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Etichettature, coesistenza e common law

22 agosto 2011

Carlo Stagnaro mi segnala un interessante caso riportato su Knowledge Problem. La Corte d’Appello del Minnesota ha stabilito che la deriva di pesticidi su un’azienda agricola biologica può considerarsi un caso di “trespassing violation“, ovvero una violazione della proprietà. Lynne Kiesling, autrice del post, si chiede come ci si dovrebbe regolare nel caso in cui a superare i confini di proprietà non siano dei pesticidi irrorati in maniera scorretta ma il polline di colture geneticamante modificate.

Andiamo per ordine: i Johnsons hanno convertito la loro azienda agricola al biologico nel 1990 per sfruttare le opportunità di commercializzazione dei prodotti bio. Hanno opportunamente segnalato che la loro azienda era biologica, ed hanno creato un cuscinetto (in sostanza, delle distanze di sicurezza) tra la loro proprietà e le fattorie limitrofe per evitare derive accidentali sui loro terreni. A quanto afferma la Corte d’Appello, avrebbero anche invitato i confinanti a fare attenzione.

Ma una cooperativa avrebbe violato la legge dello stato quattro volte dal 1998 al 2008 spruzzando sostanze chimiche che sono finite sulla fattoria biologica dei Johnsons. La cooperativa è stata infatti citata quattro volte dal Dipartimento dell’Agricoltura del Minnesota per violazione delle leggi sui pesticidi che stabiliscono che è illegale “applicare un pesticida con conseguenti danni alle proprietà adiacenti“. Il danno che i Johnsons hanno subito è particolarmente grave: infatti hanno dovuto distruggere parte della produzione ed hanno perso per tre anni la possibilità di commercializzare i loro prodotti come biologici, in attesa che i residui dei pesticidi svaniscano.

Il caso sembra abbastanza semplice: nessuno può far danni alle proprietà altrui, e il biologico fin qui c’entra poco, se non per la stima del danno: se io diserbo il grano in una giornata ventosa e secco la vigna del mio vicino, dovrò pagargli i danni. Se la vigna produce un vino particolarmente pregiato il danno da pagare sarà maggiore, e se la vigna è bio dovrò farmi carico di risarcirlo anche della perdita eventuale della possibilità di commercializzare il suo prodotto come biologico.

Tra l’altro i Johnsons si erano fatti carico di tutte le misure atte a salvaguardare la peculiarità delle loro colture, distanze di sicurezza comprese. Anche da noi per ottenere la certificazione biologica è necessario fare in modo che derive accidentali di prodotti chimici (quelle derive che in qualche misura possono avvenire anche in caso di irrorazione corretta) non avvengano: se vuoi fregiare il tuo prodotto di un titolo di merito che lo distingue dagli altri, sarà tua cura fare in modo che quel prodotto sia conforme a quanto dichiari in etichetta. Se nonostante le contromisure in atto i pesticidi sono ripetutamente finiti sulla proprietà dei Johnsons, è evidente che si tratta di un caso di irrorazione scorretta, e che la responsabilità ricade sulla società che ha irrorato il prodotto. Avrebbe fatto, con ogni probabilità, danni anche se la fattoria dei Johnsons non fosse stata biologica ma la coltura in campo non fosse stata tollerante a quel determinato erbicida.

Però qui si pone il primo problema: qual’è la quantità di pesticida che può far danno? Se distruggo la coltura del vicino il danno è evidente, ma se non procuro alcun danno se non il fatto che sulle colture biologiche del vicino rimangono tracce di sostanze chimiche superiori a quanto consentito per ottenere la certificazione, allora il problema è più delicato: se fossi in grado di dimostrare di avere distribuito il prodotto nella maniera corretta e in condizioni metereologiche adeguate, con tutta probabilità sarebbe il proprietario dell’azienda agricola biologica ad essere responsabile per non avere “isolato” adeguatamente le sue colture. Poi Lynne Kiesling aggiunge:

