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Dalla stalla al borsello

14 aprile 2011

Sergio Marini, presidente di Coldiretti, sente puzza di sòla, e finisce per mettere l’accento su una delle tante contraddizioni insite nell’iniziativa del Ministero dell’Economia tesa a salvaguardare l’italianità di Parmalat.

tutti siamo pronti a difendere l’italianità del nostro settore alimentare e, anche se con incolmabile ritardo, meno male che ci siamo accorti del suo valore strategico, ma deve essere però altrettanto chiaro che strategici per un Paese sono il cibo e l’agricoltura e, soltanto dopo, il marchio e la trasformazione. L’italianità va difesa dalla stalla alla borsa e per questo è prioritario un progetto industriale che valorizzi veramente il latte e i quasi 40mila allevamenti italiani e si impegni su un Made in Italy che, oltre al marchio, contenga materie prime nazionali.

Eh già. Perché, nonostante la cosa sia sfuggita ai più, il latte è una materia prima come le altre, e può essere acquistata ovunque. D’altronde lo stesso direttore generale di Parmalat, l’italianissimo Antonio Vanoli, a chi gli domandava dove il gruppo di Collecchio usasse rifornirsi, se in Italia o all’estero, e in quale misura, rispondeva che questa informazione era protetta da un vincolo di riservatezza. Probabilmente il buon Marini comincia a domandarsi per quale ragione una nuova Parmalat italiana dovrebbe avere più a cuore di Lactalis l’origine della materia prima.

Oggi tre litri di latte a lunga conservazione sui quattro venduti in Italia con marchi del Made in Italy sono in realtà stranieri senza indicazioni per il consumatore come pure il latte impiegato in quasi la metà delle mozzarelle sugli scaffali. Viene infatti dall’estero ben un terzo della materia prima utilizzata nei prodotti alimentari realizzati in Italia.

Ovviamente Marini non si chiede per quale ragione sia più conveniente acquistare il latte fuori dai patri confini. La risposta sta tutta in questo grafico e ne abbiamo già parlato. Ma naturalmente se il nostro sistema produttivo non è competitivo, la soluzione è sempre quella di imporre ai trasformatori di pagare di più la materia prima e a i consumatori di pagare di più il prodotto finale, almeno finché non si renderanno conto che anche un prodotto trasformato all’estero può avere un prezzo inferiore e caratteristiche equivalenti.

E nel frattempo possiamo continuare a spacciare per buona la balla secondo la quale il latte prodotto in paesi dalla grande tradizione casearia come Francia, Austria e Germania è meno buono, meno sicuro e non si sa che altro. Il tutto in nome del nuovo mantra della strategicità del settore agroalimentare, la cui italianità, fin che c’è chi è disposto a pagare e a farsi prendere per il naso, se è un valore per la proprietà di Parmalat può esserlo anche per i suoi primi fornitori.

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2 commenti leave one →
  1. Alberto Guidorzi permalink
    14 aprile 2011 14:34

    Il latte italiano costa molto di più, se ne calasimo il prezzo le nostre stalle chiuderebbero.

    Lo zucchero italiano costa molto di più, appena è stato diminuito il prezzo delle bietole i 2/3 degli zuccherifici hanno chiuso (i quattro rimasti sono destinati a lavorare tra il 40 e 50% delle potenzialità nel 2011).

    Importiamo mais dalla Francia quando dovrebbe essere l’Italia che rifornisce i francesi di mais, vista la nostra maggiore vocazione.

    IL frumento italiano costa 1/3 di più e se lo calsssimo gli agricoltori non seminerebbero (vedi grano duro)

    Devo continuare?

    Marini sarebbe meglio che non si ponesse domande che hanno già risposte che conoscono solo in tre: uomini, donne e bambini……, ma si mettesse d’impegno per dare competitività alle aziende che rappresenta è che non può realizzarsi proteggendo con prezzi elevati costi fuori mercato, ma aumentando le produttività unitarie. Il plus del made in Italy se lo accaparreranno sempre le industrie agroalimentari e non mai gli agricoltori quindi la politica della Coldiretti serve solo a creare agricoltori sempre più straccioni.

  2. 14 aprile 2011 17:04

    Caro Alberto
    non si potevano trovare parole migliori!

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