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Cronache dalla Toscana sovietica

25 luglio 2011

Libertiamo – 25/07/2010

Alessia mi aveva messo in guardia sulle condizioni della strada da percorrere, ma l’ultimo chilometro, dopo avere abbandonato la strada provinciale che unisce San Giovanni d’Asso e Trequanda, mette davvero a dura prova le sospensioni del mio vecchio Discovery, che pure ne ha viste parecchie.

L’Ormennano, l’azienda agricola di Alessia Farina e della sua famiglia, è scolpito nel cuore di uno dei paesaggi rurali più suggestivi del mondo, quelle crete senesi che si estendono dalla Val d’Orcia verso est, dove le colline diventano più dure e assolate, intervallate da calanchi e biancane, le cupole di argilla vergine che emergono dai campi là dove l’erosione e il dilavamento dei terreni sono andati troppo in là, e non si può più tornare indietro. E proprio lo scontro tra la tutela del paesaggio e i diritti sacrosanti di chi, all’interno di questo paesaggio, ci vive e ci lavora è stato uno dei motivi che hanno portato Alessia ed altri agricoltori del territorio di Asciano a costituire, ormai più di un anno fa, un comitato agguerrito già dal nome: “Agricoltura in Rivoluzione” (qui il gruppo Facebook). Mi porta a vedere la stalla, che ha dovuto realizzare a forma di “elle” e non in linea per non impattare troppo il paesaggio (come, poi, chissà…), e coprire con un tetto di tegole vere di cotto, manco fosse una villa del Chiantishire.

Lascio immaginare lo svantaggio competitivo rispetto a chi, semplicemente risiedendo altrove, la stalla la può coprire di semplice lamiera coibentata (non è solo un problema di materiali, il tetto in cotto è enormemente più pesante e richiede una struttura portante molto più costosa, e quando ti servono i metri quadri necessari a ricoverare 700 pecore la cosa si fa sentire).

Addirittura dalle sue parti non è neanche più possibile effettuare quei semplici lavori di bonifica che ovunque gli agricoltori fanno senza bisogno, come è ovvio, del permesso di nessuno, come leggeri livellamenti dei terreni in pendenza che hanno subito qualche piccola frana durante l’inverno, o la pulizia dei fossi e dei laghetti per abbeverare gli animali, che di tanto intanto si riempiono di terra.

Toccava presentare una domanda al comune, fatta dal tecnico e con la relazione del geologo!” mi spiega, e mi racconta con orgoglio come grazie all’azione del comitato ora possano godere di una deroga al regolamento provinciale, che permette loro di poter fare questi lavori “solo” previa presentazione di una domanda correlata di indagine conoscitiva, rilievi catastali e tre fotografie dell’area, e dopo aver aspettato la risposta per 45 giorni. Una procedura comunque più complicata di una DIA, faccio notare, per poter esercitare quello che comunque è un diritto di proprietà. “Almeno il geologo non lo si paga più…” sospira Alessia. “Ci si deve accontentare… Immagina che anni fa in comune l’assessore di allora ci ha detto che la terra non è la nostra, ma è di tutti, che è roba pubblica, e che noi ce l’abbiamo solo in custodia temporanea”.

Ecco dove siamo arrivati. Ci hanno raccontato che gli agricoltori esercitano una funzione sociale di custodia e tutela del paesaggio, e in nome di questa assurda filosofia sono prepotentemente entrati nelle proprietà private per disporne a piacimento. E’ banalmente ovvio che il legittimo proprietario tutela la sua roba molto meglio del sindaco, del tecnico comunale e della commissione edilizia di qualsiasi comune, che obbligare un agricoltore a pagare la perizia di un geologo per stupidaggini del genere equivale solo ad una tangente estorta ad una categoria a vantaggio di un’altra, che dover aspettare l’autorizzazione può significare spesso rimandare i lavori alla stagione successiva, quando ci sarà bisogno di interventi maggiori, ma tant’è, accontentiamoci. “E intanto sulle frane si ribaltano le trebbie, ci si lascia la pelle” dice Alessia. “Almeno ora qualche lavoro lo faremo, prima non si poteva far nulla, nessuno ruspava più, le frane col tempo diventavano calanchi e i campi andavano in malora”. Eccola, la tutela del paesaggio rurale, in salsa toscana.

Ed è altrettanto ovvio che solo imprese agricole orientate al profitto possono svolgere quella funzione di tutela del paesaggio che oggi si richiede loro, mentre la dipendenza dai sussidi, unita a vincoli costosi ed assurdi, porta inevitabilmente all’abbandono. Dovremmo ricordarci che il paesaggio rurale non è qualcosa di immutabile, ma è il frutto del lavoro e delle scelte economiche dell’uomo nel corso dei secoli, così come ogni tradizione altro non è che un’innovazione che ha avuto successo nel passato, che si è consolidata ma può legittimamente essere messa in discussione in qualsiasi momento da altre innovazioni.

Ma la soddisfazione più grande, per Alessia e gli altri del comitato, è quella di aver messo seriamente in discussione la rappresentatività delle organizzazioni sindacali agricole.Alla prima riunione s’era in 250, così, solo con qualche telefonata. Nella saletta comunale non s’entrava tutti, e in fretta e furia abbiamo dovuto affittare la sala del dancing”. E lì, in quella riunione, hanno potuto toccare con mano la rabbia che cova proprio contro i sindacati, impegnati più a far soldi attraverso l’intermediazione dei fondi europei che a rappresentare i loro interessi. E in seguito si sono dati da fare per metterli seriamente in imbarazzo, come dimostra lo scambio epistolare, su un periodico di informazione agricola, tra il presidente del comitato Giacinto Beninati e un balbettante Giuseppe Politi, presidente della Confederazione Italiana Agricoltori. Ed ora stanno mettendo su un network, o qualcosa del genere, con i pastori sardi, con gli allevatori che contestano il parastato che ruota attorno alla gestione del sistema delle quote latte e con chiunque altro condivida la loro battaglia.