In un caso come questo, con due appezzamenti di terreno adiacenti, l’identificazione degli attori e delle azioni è piuttosto semplice, quindi è un caso a basso costo di transazione da manuale. Ma cosa succede se, per esempio, l’azienda agricola biologica è adiacente ad altre tre aziende agricole, e il problema non è la deriva dei pesticidi, ma piuttosto la propagazione OGM? Se tutte le aziende coltivassero mais, ma solo tre di loro coltivassero piante dello stesso ceppo OGM resistente alla siccità, la propagazione di alcuni semi attraverso i confini di proprietà sarebbe probabile. Come verrebbero attribuite le responsabilità tra più potenziali attori? Ci sono modi per evitare tali danni, e se sì, qual’è quello più efficace? E, cosa ancora più interessante, dato che quel mais OGM è resistente alla siccità, come si scontano gli effetti benefici della necessità di ricorrere a minore irrigazione dal danno derivante dal fatto di non poter più vendere la granella come OGM-free?

La Kiesling non ha evidentemente troppa dimestichezza con l’agricoltura: a propagarsi sarebbero i pollini, non i semi: non c’è nessuna possibilità che il mais del vicino diventi resistente alla siccità e che quindi possa beneficiare di una riduzione dei costi dell’irrigazione, anche se dovesse essere impollinato interamente da mais OGM con quella caratteristica, se non forse dalla generazione successiva (ed essendo il mais ibrido – la generazione successiva non viene riseminata – anche questo caso è da escludere). Ma gli interrogativi che la Kiesling solleva meritano comunque attenzione, e mi permettono di dire la mia sugli annosi problemi della “contaminazione” e della “coesistenza” alla base di tante polemiche sulle colture geneticamente modificate.

Un agricoltore che vuole commercializzare prodotti OGM-free è esattamente come un agricoltore che vuole commercializzare prodotti biologici: è un agricoltore che ritiene (a torto o a ragione, non è questo il punto) che i suoi prodotti (OGM-free o bio) siano in qualche misura migliori degli altri, e per questa ragione auspica di spuntare dalla loro vendita un prezzo migliore (o di fornire un servizio benefico ai consumatori, o all’umanità, in ogni caso ha interesse che il suo prodotto sia riconoscibile). Come nel caso del biologico, anche chi vuole produrre OGM-free dovrebbe mettere in atto tutte le contromisure necessarie per evitare che il suo prodotto venga accidentalmente “contaminato” e che quindi non risponda più ai requisiti necessari per essere ciò che si vuole che sia, ovvero OGM-free. Quali siano queste contromisure, è un aspetto secondo me la cui importanza è molto relativa: se non sei in grado di isolare adeguatamente le tue colture, il costo non può ricadere sui tuoi confinanti. Gli enti che certificano in Italia i prodotti da agricoltura biologica (almeno quelli che io conosco)  suggeriscono, e spesso impongono ai propri associati di rispettare distanze di sicurezza o altro. Ma non c’è una regola specifica al riguardo: in ogni caso se vuoi che il tuo prodotto sia certificato come biologico deve essere tale, e deve essere tua cura fare in modo che lo sia. Lo stesso dovrebbe valere per chi vuole produrre OGM-free.

Ma in Europa con gli OGM non funziona in questo modo, qui vige il principio della “coesistenza” tra agricoltura convenzionale, OGM e biologica, e le regole di questa coesistenza devono (o dovrebbero) essere stilate dagli Stati membri. In questo modo si sono stabiliti alcuni principi completamente fasulli: in primo luogo si è stabilito (non si sa bene in base a cosa) che esiste una distinzione tra agricoltura convenzionale e OGM, in secondo luogo vale il principio, altrettanto arbitrario, secondo il quale è chi coltiva varietà geneticamente modificate a farsi carico del costo di evitare che le colture limitrofe subiscano contaminazioni, anche accidentali, rispettando distanze di sicurezza stabilite per legge con i confinanti.

