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Meglio certificato, se certifica veramente la qualità

21 luglio 2011

Certo che dover ancora parlare della validità delle sementi selezionate, quando l’acquisizione è vecchia di 1200 anni è un po’ strano. Infatti già Carlomagno nei suoi capitolari raccomandava agli agricoltori il rinnovo delle sementi e l’acquisto di semi sul mercato (Boulaine 1992). I nostri vecchi contadini si scambiavano le sementi o le andavano a prendere in luoghi diversi da quello di loro coltivazione.

Nel 1856 Vilmorin disse che non è l’aspetto del genitore (selezione massale) che bisogna guardare, ma come queste caratteristiche si riproducono nella discendenza (selezione genealogica).

L’accettazione di questo principio nelle piante autogame (tipo frumento ad esempio, mentre nelle piante allogame come il mais questo ragionamento non vale) ha comportato il restringimento della base genetica, cioè ogni varietà di frumento, orzo, avena, è assimilabile ad un genotipo omozigote, cioè ad una “linea pura” (vale a dire un unico genotipo che dà la maggior produzione). Prima, invece, si coltivavano delle popolazioni eterogenee.

Questo modo di operare il miglioramento varietale, specialmente nell’ultimo mezzo secolo, ha portato a guadagni di produttività medi, ascrivibili alla sola genetica, di 0,35-0,45 q/ha/anno vale a dire il 30-35% del progresso produttivo realizzato. Il miglioramento più le tecniche agronomiche hanno generato un potenziale di produzione di 150 q di frumento/ha ed una maggiore sicurezza di produzione.

A questo punto occorre che anche i profani capiscano che l’insostenibilità di un metodo produttivo (eccessiva intensificazione) lascia totalmente incolpevole la genetica (30-35%) e colpevolizza il 65-70% ascrivibile all’agronomia cambiata. Tuttavia anche qui non è tutto da buttare via, ma solo modificare ciò che di scervellato si è fatto. Non si può buttare in toto la concimazione o la protezione, come fanno gli agricoltori biologici, ma si tratta di finalizzare meglio le pratiche e prendere sempre in considerazione la componente ambientale di ogni azione di campagna. Questo nuovo sistema di porsi ha bisogno che la genetica aumenti il suo contributo, altrimenti siamo obbligati a far regredire le pratiche agricole, ma pagando un prezzo elevato in fatto di produttività.

La collettività e l’opinione pubblica deve essere cosciente di queste cose, e non si deve essere specialisti per capirle. Ecco che anche lo strumento della trasngenesi (gli OGM), visto solo e unicamente come mezzo genetico ulteriore fra i tanti per progredire, assume un significato diverso da quello ideologico che gli è stato affibbiato.

Gli agricoltori invece devono sapere che quando seminano un campo di grano con semente di loro produzione essi godono GRATIS del progresso genetico accumulato nella pianta di grano attuale. Se questo progresso genetico s’interrompe il danno ricadrà su di loro. Quando invece compriamo seme certificato essi danno solo un piccolo contributo a pagare le spese che i sementieri (quelli veri, cioè quelli che dietro di loro hanno una storia di creazione di varietà che hanno fatto epoca, non quelli fasulli e ce ne sono pure tanti) anticipano per continuare la creazione varietale.

Fino ad ora abbiamo parlato della FASE CREATRICE del miglioramento genetico, ma esiste anche una FASE CONSERVATRICE della creazione varietale. Essa consiste nelle metodologie che servono a far arrivare il più intatto possibile il potenziale genetico creato con la selezione creatrice. Essa è una fase altrettanto importante quanto la prima, anzi è quella che maggiormente interessa l’utilizzatore finale della semente. SI TRATTA IN ALTRI TERMINI DI PAGARE QUALCOSA CHE VALE E CHE NON E’ SCADUTO.

