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Prezzo e pregiudizio

7 luglio 2011

A proposito del rally dei prezzi delle soft commodities, oggetto del G20 agricolo che, alla fine di giugno, si è candidato al titolo di non evento dell’anno, segnalo il rapporto LEI di Wageningen UR, dal titolo “Price and prejudice: Why are food prices so high?“.

Secondo il rapporto le ragioni dell’aumento dei prezzi sono molto più semplici di quanto comunemente si creda:

Da una parte, la domanda di cibo continua a crescere insieme ad una crescente e più ricca popolazione mondiale. La domanda per i biocarburanti si è sommata a questa domanda.

Dall’altra, ci sono stati ripetuti shocks all’offerta dovuti al tempo: alluvioni e siccità, in un momento in cui le riserve erano basse.

Tre fattori aggiuntivi hanno contribuito a spingere in alto i prezzi:

  • Blocchi alle esportazioni imposti da molti paesi
  • Il tasso di cambio del dollaro debole
  • Il prezzo del petrolio alto

Ed è particolarmente interessante il grafico introduttivo, che mostra la corrispondenza tra l’andamento dei prezzi di mais e frumento e la situazione degli stocks:

E a proposito della famigerata speculazione sui derivati, che secondo alcuni è la causa unica e sola di tutti i mali del mondo?

Il centro del dibattito sull’influenza della speculazione sui prezzi del cibo sta nel come e quanto gli scambi sul mercato dei futures possa avere un impatto sul mercato spot. Ci sono stati alcuni casi nel passato nei quali questa eventualità è stata verificata, ma in tutti questi casi sono state necessarie azioni combinate sul mercato dei futures e su quello delle scorte per raggiungere un risultato sui prezzi. Non c’è nessuna evidenza di azioni del genere per quanto riguarda le recenti escursioni dei prezzi del cibo (…).

Dalle evidenze in letteratura, sembra che l’impatto degli index funds sia limitato al massimo nell’influenzare la volatilità dei prezzi dei futures, e anche questo deve essere definitivamente dimostrato. Il loro impatto sui prezzi spot non è dimostrato dalla teoria né supportato dall’evidenza nel modo in cui alcuni autori ed attivisti vorrebbero far credere alla gente.

Che, più o meno, è quello che da queste parti ci ostiniamo a ripetere da tempo: se l’aumento della domanda, insieme ad altri fattori, portano le materie prime agricole ad essere l’unico cavallo buono in una corsa di somari, non saranno certo gli scommettitori, che pure punteranno tutti su quel cavallo, ad influenzare l’esito della gara.

C’è un altro grafico, tra i tanti, che voglio segnalare:

Qui è possibile vedere l’enorme differenza tra quanto pesa il cibo nel bilancio domestico in Occidente e nei paesi in via di sviluppo.

Le famiglie nei paesi ricchi spendono circa il 10% del loro budget in cibo, ma solo il 20% del prezzo del cibo proviene dalla materia prima. Il resto proviene dal marketing, dal confezionamento, dal trasporto e dagli utili di chi porta il cibo dalla fattoria al negozio. Invece nei paesi in via di sviluppo la gente spende mediamente per il cibo ben più del 10% del bilancio familiare, laddove le famiglie più povere arrivano a spendere tra il 50% e l’80% dei loro redditi. Qui solo una piccola porzione va ai processi di commercializzazione e confezionamento: la maggior parte delle famiglie acquistano cibo non trasformato, divenendo più vulnerabili agli aumenti di prezzo dei generi alimentari.

Il che conduce a due conclusioni: in primo luogo i problemi legati al prezzo del cibo sono più seri di quanto riusciamo a percepire in Occidente, e proprio per questa ragione andrebbero affrontati con più serietà e meno strumentalizzazioni ideologiche. In secondo luogo è interessante misurare il livello di protezione dagli sbalzi dei prezzi che deriva da un mercato complesso e globalizzato: un tema da approfondire, in un epoca in cui l’accorciamento delle filiere sembra essere una soluzione alla moda tanto tra i produttori quanto tra i consumatori.

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