Se esiste qualcuno che vuole che il suo prodotto, nonostante abbia subito tutti i trattamenti chimici del caso, sia rigorosamente OGM-free, allora la distinzione corretta sarebbe quella tra agricoltura biologica, agricoltura OGM-free e agricoltura convenzionale (con o senza OGM a seconda delle convenienze contingenti), con le prime due che hanno un interesse, economico e non solo, ad essere riconoscibili dalla terza. Per quale ragione l’agricoltore biologico deve assumersi l’onere di proteggere le sue colture dalle derive accidentali di prodotti chimici, mentre sono gli agricoltori convenzionali (ovvero quelli che fanno uso anche di OGM) a dover proteggere le colture OGM-free altrui dalle derive accidentali di polline geneticamente modificato, con tutti i costi che questo comporta? Chi coltiva rigorosamente OGM-free ritiene di realizzare un prodotto migliore, che soddisfa per il fatto di essere OGM-free le aspettative dei suoi clienti, e in base a questo dovrebbe assumersi l’onere di garantire ai suoi clienti che ciò che vende loro è effettivamente ciò che promette loro.

Per la stessa ragione è assurdo pretendere di riportare in etichetta l’eventuale presenza di OGM: dovrebbe essere il prodotto OGM-free ad essere riconoscibile, nell’interesse stesso di chi lo produce e di chi lo vuole consumare, non gli altri. Invece il principio valido da noi è che chi coltiva (o vorrebbe coltivare) anche varietà geneticamente modificate deve farsi carico della responsabilità e del costo di garantire la “purezza” e la riconoscibilità dei prodotti OGM-free. E neanche l’obiezione secondo la quale questo tipo di legislazione troverebbe legittimità nel fatto che la maggioranza della popolazione sarebbe vittima di un pregiudizio anti-OGM ha molto senso. L’idea che gli OGM siano in qualche modo intrinsecamente diversi dalle altre colture, e che in base a questa presunta differenza siano potenzialmente rischiosi per la salute o nocivi per l’ambiente è, appunto, un pregiudizio privo di qualsiasi fondamento scientifico, e come tale andrebbe trattato dalla legge. Altrimenti, potrà sembrare una forzatura, si potrebbe dire che aveva una qualche legittimità anche la pretesa, sancita per legge non molti decenni fa in Germania e in alcuni altri sfortunati paesi d’Europa, di cucire un simbolo ben visibile sugli indumenti degli individui di una determinata religione, etnia od orientamento sessuale per distinguerli dagli altri, solo perché gli altri (la maggioranza) ritenevano di essere, in base ad un pregiudizio, migliori di loro e di trarre qualche nocumento da un contatto accidentale con essi.

In realtà, e la cosa è piuttosto risaputa, il pregiudizio anti-OGM è stato utilizzato in Europa per legittimare ed imporre una legislazione che tutelasse una certa categoria di produttori a scapito di altri. Altrimenti non si spiegherebbe perché due casi apparentemente così simili, quelli dell’agricoltura biologica e quelli dell’agricoltura OGM-free, sono trattati in maniera tanto diversa (con evidente vantaggio della seconda) di fronte allo stesso tipo di problematiche.

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5 commenti leave one →
  1. Alberto Guidorzi permalink
    23 agosto 2011 15:58

    Bene però allora mettiamo tutto in conto.

    1° Ormai sono parecchi gli studi, scientificamente validati che hanno mostrato ”l’effetto HALO” (io userei un termine più italiano come “efftto Volano”) degli OGM includenti le tossine BT ad esempio.

    IN USA la popolazione parassita di piralide (Ostrinia nubilalis”) da quando si usa in modo preponderante il mais Bt è calata in modo ragguardevole e quindi l’agricoltura convenzionale se ne avvale in modo sostanzioso.

    In CINA il lepidottero notturno flagello del Cotone (Helicoverpa armigera) oltre ad attaccare il cotone, invade il mais, la soia, le arachidi e altri legumi. Da quando però si semina maggioritariamente il cotone Bt e il mais Bt l’inoculo della farafalla è calato sostanzialmente e ne godono le coltivazioni non OGM in modo marcato perché l’insetto parassita prima il cotone e poi il mais e poi tutte le altre coltivazioni citate.