Quali sono i passaggi della selezione creatrice? Il poco seme che esce dalla selezione creatrice è il seme di PREBASE (esso ha subito la prima moltiplicazione) ed e è conservato nella “sementoteca” del selezionatore. Parallelamente inizia la pratica di inscrizione al Registro Nazionale delle nuove varietà per vedersi riconosciuto un COV (certificato di ottenimento varietale a validità nazionale) che poi si trasformerà in COVE, titolo di protezione dell’ottenimento varietale in sede europea (UE). Tutto ciò discende dall’adesione di ogni singolo paese alle direttive dell’UPOV (unione per la protezione degli ottenimenti vegetali), che è evidentemente volontaria, ma offre una protezione vicendevole. Il seme di prebase è necessariamente ancora un quantitativo troppo piccolo per immetterlo sul mercato; ecco allora che la ditta sementiera su terreni sotto il suo controllo inizia una successiva moltiplicazione seminando il seme di prebase.

Cos’avviene in questa fase? Al momento opportuno della vegetazione si eliminano eventuali individui che hanno modificato il fenotipo (l’aspetto) rispetto a quello che il selezionatore conosce benissimo avendolo osservato durante la creazione. Evidentemente succedono anche delle modifiche negative nel genotipo che non sono visibili dal fenotipo e queste si accumulano man mano che si succedono le moltiplicazioni. E in questo modo che col tempo la varietà degenera e che fin dall’antichità ha invogliato a cambiare seme ed ora provoca l’obsolescenza di una varietà e la sua sostituzione con un’altra più nuova, ma che soprattutto offre un “linea pura” che ha assemblato ulteriori geni ad effetto forte e quindi più produttiva.

Dalla moltiplicazione della prebase si ottiene la semente di BASE, che viene ulteriormente affidato ad agricoltori fidati per ottenere la 1° MOLTIPLICAZIONE o R1. Il controllo di questa riproduzione normalmente è affidato ai controllori della certificazione i quali giudicano in funzione della descrizione ufficiale della varietà che è scaturita dalle prove per ottenere il COV (cioè una descrizione da ente terzo). Un organo di controllo che si rispetti deve usare la scure su tutte le moltiplicazioni che non rispondono ai requisiti imposti dalla legge per la categoria.

In Italia all’atto dell’entrata in vigore della legge sementiera e del relativo regolamento di applicazione si disse che avevamo un’agricoltura non pronta a pagare il seme troppo caro ed anche i costitutori italiani credettero di guadagnare di più, acconsentendo che la legge ammettesse, a livello nazionale, un’ulteriore moltiplicazione vale a dire la 2° MOLTIPLICAZIONE o R2. Che è l’ultima consentita a livello di seme commerciale certificato in Italia. Ricordarsi però quello che si è detto prima: ad ogni generazione la varietà degenera un po’.

Pertanto in Italia chi semina la propria produzione di frumento semina della R3, vale a dire cinque generazioni più lontane dalla prebase. In Francia invece l’ultima generazione commerciale consentita è la R1 quindi l’agricoltore francese che usa come seme la sua produzione aziendale in realtà semina della R2.

Il costitutore si rifà delle spese sostenute per creare le varietà nuove sulla base di quel quid (royalties) che l’agricoltore paga in più quando compera il seme certificato (evidentemente da aggiungere a ciò vi è tutto quanto compete a chi ha moltiplicato la semente e l’ha insaccata). Più successo ha la sua varietà, più royalties incassa il costitutore. Se la varietà ha successo quindi è il costitutore più bravo che viene gratificato, cioè colui che ha più probabilità di creare altre varietà più performanti per l’agricoltore.

QUINDI SECONDO ME IL VOLER ELIMINARE LA CERTIFICAZIONE E’ COME “CASTRARE” LA NOSTRA GRANICOLTURA. Da una parte si fanno morire i pochi selezionatori che sono rimasti in Italia, e dall’altra nessuna innovazione ci proverrà dall’estero in quanto senza certificazione il costitutore estero non si ritrova protetto.

