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FAQ sulle quote latte

28 settembre 2011
  1. Che cos’è la quota? La quota è la quantità di latte che ogni allevatore può commercializzare senza incorrere nel “prelievo supplementare”.
  2. Come sono state attribuite le quote ai singoli produttori? Le quote sono state attribuite suddividendo, in base ai dati contenuti nelle anagrafi bovine, la quota nazionale.
  3. Che cos’è la quota nazionale? La quota nazionale è la quantità di latte che è stata assegnata all’Italia nel 1984 e successivi aggiornamenti.
  4. Che cos’è la multa? La multa è il modo in cui viene normalmente (e scorrettamente) chiamato il “prelievo supplementare”, ovvero il tributo che l’allevatore è tenuto a pagare, in determinate condizioni, quando commercializza una quantità di latte superiore a quella indicata nella sua quota.
  5. E’ illegale produrre e commercializzare più latte di quanto previsto dalla quota? No. Nessuna normativa europea potrebbe imporre un limite alla produzione di un soggetto privato. Questo problema di carattere giuridico è stato aggirato con il prelievo supplementare: l’allevatore che supera la propria quota accetta il rischio di essere chiamato a pagare il prelievo supplementare, che in realtà è un tributo, non una sanzione, il pagamento del quale renderebbe antieconomica la sovrapproduzione.
  6. Il prelievo supplementare scatta ogni volta che l’allevatore supera la propria quota? No. Un allevatore che supera la propria quota è tenuto a pagare il prelievo supplementare solo se l’intera produzione nazionale supera la quota assegnata all’Italia. Per esempio, se alcuni allevatori superano la propria quota ed altri producono meno, e quindi la quota nazionale non viene superata, nessuno è tenuto a pagare il prelievo supplementare. Anche in altri casi il prelievo non scatta: secondo una graduatoria territoriale, i produttori delle zone svantaggiate sono chiamati per ultimi a pagare il prelievo.
  7. Come avviene la riscossione del prelievo supplementare? E’ l’acquirente del latte a svolgere la funzione di sostituto d’imposta per il prelievo supplementare, dopo aver riportato nei modelli L1 la produzione complessiva di un anno di ogni singolo cliente/produttore.

Da cui si deduce che:

E’ fuor di dubbio che gli allevatori che contestano l’esazione del prelievo supplementare, così come quelli che si sono rassegnati a pagarlo e hanno aderito alla rateizzazione, abbiano prodotto e commercializzato latte in quantità superiore di quanto prevedeva la loro quota. E’ altrettanto fuor di dubbio che superando la loro quota non hanno commesso nulla di illegale. Quando si dice che quegli allevatori si sono arricchiti illegalmente si dice una clamorosa sciocchezza.

Il problema, casomai, riguarda la legittimità della richiesta del prelievo supplementare: abbiamo visto che il prelievo scatta per i singoli “splafonatori” solo nel momento in cui l’intera produzione italiana supera la quota nazionale. E abbiamo visto anche, in un post di alcuni giorni fa che vi invito a leggere, che c’è un indagine dei Carabinieri la quale dimostrerebbe che nei dati delle anagrafi bovine e di Agea ci sono delle imprecisioni e delle incongruenze tali con la realtà da mettere in dubbio

  • che le quote ai singoli produttori siano state assegnate correttamente: se sono censite vacche in produzione che in realtà non esistono, è legittimo pensare che ai produttori sia stata assegnata una quota inferiore a quella che sarebbe loro spettata
  • che la produzione italiana reale abbia mai superato la quota nazionale: se il dato complessivo sulla produzione superasse la quota nazionale solo in base alla produzione, dichiarata ma mai avvenuta nella realtà, di vacche che non sono mai esistite, è legittimo ritenere che il prelievo supplementare chiesto ai singoli produttori non sia in realtà dovuto

Nessuno si sogna di mettere in dubbio che le sovraproduzioni siano state un fenomeno generalizzato in Italia. Va ricordato che tutte le figure istituzionali del mondo agricolo, dai Ministri alle confederazioni sindacali che svolgono un ruolo di intermediazione con la burocrazia e le istituzioni, hanno a più riprese garantito agli allevatori che nessuno avrebbe chiesto loro alcun prelievo. Addirittura, Filippo Maria Pandolfi (il ministro che nel 1984 fornì all’Europa dei dati a vanvera sulla produzione italiana, condannando l’Italia ad una quota di produzione molto inferiore a quella che le sarebbe spettata) assicurava che a Bruxelles vigeva un tacito accordo in base al quale l’Italia sarebbe stata esentata dall’obbligo di rispettare la propria quota.