    Sono disponibili le coltivazioni bio e convenzionali (per la nota regola del contrappasso) a pagare per questi vantaggi acquisisti?

    Comprendo le esigenze dell’agricoltura biologica ( la scelta è radicale ed in democrazia le scelte vanno rispettate, anche perché il rifiuto degli OGM è accompagnato da altre restrizioni colturali molto più stringenti) ma non gli concedo che un 2% condizioni un 98%, quindi finchè sono nicchia il problema deve essere loro da risolvere. L’OGM-free, però non ha ragione di essere, in quanto è una scelta solo ideologica ed un capriccio da snob e spiego il perché: il polline con un gene diverso è perfettamente paragonabile a qualsiasi altro polline della stessa specie ma con patrimonio genetico diverso. Al limite e portando avanti un simile discorso, io devo pagare i danni ad un coltivatore che semina mais vitreo, dentato o mais dolce. A questo punto nessuna coltivazione è possibile. Anche il bieticoltore esigerà i danni da pollini annuali che gli arrivano sulle sue bietole prefiorite.
    Perché ora quelli che coltivano mais dolce devono preoccuparsi di isolarsi, mentre adesso lo devono fare quelli del mais OGM? Per essere più chiari: le scelte verranno fatte in base alla rappresentanza in ambito dei coltivi. Finchè il mais OGM è minoritario sarà questo che deve preoccuparsi di isolarsi, ma se e quando questo diviene largamente maggioritario dovranno essere le nicchie che dovranno prendre provvedimenti per non ricevere polline. Chi fa seme di mais o di qualsiasi altro seme (una nicchia di produzione quindi) si preoccupa lui di non ricevere polline e non obbliga gli altri a non rilasciarlo. Infatti per certe produzion i si sono create zone omogenee di coltivazione.

    Altro aspetto da non trascurare è che l’attuale legislazione non considera OGM una derrata (soia e mais) se sono presenti semi portanti il tratto transgenico a livellop massimo dello 0,9%, Quindi io coltivatore di mais OGM al massimo e finchè sono in larga minoranza risponderò per impollinazioni che portina la derrata del vicino oltre lo 0,9%, ma restando nei limiti lui si cucca il mio polline e non può citarmi in tribunale. Normalmente le dittaure per sorgere devono avere una base popolare, nell’esempio americano si vuole fare il contrario, le dittature le creano le minoranze.

    Siamo forse al punto che si avveri la profezia di Nietzsche come è qui ben rappresentato?
    http://laurent.berthod.over-blog.fr/

  2. 23 agosto 2011 16:55

    Secondo me, Alberto, non è questione di essere maggioritari o minoritari: un abuso non è legittimo se a perpetrarlo è la maggioranza. La questione è semplice: se vuoi che il tuo prodotto venga distinto e riconosciuto come OGM-free allora sarai tu a tirarti più in là, non il tuo vicino. Il diritto di proprietà arriva al confine della proprietà, non oltre. E infatti per lo stesso principio se vuoi che il tuo prodotto sia distinto e riconosciuto come biologico sei tu a proteggerlo dalle derive accidentali, non i tuoi vicini a smettere di irrorare persticidi nei paraggi (salvo, come nella vicenda citata nel post, i casi di distribuzioni scorrette di fitofarmaci, che però vanno dimostrate). Perché allora potrebbe darsi il caso di un agricoltore che usa OGM la cui azienda ricade in una valle, senza confinanti, che può utilizzare tutta la sua superficie agricola, mentre un altro potrebbe vedersi costretto a ridurre la propria superficie agricola perché il confinante decide di essere OGM-free. Non ha alcun senso, anzi, ce l’ha solo in base al principio, completamente campato per aria, che esista una agricoltura “convenzionale” da difendere dagli OGM.

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