Alessia parla come un tornado, ed è difficile starle dietro, mentre insegue i suoi due bambini su e giù per l’Ormennano, tra la stalla e le scale dell’antico casale dove abitano, e si fa sera in un baleno. Mi rimane un po’ di tempo per fare due chiacchiere su trattori, attrezzature e pratiche agronomiche con Cosimo, il marito, e poi via, giù per quello scapicollatoio di strada, verso casa. Con la speranza che tra quelle colline stia nascendo davvero qualcosa di nuovo, e che duri.

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4 commenti leave one →
  1. bacillus permalink
    26 luglio 2011 09:08

    Cari agricoltori. Vi beccate i contributi, magari anche quelli per il biologico, e poi pretendete di fare sulla vostra terra quello che volete? No, non va bene. E’ giusto così.

    P.S.: quasi quasi sul tetto di quella stalla ci metterei una bella schiera di pannelli fotovoltaici. Così, tanto per non impattare sul paesaggio.

  2. Diego permalink
    26 luglio 2011 10:24

    La visione della campagna, nella maggior parte delle persone, purtroppo non contempla l’agricoltura, avendo una visione distorta della vita rurale. L’allevamento zootecnico va bene, purchè non puzzi!! In alcuni paesini dei Monti Sibillini nel Maceratese i sindaci spinti dalle proteste dei villeggianti, molti dei quali stranieri, con una ordinanza hanno limitato i lavori in campagna fino alle 23. Si deve arare? Sotto il sole cocente delle 14 e non con il fresco della sera, altrimenti si disturba il sonno delle persone. Proprio ieri in un’azienda di Montalto Marche di vacche marchigiane, una di queste, avendo partorito al pascolo, muggiva (orrore!) per richiamare il vitello che si era allontanato nel buio dela notte. Immancabile la visita dei vigili, che hanno esortato l’allevatore ad una maggiore attenzione per il rispetto delle persone che dormono. E i sindacati che fanno? Dormono!

  3. 26 luglio 2011 11:26

    Bacillus, non riesco a capire se il tuo commento sia uno scherzo, una provocazione, o semplicemente una clamorosa sciocchezza. Cosa c’entrano i sussidi? Possono essere usati come alibi per qualsiasi arbitrio? Devo rinunciare a un campo perché non lo posso ruspare a meno di fare una costosa trafila burocratica che mi obbligherebbe a rimandare i lavori di stagione in stagione (dovrei smettere di seminare in attesa delle autorizzazioni)? Bene, ma il prezzo lo faccio io, e i pochi spiccioli per ettaro che ricevo (e che non ho potuto contrattare con nessuno) non si avvincinano neanche lontanamente a quello che riterrei uno scambio accettabile. E lo stesso discorso vale se devo affrontare cause legali con i miei confinanti a valle perché non posso pulire i fossi nel momento dell’anno in cui è possibile farlo, questi si riempiono e procuro danni alle loro proprietà.

    Se segui questo blog sai benissimo ciò che penso del sistema dei sussidi e dei danni che procurano in primis agli agricoltori, ma in questo caso non c’entra assolutamente un fico, anche perché gli stessi sussidi che prende Alessia li prendo anch’io, e io se voglio la stalla di ondulina la posso fare, lei no.

  4. bacillus permalink
    27 luglio 2011 19:41

    Giordano, la mia è ovviamente una provocazione. No, i sussidi non c’entrano nulla (o quasi) ed il caso di Alessia è intollerabile.
    Ma non faccio fatica a credere che questo è ciò che passa per la testa di un politico o di un funzionario pubblico quando si occupano di agricoltura, soprattutto quando si tratta di soggetti intrisi di ideologia al punto da sentirsi i soli depositari di ciò che è bene per le imprese, i cittadini, l’ambiente.
    Naturalmente questo tipo di classe dirigente è di una tale mediocrità da non rendersi conto delle contraddizioni che esprimono e dei danni che stanno provocando. Quelli che hanno emanato le disposizioni per cui Alessia deve costruire il tetto in cotto, sono gli stessi che avendo votato in massa contro il nucleare, pensano sia possibile risolvere il problema energetico del nostro paese tapezzando la nostra terra di pannelli solari.
    Giordano, per dire, proprio in questi giorni sto constatando anche qui dalle mie parti, nel dettaglio, lo schifo immane della pannellistica solare, nonché lo scempio che verrà per i prossimi anni dal biogas per produrre corrente. E’ una vergogna epocale.
    Quello che sta capitando ad Alessia è, se mi permetti, un fenomeno marginale del problema. “Lassù”, da anni, attraverso politiche di incentivazione (i sussidi) e di dissuasione (la burocrazia), hanno piegato e stanno piegando l’agricoltura verso le prospettive tecnologiche ed economiche disastrose di cui già sappiamo. Il tetto in cotto? Logica conseguenza della prepotenza degli ideologi che detengono il potere e della debolezza del contadino che lavora. Ma, ripeto, fenomeno del tutto secondario rispetto al dramma generale che tutti stiamo vivendo. E tu lo sai di cosa sto parlando…

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