali in abbandono) e in cui le rese medie per ettaro sono ancora oggi molto al di sotto delle potenzialità:

  • P.S.: praticamente tutti i links di questo post rimandano ad articoli del Wall Street Journal. Non mi sto dando al copiaeincolla professionale, il fatto è che sfido a trovare una fonte di informazioni sul mercato delle materie prime agricole altrettanto completa, accessibile e stimolante…

 

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