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Dalla sorgente al mare

7 giugno 2011

Sempre a proposito della scheda gialla sulla remunerazione dei capitali investiti nei servizi idrici, possono essere utili le considerazioni di Mario Seminerio a proposito di quel famoso 7 per cento che secondo una vulgata prereferendaria ormai irrimediabilmente diffusa rappresenterebbe una specie di guadagno garantito per gli investitori privati, insomma, una pacchia intollerabile:

Quel famoso e famigerato 7 per cento non è un profitto, è la remunerazione del capitale investito. Qualsiasi studente di economia non particolarmente sveglio vi spiegherà che un investimento si finanzia con un mix di mezzi propri e debito, e che ognuna di queste due tipologie di fondi ha uno specifico costo. Si chiama costo medio ponderato del capitale (Weighted Average Cost of Capital, WACC), e se vi prendete la briga di guardare il bilancio di una utility quotata vedrete che il suo WACC si avvicina molto al tasso-soglia fissato in Italia per remunerazione degli investimenti idrici. Detto incidentalmente, fatevi spiegare a quanto ammonta il costo del solo capitale proprio utilizzando un modello di CAPM (Capital Asset Pricing Model), scoprirete che siamo nel regno della doppia cifra.

Ad esempio, i francesi di Veolia, che sono attivi nell’acqua, hanno un WACC del 6 per cento; i loro connazionali di Suez Environnement, una multiutility che si occupa di acqua e smaltimento rifiuti, sono al 6,7 per cento; gli inglesi di Northumbrian Water stanno al 6,3 per cento. E’ più chiaro, ora? Questo è il costo del capitale di imprese che operano nel settore idrico in Europa, dato l’ambiente competitivo. Da qui emerge che il tasso italiano del 7 per cento non è stato scelto a capocchia, né rappresenta una forma di pericoloso sfruttamento del popolo assetato. Questi sono gli effetti, quando si ha un’opinione pubblica (ed una classe dirigente), che non sa leggere un bilancio e soprattutto di economia non capisce una mazza.

E per quel partito che oggi si candida ad essere il solido baricentro dell’alternativa, la cui strada sarebbe spianata proprio, chissà perché, dalla riconsegna dei servizi pubblici locali nelle mani di caste e clientele,

avere poi trasformato questi referendum nel tentativo di dare la spallata finale al capocomico di Arcore ed al pugile suonato di Gemonio è lecito e legittimo, nella dialettica politica di un paese che sta affondando ogni giorno che passa. Solo che non ci si rende conto che, anziché fare un discorso adulto all’elettorato, lo si considera esattamente come lo considera Berlusconi, cioè composto da minus habens.

Poco altro da aggiungere, se non l’elenco, pubblicato da Jacopo Giliberto, dei 150 comuni italiani al di sopra dei 10.000 abitanti che ancora non si sono dotati di un adeguato sistema di depurazione delle acque reflue secondo una direttiva europea che doveva essere stata recepita appena dal 1998. Un ritardo che potrebbe costare alle pubbliche amministrazioni (ovvero ai contribuenti e alle generazioni future di questo sventurato paese) multe che andranno, pare, dagli 11.000 ai 700.000 euro per ogni ulteriore giorno di ritardo.

Ma si sa, l’acqua è bene comune non solo dalla sorgente al rubinetto, ma anche dal gabinetto alle fogne, e dalle fogne al mare.

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  1. unlettore permalink
    8 giugno 2011 21:01

    Non ne capisco niente di economia ma mi piacerebbe ricevere dei chiarimenti rispetto al 7% di “remunerazione del capitale investito”. Investito annualmente? Investito all’inizio della nuova gestione? Oltre all’obbligo di remunerazione, c’è un obbligo per la società privata ad investire soldi per il miglioramento del servizio?

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