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Il broccolo di Repubblica

26 ottobre 2011

Avrei voluto dedicarmi a una lunga e approfondita disamina dello sciocchezzaio pubblicato ieri da Repubblica sotto il titolo “Brevetti, patate e broccoli come auto di lusso, le mani delle multinazionali sui prodotti agricoli”  a firma di Andrea Tarquini, ma ci ha già pensato, in maniera impeccabile, Mauro Venier sul suo blog, in un post del quale copincollo un estratto ma che consiglio di leggere per intero:

Leggo: “Il brevetto per strappare al resto del mondo l’esclusiva della patata, del pomodoro, del broccolo, della bistecca“.

A parte che esistono comunque differenze anche regolamentative tra prodotti vegetali e prodotti animali, a livello di brevettabilità c’è molta differenza tra una materia prima (in questo caso patata, pomodoro, broccolo) e un prodotto lavorato (in questo caso bistecca).

Oppure per voi l’alluminio e l’automobile, il legno e la cassapanca, lo zolfo e il fiammifero sono la stessa cosa?

Leggo: “l’Ufficio europeo dei brevetti annullerà il ricorso contro il brevetto sul broccolo (EP10698199)“.

Nella banca dati dell’EPO non vi è traccia di un brevetto con codice EP10698199.

In compenso esiste il brevetto EP1069819. Che non è un brevetto sul broccolo, ma un brevetto su una ben particolare e precisa caratteristica di broccolo non esistente in natura, cioè una contenente più elementi anticancerogeni. Infatti il titolo di questo brevetto recita: Method for Selective Increase of the Anticarcinogenic Glucosinolates in Brassica Oleracea.

Leggo: “Poi seguirà il brevetto sul pomodoro (EP1211926)“.

Il brevetto EP1211926 invece esiste. E conferma che il “giornalista” vuole farci credere quello che non è. Non viene per niente brevettato il pomodoro in sé, bensì un particolare metodo di produrre un pomodoro con ridotto contenuto d’acqua e il prodotto che ne risulta (non esistente in natura!). Titolo del brevetto: Method for Breeding Tomatoes having Reduced Water Content and Product of the Method.

Leggo: “In altre parole, per spiegare tutto ai profani: chi vorrà coltivare pomodori dovrà pagare ogni anno al detentore del brevetto, cioè a una multinazionale, una royalty, un diritto di brevetto“.

Qui si tratta completamente di parole in libertà, con le quali il “giornalista” dimostra di non sapere cosa è un brevetto. Lui ai “profani” non spiega niente, se non palle colossali.

Se uno vorrà coltivare quel particolare pomodoro, usando quel particolare metodo, dovrà pagare dei diritti (a proposito: le royalties in italiano sono i diritti, non usiamo l’inglese per coprire l’ignoranza). Se uno vorrà coltivare i pomidoro che si sono sempre coltivati NON dovrà pagare un cazzo a nessuno.

Alle considerazioni di Venier vorrei aggiungere le mie, brevemente: Andrea Tarquini (che, lo ricordiamo, ha dato già ampia prova delle sue doti come corrispondente dalla Germania, tanto da meritarsi un gruppo su Facebook nato apposta per canzonarlo), sostiene che la conseguenza dei brevetti sarà la fame e la miseria per i consumatori e la rovina per gli agricoltori. Al netto delle clamorose inesattezze pubblicate nell’articolo, non è necessario essere biotecnologi o economisti per rendersi conto che questa è una sonora stupidaggine.  Poche cose comunicano più efficacemente del cibo l’idea di quanto è cambiato e sta cambiando il mondo, in meglio, grazie alla tecnologia e al mercato. Chi, come Tarquini, parla ancora oggi di sovranità alimentare (versione 2.0 dell’autarchia mussoliniana) non fa altro che augurarsi che ai paesi in via di sviluppo vengano negate le opportunità delle quali noi beneficiamo a piene mani.

