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L’Italia che processa gli scienziati dell’Aquila e che continua ad assolvere se stessa

3 ottobre 2011

Libertiamo – 03/10/2011

Il processo per omicidio colposo a carico dei membri della Commissione Grandi Rischi della Protezione Civile,cinque scienziati e due tecnici, accusati di non avere informato adeguatamente la popolazione dell’Aquila circa il rischio di un terremoto di forte intensità, sta andando avanti con un rinvio dopo l’altro, nella migliore tradizione italiana. La notizia ha fatto però in tempo ad essere segnalata con molta evidenza sui giornali di tutto il mondo, e a scatenare la comprensibile reazione della comunità scientifica, che in diverse forme ha provato a segnalare ciò che dovrebbe essere di pubblico dominio, ovvero che allo stato attuale delle conoscenze scientifiche non è possibile fare previsioni di breve periodo sui terremoti: non è possibile prevederli, non è possibile prevedere la loro intensità.

Gli imputati sono accusati di aver fornito “informazioni imprecise, incomplete e contraddittorie sulla pericolosità dell’attività sismica vanificando le attività di tutela della popolazione”. All’Aquila le scosse, di bassa intensità, andavano avanti da un paio di mesi, e la popolazione viveva in uno stato di ansia più che tangibile. Quella sera, il 31 marzo, la commissione si è riunita nel capoluogo abruzzese, e in conferenza stampa Bernardo De Bernardinis, all’epoca vice capo del settore tecnico operativo della Protezione Civile ed oggi tra gli imputati, ha avuto parole rassicuranti per la popolazione. Sei giorni dopo, il 6 aprile, un sisma devastante ha ucciso più di trecento persone. Oltre a De Bernardinis e Franco Barberi, presidente vicario della Commissione Grandi Rischi, il Pm ritiene responsabili della morte di quelle persone anche Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro Nazionale Terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico della Protezione Civile.

In questa maniera, però, si manda alla sbarra chi ha fornito una risposta corretta ad una domanda mal posta (o posta con le intenzioni sbagliate), e non ci si pone il problema di quale atteggiamento avrebbero dovuto tenere le autorità pubbliche dopo quella risposta. Cosa ci si attendeva la sera del 31 marzo dalla Commissione Grandi Rischi e dagli scienziati che ne facevano parte? La data, l’epicentro e l’intensità delle scosse successive? I parenti delle vittime e gli amministratori locali si sono lamentati del fatto che non sarebbero mai rientrati in casa, e non avrebbero invitato i cittadini a rientrare in casa quella sera e le sere successive, se non avessero ascoltato le parole di De Bernardinis. Eppure la risposta che hanno ottenuto era corretta,e se oggi accusano la commissione di atteggiamento omissivo, forse l’errore stava nella domanda.

Siamo abituati a sentirci dire che la probabilità di pioggia in un dato giorno è del 40%, ma qui siamo in un ordine di cifre ben diverso. Come si legge su Stanford University News, il fatto di non poter paragonare le previsioni dei terremoti con quelle del tempo è cosa nota, ma bisogna rendersi conto di ciò che significa: nella Baia di San Francisco un forte terremoto colpisce all’incirca una volta ogni 30 anni. Ciò equivale a circa un terremoto ogni 10.000 giorni, quindi allo 0,01per cento di probabilità che un terremoto si verifichi in un dato giorno. I sismologi sanno che i terremoti tendono a raggrupparsi nello spazio e nel tempo, così quando un terremoto si verifica, la probabilità di avere un altro terremoto aumenta. Di solito questi terremoti sono piccoli, ma a volte il terremoto successivo è grande. Ragionando sempre in base alle probabilità, potrebbe darsi che il rischio di un terremoto aumenti fino a 100 volte. Ovvero, nella Baia di San Francisco, questo significherebbe l’uno percento di probabilità che un terremoto avvenga in un dato giorno: uno scostamento statistico enorme rispetto alla norma, certo, ma la probabilità di un terremoto è ancora molto bassa. Sufficiente per allertare la Protezione Civile e per tenere i camion dei pompieri fuori dai garage, magari, ma non sufficiente per evacuare la popolazione, né per metterla in allarme.

E come fa notare Willy Aspinal su Nature, il rischio è che diventi sempre più difficile trovare scienziati disposti a condividere le loro competenze nelle situazioni di crisi, se non sono chiari i risvolti legali della loro attività. L’Aquila si trova al centro di una delle zone più pericolose d’Italia dal punto di vista sismico,ed era già stata distrutta nel 1461 e nel 1703. Nel diciannovesimo secolo lo scrittore di viaggi inglese Augustus Hare notava che spesso era la natura a suonare le campane della città. Eppure, anche tralasciando il centro storico con i suoi forse inevitabili limiti strutturali, molti dei suoi edifici,soprattutto pubblici, di recente costruzione, non hanno retto ad una scossa del grado 6.3 della scala Richter. A volerle cercare, tra le macerie dell’Aquila si celano intrecci di responsabilità, pubbliche ed individuali, ben più solide e consistenti di quelle che si vogliono attribuire ad un gruppo di scienziati che non sono voluti uscire dalla strada tracciata dal metodo scientifico per assecondare la pur comprensibile angoscia di una popolazione stremata da due mesi di scosse fornendo loro informazioni prive di fondamento.

Ma è la solita Italia, sempre in cerca di capri espiatori, quella disposta a mandare alla sbarra il meglio di sé pur di continuare ad assolvere, a priori, il peggio.

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2 commenti leave one →
  1. salvatore stefano permalink
    11 ottobre 2011 20:19

    Giordano, Le ho scritto una mail all’indirizzo indicato nei Contatti. Non so se l’ha letta.
    Attendo qualche sua notizia.
    Grazie.

  2. 11 ottobre 2011 21:25

    le ho appena risposto per email

    🙂

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