Concludo dicendo: C’è qualcosa che non funziona in Italia? (io ne sono pienamente convinto che da noi c’è poco che funziona avendoci lavorato per quarant’anni) Bene! Certo però che non è con l’abolizione della certificazione che si migliorano le cose, ma è con l’eliminazione della R2 che l’agricoltore ci guadagna. Abbiamo dei selezionatori che si chiamano così perche possiedono un “buratto” e basta, e non fanno miglioramento o lo fanno all’acqua di rose? Bene, allora si applichino le leggi ed i regolamenti.

  1. L’organismo di controllo; che è il servizio sementi del MIPAF, non deve accontentarsi che uno si dichiari costitutore per considerarlo tale ed iscrivergli delle varietà, ma deve andare a controllare le strutture che questo ha e quale impostazione creatrice in fatto di ottenimento di nuove varietà si è dato. In conseguenza di questi controlli si decide di dare o non dare la qualifica di costitutore. Non si deve dare possibilità di iscrivere varietà a chi è fasullo.
  2.  Il seme certificato che si è comprato non corrisponde alle caratteristiche fenotipiche che deve avere? Allora si deve denunciare l’ente certificatore attraverso il proprio sindacato. Sarebbe buona norma che un agricoltore all’atto della semina mettesse da parte un campione di seme per poter mostrare che non reclama a vanvera (so che questo non ha valore giuridico, ma se il sindacato s’incaricasse di mostrare le “fregature” a tanti suoi associati, credo che questa cattiva pubblicità non sarebbe sottovalutata.

TUTTE LE VOLTE CHE UNA NORMA (ART. 68) DIVENTA COERCIZIONE SIGNIFICA CHE C’E’ QUALCOSA CHE NON VA A MONTE.

  • P.S. In postscritto voglio dare un esempio di come funzione laddove la professionalità agricola è migliore che in Italia. In Francia come abbiamo detto l’ultima generazione commerciale è la R1 e quindi l’agricoltore è più invogliato a seminare la sua produzione. Infatti il 50% degli agricoltori in Francia non compera seme certificato o ne compera lo stretto indispensabile per farsi la semente in casa per l’anno dopo. Evidentemente una percentuale del 50% che sfugge al pagamento delle royalties era insopportabile per l’industria sementiera. Eppure gli agricoltori non è che seminassero le varietà di 20 anni prima, cioè praticamente libere, ma volevano seminare sempre le novità. Quindi vi era un implicito riconoscimento al contributo dato dalla genetica all’aumento della produttività. D’altronde questo 50% era impossibile da perseguire per vie legali anche se vi era base giuridica. Il Ministero dell’Agricoltura di fronte ad una situazione di questo genere, sentite le istanze delle due parti, mediò in modo da trovare il compromesso, esso fu trovato in ambito nazionale e consiste in questo: l’agricoltore che consegna la sua produzione ad un organismo di stoccaggio deve dichiarare quale varietà è stata utilizzata (ciò al fine di creare dei lotti omogenei per caratteristiche molitorie o di utilizzazione); se il seme proviene da seme certificato allora basta la consegna dei cartellini e tutto finisce li, chi invece non ha i cartellini (quindi presumibilmente aveva riseminato la su produzione) deve anch’esso dichiarare la varietà seminata, ma all’atto della vendita subirà una trattenuta che andrà ad un fondo che distribuirà una parte al costitutore della varietà a titolo di royalty ed un’altra parte servirà per finanziare progetti di ricerca di interesse comune. E’ vero, le royalties incassate dal costitutore sono inferiori, ma piuttosto che niente… Solo che qui è rispettata la base volontaria in quanto l’agricoltore che vuole godere della qualità migliore della R1 acquista il seme, mentre colui che vuole risparmiare riconosce che è anche suo interesse che il progresso continui. Perché in Italia non è possibile mettere assieme sementieri e agricoltori? Perché evidentemente gli agricoltori non riconoscono validità ai sementieri ed i sementieri approfittino di tutti gli appigli per ottenere un pagamento forzoso. Evidentemente c’è qualcosa che non funziona.

 

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