E’ la tecnologia, e la legittima aspirazione al profitto di chi inventa e produce tecnologia ad avere incrementato, tanto per fare un esempio, la produttività media di un ettaro di grano duro di un quintale ogni 5 anni dal 1900 ad oggi. E’ a Norman Borlaug, padre del miglioramento genetico e quindi della Green Revolution, che è stato assegnato nel 1970 il premio Nobel per la pace per aver salvato, come ricordava Antonio Pascale, un terzo della popolazione mondiale dalla fame.

E davvero non si comprende il modo di ragionare di Tarquini e dei suoi amici attivisti: ogni prodotto sul mercato, royalties o meno, viene scelto e acquistato se ha un prezzo conveniente: nel caso di una nuova tecnologia, se i benefici superano i costi della sua adozione. E’ chiaro che se un pomodoro migliorato (o una patata, o un sacco di mais, o un broccolo) costa troppo, gli agricoltori semplicemente scelgono di coltivare altre varietà. Anche le perfide multinazionali devono lavorare nell’interesse dei loro clienti, per non sparire. As simple as that

  • PS. E’ chiaro che in un paese appena vagamente normale l’articolo di Tarquini sarebbe stato rimosso a tempo di record dalla redazione, e sostituito da un comunicato di scuse per cercare di recuperare, di fronte ai lettori, la credibilità del giornale. Attendiamo fiduciosi.
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28 commenti leave one →
  1. Alberto Guidorzi permalink
    26 ottobre 2011 19:32

    Posto anche qui da tele leggi che questo giornalista “etrusco”
    dovrebbe sapere:

    Bisognerebbe denunciarli per procurato allarme quando affermano balle di questo genere.

    “In altre parole, per spiegare tutto ai profani: chi vorrà coltivare pomodori dovrà pagare ogni anno al detentore del brevetto, cioè a una multinazionale, una royalty, un diritto di brevetto.”

    Ho qui riportato i passi salienti di quanto previsto dalla EPC del 1973 (European Patent Convention) a proposito dell’ Article 53 – Exceptions to patentability.

    Li riporto in quando vi perdereste in questa quarantennale legislazione. Non è la volontà di fare interventi prolissi, ma vorrei mettere una parola definitiva citando i punti delle leggi che sottendono alla brevettabilità e alla protezione del lavoro di creazione varietale. Così almeno eviteremo di dire sempre le stesse cose e a chi crede a Repubblica li inviteremo a leggere cosa dicono le leggi.
    ——-Omissis
    Brevetti europei non è concessa nei confronti di:
    —–Omissis

    (b) le varietà vegetali o animali o processi essenzialmente biologici per la produzione di piante o animali, tale disposizione non si applica ai procedimenti microbiologici e ai prodotti derivati

    Invenzioni biotecnologiche deve essere brevettabili se hanno ad oggetto:

    (a) il materiale biologico che viene isolato dal suo ambiente naturale o viene prodotto tramite un procedimento tecnico, anche se preesisteva allo stato naturale;

    (b) le piante o gli animali se l’eseguibilità tecnica dell’invenzione non è limitata ad una determinata varietà vegetale o animale;

    (c) un procedimento microbiologico o altri tecnici, ovvero un prodotto ottenuto mediante un processo diverso da una varietà vegetale o animale.
    Pertanto, le varietà vegetali contenenti geni introdotti in un impianto di ancestrale tramite tecnologia ricombinante del gene sono esclusi dalla brevettabilità
    —–Omissis

