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Che senso ha la Republican War on Science?

31 agosto 2011

Libertiamo – 31/08/2011

Nel momento in cui il Partito Repubblicano diventasse il “partito anti-scienza” avremmo un problema molto serio.

Non è detto che il sasso lanciato da Jon Huntsman Jr nel dibattito che precede le primarie per le elezioni presidenziali del 2012 avrà effetti dirompenti nel GOP: finora Huntsman, che ha annunciato la sua candidatura il 21 giugno scorso a Liberty State Park, di fronte alla Statua della Libertà, è considerato un candidato debole, oltre che un repubblicano atipico.

Eppure il problema che ha posto è tutt’altro che trascurabile: sia Rick Perry che Mitt Romney (per non parlare della Bachmann) hanno espresso più volte dubbi sulla reale portata della teoria del global warming di origini antropiche, e Rick Perry si è spinto fino contestare la validità della teoria evoluzionistica. Per non parlare di Michele Bachmann, che proprio in questi giorni ha preso a modello il vicepresidente del nostro CNR sostenendo che il terremoto e l’uragano che hanno colpito, a breve distanza, la costa orientale sono stati un avvertimento di Dio per i politici di Washington. Lo stesso movimento dei Tea Parties è stato la culla della contestazione politica delle teorie sui cambiamenti climatici, e l’estremismo religioso di alcune sue frange ha fatto in modo che venisse spesso e volentieri identificato come un movimento sostanzialmente anti-scientifico.

Se la contestazione del darwinismo è vecchia storia (benché pur sempre storia marginale) un ragionamento a parte merita il discorso sui cambiamenti climatici e la loro più o meno presunta origine antropica. Che problema hanno i repubblicani americani (e non solo loro) con il global warming? Per quale ragione le tesi degli “scettici” sono state prese a modello di verità rivelata mentre viene aprioristicamente ignorato il vasto consenso che oggettivamente la teoria dell’AGW (Antropic Global Warming) ha incontrato nel mondo scientifico ed accademico?

E’ pur vero che le vicende legate al cosiddetto Climategate hanno minato seriamente la credibilità dell’IPCC, il panel delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che molti modelli e semplificazioni catastrofistiche hanno sfiorato la soglia del ridicolo, che la lotta ai cambiamenti climatici ha con ogni probabilità orientato ingenti flussi di finanziamenti alla ricerca in una sola direzione ma, viene da chiedersi, al GOP che ne sanno? Tutti scienziati? Tutti climatologi?

Il problema, ovviamente, non sono le ipotesi scientifiche e la loro fondatezza quanto, casomai, le politiche che ne conseguono. La teoria dell’AGW ha indotto i governi a sostenere economicamente alcune più che discutibili politiche energetiche, e allo stesso tempo è diventata la base ideologica per un ambientalismo luddista e contrario al progresso umano e tecnologico. Ma a politiche pseudoscientifiche è proprio necessario rispondere con politiche antiscientifiche?

Se la scienza viene usata come bandiera da sventolare per giustificare o ripudiare determinate politiche, il rischio è che le ipotesi e le teorie scientifiche, che in quanto tali non sono mai definitive e sono di per sé suscettibili di revisioni, aggiornamenti e modifiche, diventino dei totem, in positivo o in negativo, da consacrare o da distruggere prescindendo dalla loro reale fondatezza. E se da una parte il consenso scientifico su una teoria viene, irragionevolmente, usato per trasformare la stessa teoria in dogma (in base allo stesso principio la terra dovrebbe essere piatta), dall’altra il dubbio e l’incertezza vengono usati come mazze per distruggerla piuttosto che come spunti per ulteriori ricerche.

Eppure si potrebbe dire, senza scomodare la scienza, che sussidiare fonti energetiche inefficienti è una politica sbagliata a prescindere dall’origine antropica dei cambiamenti climatici e dalla loro reale portata, che la pretesa di possedere il termostato del pianeta e di poter conservare un clima ritenuto, con molta presunzione, il clima ideale è una pretesa assurda oltre che assolutamente fuori dalla nostra portata, e che se la vulnerabilità agli estremi climatici dipende soprattutto dalla povertà e dal sottosviluppo è proprio lo sviluppo, non la decrescita, e quindi l’accessibilità a qualsiasi tipo di fonte energetica, inclusi i combustibili fossili, la migliore politica climatica.

Le prossime presidenziali rischiano di diventare un nuovo capitolo della Republican War on Science. Un ulteriore, assolutamente inopportuno, passo indietro nei rapporti tra scienza e politica.

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