Ora, che in quel clima di illegalità diffusa e conclamata gli allevatori hanno cominciato a produrre oltre la loro quota è un fatto accertato. Era nel loro diritto farlo, correndo il rischio di essere chiamati a pagare quello che, è bene ripeterlo, è un tributo, non una sanzione. Ma è altrettanto possibile (l’indagine dei Carabinieri lo lascia supporre) che altri attori abbiano approfittato di quel clima per mettere in piedi una truffa clamorosa: censire più vacche (molte più vacche) di quelle che in realtà esistevano per poter commercializzare come italiano latte acquistato altrove, soprattutto laddove l’origine locale della materia prima è fondamentale per la certificazione di qualità di prodotto DOP e IGP. E che in questo modo la quota nazionale sia stata superata solo sulla carta e non nella realtà.

Credo che indagare su questo sistema fregandosene per cinque minuti della Lega Nord e delle sue posizioni probabilmente strumentali sarebbe doveroso. Non si può ragionevolmente pensare che alcuni allevatori facciano da capro espiatorio per evitare di scoperchiare un pentolone la cui puzza si sente a chilometri di distanza, magari per evitare che l’Italia, e alcuni suoi rappresentanti istituzionali, si trovino in una posizione molto imbarazzante rispetto all’UE. Non si può ragionevolmente pensare che se questo problema sta a cuore alla Lega Nord gli altri abbiano il diritto di fottersene.

E’ assolutamente necessario fare chiarezza: se non la si vuole fare in nome degli allevatori che si rifiutano di pagare, la si faccia almeno in nome di quelli che si sono rassegnati a farlo.

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9 commenti leave one →
  1. Paolo g.a. permalink
    28 settembre 2011 10:24

    Ogni commento e’ pura accademia . E’ impossibile descrivere in maniera piu’ esaustiva cio’ Che giordano ha magistralmente fatto

  2. Alberto Guidorzi permalink
    28 settembre 2011 10:43

    La domanda a cui rispondere è perchè l’Italia nel 1984 ha accettato una quota nazionale di produzione latte largamente insufficiente a soddisfare i nostri bisogni? Con che cosa ha barattato l’Italia questa accondiscendenza? A distanza di 27 anni è possibile valutare se lo scambio è stato vantaggioso per noi?

    Io non so rispondere, ma so che l’Italia a seconda del Ministro in carica ed in funzione della forza delle lobby ha barattato molto.

    Per salvaguardare la nostra filiera bieticola ha fatto i salti mortali,
    ma si è visto che il gioco non è valso la candela.

  3. 28 settembre 2011 11:17

    grazie Masini raramente le persone hanno il coraggio di dire la verita’ come te.
    antonella

  4. Giorgio Fidenato permalink
    28 settembre 2011 22:08

    Oggi Radio 24, nella sua rubrica sul sommerso, ha parlato delle quote latte come di un furto ed un’evasione di tasse che la devono pagare i contribuenti. Il grado di ignoranza dei giornalisti di radio 24 è abissale. Poi Giordano hai dimenticato di citare che quando usc’ il regolamento sulle quote latte nei primi anni 90, non era previsto la possibilità di vendere le quote, se non abbinate alla cessione della terra a cui erano abbinate. A quel tempo quindi non si vendevano le quote di carta e siccome la maggior parte degli agricoltori che abbandonavano la produzione del latte, volevano tenersi la terra, finiva che le quote andavano a finire nel bacino nazionale e andavano redistribuite. Ricordo che in quei tempi si facevano finti contratti di soccida per permetter un minimo passaggio diretto di quota. Ciò non andava bene ai sindacatoni, non c’era nulla da guadagnare e allora fecero pressiuone e venne concessa (non lo so in che modo) la possibilità di cedere le quote senza terra, ingenerando il casino che ora conosciamo. LORO SONO I LADRI, MA LADRI DI DIRITTO!!!
    Infine al solo pensiero, anche dei più nobili, che sulla mia proprietà mi venga impedito di praticare l’agricoltura che io proprietario voglio, mi vingono i peli dritti. Questa è il vero vulnus della questione: impedire al legittimo prioprietario di non esercitare la coltivazione che vuole. Tutti gli agricoltori dovrebbero combattere questo sopruso!!! Su questa questione andrebbe fatta una vera battaglia fino alla morte per ribadire il diritto di proprietà. Tutto il resto è solo contorno!!!!

  5. paolo g.a. permalink
    29 settembre 2011 08:30

    il reg.3950/92 e successivi permetteva stretti spazi di deroga al principio del trasferimento della quota con terra. Dal 1997 in poi il leg. italiano spinto dai 3 maiali ha permesso l’abominio che ha ingenerato uno sfacelo economico a danno degli allevatori veri stimabile in 3 miliardi di euro

  6. Giorgio Fidenato permalink
    29 settembre 2011 20:31

    Bravissimo, è proprio così e io ancora non capisco come mai i cobas non hanno inventrato le loro azioni legali in quel senso, cioè del mancato rispetto della normativa europea. Non lo capisco veramente, perchè ci sarebbe stata la riditribuzione delle quote senza spendere una lira!!!!! Ma questi avvocati dei cobas sanno fare il loro lavoro?

  7. Paolo g.a. permalink
    4 ottobre 2011 00:33

    Da 15 anni li conosco da vicino e ti posso assicurare che hanno fatto l’impossibile finora

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