    Regolamento (CE) n. 2100/94 del Consiglio, del 27 luglio 1994, concernente la privativa comunitaria per ritrovati vegetali
    —omissis
    Articolo 14
    Deroga alla privativa comunitaria per ritrovati vegetali
    1. In deroga all’articolo 13, paragrafo 2 e ai fini della salvaguardia della produzione agricola, gli agricoltori sono autorizzati ad utilizzare nei campi a fini di moltiplicazione, nelle loro aziende, il prodotto del raccolto che hanno ottenuto piantando, nelle loro aziende, materiale di moltiplicazione di una varietà diversa da un ibrido o da una varietà di sintesi che benefici di una privativa comunitaria per ritrovati vegetali.
    2. Le disposizioni del paragrafo 1 si applicano unicamente alle specie di piante agricole di:
    a) Piante da foraggio:
    Cicer arietinum I. – Cece
    Lupinus luteus I. – Lupino giallo
    Medicago sativa I. – Erba medica
    Pisum sativum I. (partim) – Pisello
    Trifolium alexandrinum I. – Trifoglio alessandrino
    Trifolium resupinatum I. – Trifoglio persiano
    Vicia faba – Fava comune
    Vicia sativa I. – Veccia comune
    e, per quanto riguarda il Portogallo, Lolium multiflorum lam – Loietto italico
    b) Cereali:
    Avena sativa – Avena comune
    Hordeum vulgare I. – Orzo comune
    Oryza sativa I. – Riso
    Phalaris canariensis I. – Canaria
    Secale cereale I. – Segala
    X Triticosecale Wittm. – Segala tetrastica
    Triticum aestivum I. emend. Fiori et Paol. – Frumento tenero
    Triticum durum Desf. – Frumento duro
    Triticum spelta I. – Spelta
    c) Patate:
    Solanum tuberosum – Patata
    d) Piante da olio e da fibra:
    Brassica napus I. (partim) – Colza
    Brassica rapa I. (partim) – Rapa
    Linum usitatissimum – Lino da seme escluso il lino da fibra.
    3. Nelle norme di applicazione ai sensi dell’articolo 114 sono stabilite, prima dell’entrata in vigore del presente regolamento, le condizioni per porre in applicazione la deroga di cui al paragrafo 1 e per salvaguardare i legittimi interessi del costitutore e dell’agricoltore, in base ai seguenti criteri:
    – non vi sono restrizioni quantitative a livello di azienda agricola nei limiti delle esigenze della stessa;
    – il prodotto del raccolto può essere trattato, per essere piantato, dall’agricoltore stesso o da servizi messi a sua disposizione, fatte salve alcune restrizioni in materia di organizzazione della lavorazione di detto prodotto del raccolto che possono essere stabilite dagli Stati membri, in particolare per assicurare l’identità del prodotto sottoposto a trattamento con quello risultante da tale operazione;
    – i piccoli agricoltori non sono tenuti al pagamento di una remunerazione al titolare; per piccoli agricoltori si intendono:
    – nel caso delle specie vegetali di cui al paragrafo 2 dell’articolo 2 cui si applica il regolamento (CEE) n. 1765/92 del Consiglio, del 30 giugno 1992, che istituisce un sistema di sostegno ai produttori di taluni seminativi (4), gli agricoltori che non coltivano vegetali su una superficie più ampia di quella che sarebbe necessaria per produrre 92 tonnellate di cereali; per il calcolo della superficie si applica l’articolo 8, paragrafo 2 del citato regolamento;
    – nel caso delle altre specie vegetali di cui al paragrafo 2 del presente articolo, gli agricoltori che soddisfano opportuni criteri paragonabili;
    – agli altri agricoltori viene richiesta un’equa remunerazione del titolare, sensibilmente inferiore all’importo da corrispondere per la produzione, soggetta a licenza, di materiale di moltiplicazione della stessa varietà nella stessa zona; l’esatto ammontare di tale equa remunerazione può essere soggetto a variazioni nel tempo, tenuto conto del ricorso che si farà alla deroga di cui al paragrafo 1 per quanto riguarda la varietà in questione;
    – il controllo del rispetto delle disposizioni del presente articolo o delle disposizioni adottate ai sensi del presente articolo è di esclusiva responsabilità dei titolari; nell’organizzare detto controllo essi non possono prevedere un’assistenza da parte di organi ufficiali;
    – le relative informazioni vengono fornite ai titolari, su loro richiesta, dagli agricoltori e dai fornitori di servizi di trattamento; le informazioni pertinenti possono altresì essere fornite da organi ufficiali che partecipano al controllo della produzione agricola, qualora dette informazioni siano state raccolte nel normale espletamento delle loro funzioni, senza oneri amministrativi o finanziari supplementari. Queste disposizioni lasciano impregiudicata, per quanto concerne i dati personali, la normativa nazionale e comunitaria sulla protezione degli individui rispetto al trattamento e alla libera circolazione dei dati personali.

