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Prezzi del cibo e crisi alimentari, oltre i luoghi comuni

12 luglio 2011

DailyBlog – 12/07/2011

Secondo una vulgata largamente diffusa l’aumento del prezzo delle principali materie prime agricole, a cominciare dai cereali, dipenderebbe dalla speculazione finanziaria sui futures: si sostiene che alcune grandi centrali speculative sarebbero in grado, acquistando e vendendo questo genere di derivati, di condizionare il prezzo delle derrate agricole provocando fame, crisi alimentari e rivolte sociali. Una tesi sposata anche da molti governi, primi fra tutti quello francese e quello italiano, oltre che da molte ONG.

In realtà, come spesso avviene quando si parla di speculazione, e le vicende italiane di questi giorni lo dimostrano, si tende a confondere la malattia con i suoi sintomi. I prezzi delle materie prime aumentano per un’unica ragione: sta aumentando sensibilmente la domanda di cibo, guidata prima di tutto dalla crescita dell’Asia, in cui letteralmente miliardi di persone stanno adeguando il loro stile di vita al reddito. Guardate questo semplice grafico pubblicato alcuni mesi fa sul Wall Street Journal:

sulla sinistra si vede l’andamento dei prezzi degli ultimi dieci anni, sulla destra l’andamento della produzione e dei consumi. Risulta piuttosto evidente che i prezzi sono saliti e scesi in base a normali dinamiche di mercato, erano alti quando l’offerta non riusciva a raggiungere la domanda, più bassi quando l’offerta raggiungeva e superava la domanda, e che la domanda è stata sempre in regolare e costante crescita.

Va ricordato che il cibo è un bene a domanda anelastica, quindi sono necessari forti aumenti dei prezzi per produrre dei cali nei consumi. La ragione è semplice: se aumenta il prezzo del pane, rinunciamo ad altro prima di rinunciare al pane. Per dare un’idea, l’USDA (il ministero dell’Agricoltura degli Stati Uniti) ha stimato che l’elasticità della domanda rispetto al prezzo di pane e cereali è 0,04 – il che vuol dire che sarebbe necessario un aumento di prezzo del 25 per cento per indurre un calo di appena l’1 per cento nei consumi. Questo fa sì che anche un calo apparentemente poco significativo della produzione, in un momento in cui la domanda è in forte crescita, può far schizzare i prezzi alle stelle.

Cosa c’entra quindi la speculazione? Poco o nulla. E’ vero che gli scambi dei futures sono aumentati a dismisura negli ultimi anni, ma questo è avvenuto perché il mercato, riconoscendo molto prima della politica la direzione della domanda e dell’offerta, ha individuato in questo settore l’opportunità di realizzare guadagni. Ma i futures sono solo scommesse sulla direzione dei prezzi, in cui non viene scambiato neanche un quintale di materia prima: gli speculatori, insomma, non accumulano, e non potendo accumulare non hanno la possibilità di incidere sui prezzi.

Ad accumulare, e quindi ad incidere sui prezzi, sono invece i governi: ricorderete che l’estate scorsa l’impennata dei prezzi dei cereali ha avuto luogo quando Putin ha deciso di bloccare le esportazioni di cereali, a seguito della siccità in Russia, suggerendo ai mercati l’eventualità di una significativa contrazione dell’offerta.

Nello stesso modo le politiche agricole, soprattutto di Europa e Stati Uniti, sono state approvate in un epoca in cui si riteneva conveniente ridurre la produzione, per proteggere i propri mercati interni, e sono ancora in vigore. Anche gli incentivi per i biocarburanti distolgono parte della produzione dal consumo alimentare, e quelli alle energie rinnovabili sottraggono terra coltivabile alla produzione agricola.

Gli speculatori hanno semplicemente registrato e valutato questa situazione, e hanno informato con un certo anticipo chi aveva orecchie per intendere che i prezzi sarebbero saliti, cosa che è puntualmente avvenuta. Ma non si possono accusare gli scommettitori di determinare l’esito di una corsa di cavalli, a meno che questa corsa non sia truccata, e non è questo il caso.

Un ultimo dato: l’aumento dei prezzi delle materie prime agricole è stato appena percepito da noi, mentre ha avuto effetti devastanti nelle economie di molti paesi in via di sviluppo. Questo perché nel bilancio familiare di una famiglia occidentale il cibo incide mediamente per circa il 10%, e di questa percentuale solo il 20% riguarda il costo della materia prima, mentre il resto è il costo delle fasi di trasformazione, confezionamento e trasporto. Altrove invece il cibo ha un peso ben maggiore nel bilancio di una famiglia, in alcuni casi fino all’80%, e molti consumatori acquistano direttamente la materia prima grezza (si pensi al riso), esponendosi alla volatilità dei prezzi.

Una ragione in più per affrontare seriamente un problema grave, abbandonando gli approcci ideologici e la caccia alle streghe.

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