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Di prezzi e volatilità. La storia del trifoglio squarroso

29 giugno 2011

All’ultimo G20 si è parlato molto del modo di contenere il fenomeno della volatilità dei prezzi delle soft commodities, il solito non evento è stato salutato con cori di giubilo dai ministri dell’agricoltura di Europa e Stati Uniti, convinti che le annunciate misure di controllo sulla speculazione sui derivati avrà effetti taumaturgici (per il bene, sia chiaro, degli agricoltori e dei poveri del mondo, mentre i paesi poveri interessati sembrano dare ben altra interpretazione alla cosa).

Tutte queste gran chiacchiere, e un breve scambio di idee sul blog di un amico, mi hanno fatto tornare alla mente un’esperienza personale, che forse può contribuire a sfatare qualche mito. Dunque, dalle mie parti è molto comune, in alternanza con i cereali a paglia (grani duri e teneri, orzi), seminare trifogli da seme. Si tratta di alcune varietà (in particolare lo squarroso e l’incarnato, che qui viene chiamato “caporosso“) che in genere vengono seminate per realizzare prati e pascoli polifiti, ma che qui danno una buona resa in seme. Parlerò dello squarroso, che è quello più adatto alle “mie” colline argillose e che quindi conosco meglio, ma un discorso simile può essere fatto a proposito dell’incarnato. 

Il trifoglio squarroso viene portato a seme in una zona piuttosto ristretta che comprende l’estremo nord della provincia di Viterbo, le Crete Senesi, la Val d’Orcia e parte del grossetano (l’unica borsa merci a quotarlo è quella di Roma, e per un periodo brevissimo). Il suo prezzo è stato sempre estremamente variabile di anno in anno, dato che una buona o una cattiva stagione può influire significativamente sull’intera produzione disponibile. Un prezzo estremamente volatile, che negli anni ’90 variava tra le cento e le trecentomila lire a quintale, con sbalzi tra i due estremi anche da un anno all’altro, e in qualche caso anche nel corso della stessa stagione. Al tempo stesso è una coltura economica e facile da gestire, basta una lavorazione minima del terreno, nessuna fertilizzazione e una passata di diserbante per arrivare a raccolto, che può arrivare a dare fino a dieci quintali ad ettaro.

Parlo degli anni ’90 perché era un epoca in cui la PAC rendeva molto agli agricoltori, e seminare grano duro, mais e oleaginose (girasole, soia e colza) assicurava un entrata garantita di un milione ad ettaro circa di sussidio, e a parità di spese, dato che nessuno si è mai sognato di verificare che le colture venissero portate avanti secondo la corretta pratica agronomica. Ebbene, nonostante questo, il trifoglio squarroso ha continuato (e continua anche oggi, in un tempo in cui le sue quotazioni si sono decisamente stabilizzate al ribasso) ad essere seminato con soddisfazione (oggi un po’ meno), nonostante fosse una coltura soggetta, più di qualsiasi altra, alla volatilità.

E a maggior conferma di questo va ricordato che solo per i trifogli i trebbiatori continuano a farsi pagare a percentuale, portandosi via il 30% circa del raccolto, mentre per tutte le altre colture hanno finito ormai da anni per farsi pagare un tanto ad ettaro. La volatilità non spaventa quindi neanche i contoterzisti, anzi, nonostante la trebbiatura dei trifogli sia operazione tutt’altro che semplice data la dimensione minuscola del seme in una ragguardevole massa secca e polverosa, e le mietitrebbie stesse sono sottoposte a stress molto maggiore che per le altre colture.

Tutti scemi, quindi? Gli agricoltori che decidevano di coltivare delle varietà per le quali non ricevevano nessun contributo (le foraggere erano fuori dalla PAC), rinunciando ai cospicui, stabili e comodi guadagni rappresentati dai contributi sul grano duro e sulle oleaginose, esponendosi al rischio di vedere evaporare il loro capitale nel giro di un paio di settimane se esageravano nel tenersi il seme in magazzino per troppo tempo prima di venderlo sono tutti degli sprovveduti? Secondo i ministri dell’agricoltura del G20 evidentemente sì, dato che a sentir loro le prime vittime della volatilità sono gli agricoltori.

A me pare invece che la volatilità può rappresentare un serio problema, ma spesso viene anche riconosciuta come un’opportunità, specie quando, come accadeva ai trifogli ed accade in questi ultimi mesi alle grandi commodities agricole, offre anche l’occasione di realizzare ottimi guadagni. E che sono molto più efficaci, per tutelarsi dai rischi, le contromisure che in genere le aziende agricole mettono in atto spontaneamente, costituendo gruppi di acquisto, cooperative, vendite scaglionate, insomma economie di scala adeguate a tutelare i più fragili ed i più esposti, piuttosto che gli interventi pianificatori (sempre più dichiarati che realizzati, direi per fortuna) dei ministri del G20.

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5 commenti leave one →
  1. 29 giugno 2011 21:30

    Scusami Giordano potresti approfondire i motivi che portano gli agricotori a seminare comunque foraggere e i terzisti a farsi pagare a percentuale (anche se mi pare, da incompetente, che il 30% non sia poco) ?

  2. 29 giugno 2011 22:40

    facile, perché quando va bene ci si fanno bei soldini: ci sono annate in cui i trifogli in collina hanno reso parecchio più delle bietole in pianura. In compenso qualche anno si resta a bocca asciutta. La percentuale del 30% non è poco, è vero, e infatti alcuni contoterzisti si sono seriamente arricchiti in qualche vecchia annata. Considera che però non tutti sono capaci di trebbiare i trifogli: si tratta di gente che fa quasi esclusivamente questo (i cosiddetti “seministi”, perché trebbiano il “semino”) che trattano le loro trebbie come collezionisti d’auto d’epoca, anche perché quelle più adatte alla bisogna, a doppia ventilazione per assicurare un’adeguata pulizia al prodotto, sono ormai fuori produzione.

  3. Franco permalink
    18 agosto 2012 13:53

    Sono un Agricoltore ed Allevatore la semina dei trifogli vengono effettuati per l’alimentazione del bestiame è lo sfalcio per foraggi. Ci sono delle stagioni molto particolari si può ricavare i semi di trifoglio è secondo la quantità non è un grasso ricavato.

  4. emanuele permalink
    11 febbraio 2013 18:30

    la semina del trifoglio in alternativa ai disserbanti ,seminandolo a gennaio per non fare crescere erbe infestanti

  5. Alberto Guidorzi permalink
    12 febbraio 2013 17:13

    Emanuele tu non sei un agricoltore vero? Quello che hai detto lo hai solo letto, però non andarlo a consigliare ad un agricoltore che campa del suo lavoro, perchè ti insegue con il forcone. Il trifoglio non è neppure idoneo per il sovescio, non produce abbastanza biomassa.

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