    Riassumo il tutto.
    Il brevetto è concesso non sulle varietà ma su un tratto genetico.

    Quando il tratto genetico brevettato è immesso nella varietà, quella varietà modificata non è utilizzabile liberamente, ma resta utilizzabile la versione che non contiene il tratto genetico.

    A livello di genere o di specie botanica non ci si può appropriare di nulla essa rimane libera a tutti gli effetti,.quindi è una balla potente che non si possano più seminare pomodori, oppure che se si seminano bisogna pagare qualcosa a qualcuno.

    Di una specie poi si possono creare assemblaggi genetici particolari che sono le varietà o cultivars, queste sono proteggibili da un certificato di costituzione vegetale (che è totalmente diverso dal brevetto e non siamo nel campo degli OGM) in quanto si protegge la varietà tutta intera ( a questa si applicano le regole dell’art. 14 riportato=.

    Nel caso delle specie orticole, prodotte da orticoltori professionali, il discorso è diverso in quanto qui il rapporto interviene tra l’imprenditore agricolo e il titolare del brevetto. Vale a dire io orticoltore trovo che quella varietà brevettata può essere venduta molto meglio di un’altra e allora chiedo al detentore del seme di vendermelo e qui subentra l’obbligo di pagare un royaltie, d’altronde la mia scelta comprende un beneficio.

    Gli orticoltori dilettanti in tutto questo non c’entrano. continueranno a seminare tutte le specie botaniche che vogliono. Per loro non vale nessuna regola.

    Se per caso dovesse verificarsi che il titolare del brevetto, benché io agricoltore sia disposto a pagare quello che lui vuole, non vuole vendermi il seme per seminare i miei campi, posso denunciarlo e lui rischia che gli venga annullato il brevetto.

    Resto a disposizione per chiarimenti.

  2. 26 ottobre 2011 19:37

    Beh, che dire, hai completato alla perfezione il mio testo. Complimenti.

    E grazie per le belle parole 😉

    Saluti,

    Mauro.

  3. 26 ottobre 2011 20:24

    Grazie a te, Mauro, per l’eccellente e documentato articolo. 🙂

    E anche a Alberto Guidorzi per l’integrazione

  4. salvatore stefano* permalink
    26 ottobre 2011 22:35

    Verrebbe da dire: Giornalismo scientifico italiano, se ci sei, batti un colpo…!!!
    Una domanda. Ma, nei grandi quotidiani, questo tipo di notizie, non dovrebbe essere affidato a cronisti scientifici? Per quanto ho potuto controllare io, Andrea Tarquini risulta essere corrispondente da Berlino…

    *Praticante notaio.

  5. salvatore stefano permalink
    26 ottobre 2011 23:03

    Giordano, io però non sono granché stupìto, da simili baggianate…
    Infatti, c’è un parallelo che mi frulla nella testa. Parallelo che sintetizzerei in una domanda. Qual è lo stato della cultura scientifica, in Italia? E’ possibile che, il sapere scientifico di Tarquini, non sia così diverso da quello dell’italiano medio.
    Credo che, insieme a Tarquini, a dover essere rimandati a settembre, dovremmo essere la maggioranza di noi italiani. E io tra questi.

  6. 27 ottobre 2011 09:33

    Buongiorno Salvatore,

    sul giornalismo scientifico italiano non posso che darti ragione (e dal di dentro, essendo io fisico di professione e giornalista a tempo perso).
    Per quanto riguarda Tarquini credo sia un misto di ignoranza e malafede. Per quanto ignorante uno sia, non può non sapere che solo cose “nuove”, “non ancora esistenti” possono essere brevettate.
    Il che scriva un corrispondente da berlino invece che un redattore tecnico-scientifico in questo caso lo trovo corretto: la notizia – se data bene – riguarda più ambiti, non solo la scienza, e per di più arriva dalla Germania, dato che l’ufficio brevetti europeo ha sede a Monaco di Baviera.

    Saluti,

    Mauro.

  7. Alberto Guidorzi permalink
    27 ottobre 2011 10:45

    Mauro

    Che ci sia malafede e che ci si presti a spandere notizie congruenti ad una certa ideologia te lo dimostra un fatto che è fuori dal tuo campo di lavoro ma che rientra nel mio di agronomo.

    Tu sai che ora c’è la moda dei frumenti ancestrali, perchè meno modificati dall’uomo, come se il seme l’avessimo trovato in una tomba di Ur e seminassimo solo quello.

    Il farro è divenuto quasi un cibo degli dei (“magiando farro si campa 100 anni”). Si dice che contiene più proteine, ed è vero, e saliminerali (è vero nella misura in cui vi è molto meno amido e quindi l’unico modo di sfarinarlo è schiacciralo e setacciare la farina). Ora ti pare che le diete moderne abbiano bisogno di cercare proteine nel farro?

    Chiuso questo inciso passo al Kamut che è quello che si confà al caso nostro. Il Kamut è un grano tetraploide coltivato in Iran con il nome di Khorasan e sembra che si tratti di Triticum turgidum incrociato con T. polonicum. Ebbene ha poca differenza con il nostro grano duro ma produce al massimo 15/20 q/ha ed essendo sensibilissimo agli attacchi di funghi (perche non migliorato come il nostro grano) lo si coltiva in ambienti aridi.
    Solo che la denominazione Kamut è un marchio registrato dalla società americana Kamut International (fondata nel Montana da Bob Quinn) e designa esplicitamente il grano della sottospecie Triticum turgidum ssp. turanicum prodotto dall’azienda statunitense.

    Ora per la le capacità di businnes di Quinn se io vendo pane Kamut (pagando le royalties che scrico sul consumatore) e pane Khorosan (non pagando nulla a nessuno) esaurisco il primo ma mi rimane invenduto tutto il secondo.

    Pertanto la protezione chiesta, praticamente impedisce ad alttri di sfruttare una specie botanica.

    Perchè Repubblica non si è scagliata contro il Kamut la cui protezione è molto più totalizzante?

    Non lo ha fatto perchè Kamut e Farro rappresentano i simboli di un ritorno alla natura ed un allontanamento da un’agricoltura “troppo produttivistica e piena di veleni”; la nuova ideologia, essenso rimasti orfani di altre…

    p.s. per la sua senibilità alle malattie fungine mi piacerebbe che alle partite di Kamut facessero un’analisi delle micotossine.

  8. 27 ottobre 2011 18:53

    Caro Alberto,

    la storia del Kamut non la sapevo, ma non mi stupisce.

    Del resto storie simili almeno come principio ne vedo in quantità anche nel mio mondo di fisica e ingegneria.

    Saluti,

    Mauro.

  9. Alberto Guidorzi permalink
    27 ottobre 2011 20:10

    mauro

    Allora te ne racconto un’altra.

    Ormai è diventato di moda mangiare pane di triticale biologico. Effettivamente è una pianta che si adatta bene alla coltivazione biologica (poco esigente, scarse malattie).

    Tuttavia se vi è una pianta che non rientra nei canoni propedeutici al coltivar biologico è proprio il triticale

    E un pianta non più vecchia di cento anni, ma che ha fatto oggetto di coltivazioni professionali solo a partire dal 1970. E’ una tipica pianta derivata dalla mnipolazione umana, non ha nulla di naturale, solo i genitori sono naturali, vale a dire il frumento e la segale
    Dato che la segale è molto resistente al freddo ed è rustica si è pensato di vedere come introgredire (l’introgressione significa l’immissione di geni esogeni alla specie mediante tentativo d’incrocio). Tuttavia tutti i tentaivi fallirono ed allora si intraprese la strada per rendere il frumento, che andava ad incroiciarsi con la segale, compatibile (introducendovi dei geni particolari che davano la compatibilità). E. un lavoro che dura sei o sette anni almento (se si usasse la transgenesi un anno)Successivamento si fa l’incrocio primario ma che per avvenire ha bisogno si trattare i genitori con un alcaloide (la colchicina) pper raddoppiare il corredo cromosomico dei due genitori ed ottenere l’appaiemto dei cromosomi e quindi la formazione di una seme (ma rimangono molti fiori sterili) che altrimenti non si formerebbero (occorrono dai due ai tre anni per ottenere genitori poliploidi. Il prodotto che si ottiene non è però agronomicamente valido ed inoltre per la sterilità produce poco.

    Si deve allora fare un altro incrocio e ottenere il triticale ibrido secondario, che però ha una struttura cromossomica instabile e quindi occorrono almeno quattro anni per stabilizzarlo.
    En pasant ti dico che per avere del seme commerciale da vendere o

    Ps. Con la trasgegenesi si potrebbe portare i geni utili della segnale sul grano ed avremmo ottenuto un grano che produce molto e e rustico come la segale in tre anni escludendo tutte le prove da farsi per farlo accettare.ccorrono ancora selezionare per almeno 6 anni. Indefinitiva si tratta di 7 + 3 + 4 + 6 = 20 anni

    Ebbene pur non essendo tu uno specialista ti senti di affermare che questo non è un OGM ossia una Pianta Geneticamente Modificata?

    Ebbene dato che è funzionale all’agricoltura biologica e la segale e funzionale a dare pane che chiamano naturale, questo per capanna non è un OGM (forse lo coltiva anche)

    En passant ti informo che in tre anni con la transgenesi si sarebbe ottenuto un frumento produttivo come lo sono i frumenti ogii ma con le caratteristiche buone della segale.

  10. salvatore stefano permalink
    27 ottobre 2011 20:53

    @ Mauro Venier.

    Mauro, intanto, posso darti del “tu” anch’io? Sono perfettamente d’accordo con te sulla multidisciplinarità, per dir così. A condizione, però, che, ogni Disciplina, sia trattata con il metodo, e il rigore scientifico che le sono proprii. Se si scrive, non di Politica, su un grande quotidiano nazionale, e si è un cronista che si occupa di Politica, corre l’obbligo di documentarsi, prima di scrivere un pezzo. Altrimenti, si fa disinformazione…
    Permettimi di dirti che, con il tuo Blog, fai attività davvero encomiabile, al pari di questo Blog.

  11. Alberto Guidorzi permalink
    27 ottobre 2011 21:04

    Purtroppo le finestre sotto saltano come ballerine e quindi vi è un po di confusione nella parte finale
    Questa frase
    “occorre ancora selezionare per almeno 6 anni. Indefinitiva si tratta di 7 + 3 + 4 + 6 = 20 anni”

    va ad attaccarsi a questa frase

    “En pasant ti dico che per avere del seme commerciale da vendere ”

    L’ultimo periodo del commento è un doppione.

  12. 27 ottobre 2011 21:27

    @ Alberto

    Parliamo di una storia del tuo settore ma molto più “terra-terra”: tu te la sentiresti di dire che il grano “Creso” non sia OGM? Forse per un purista non lo è, visto l’intervento (almeno all’inizio) non era mirato, non aveva un risultato previsto a priori… ma nonostante ciò rimane pur sempre OGM. E per di più modificato tramite radiazioni. E noi italiani ce lo mangiamo senza batter ciglio.

    @ Salvatore

    Per il “tu”: mi pare normale che possa usarlo. Anzi, direi quasi che devi 🙂
    Venendo alla sostanza: sul documentarsi hai perfettamente ragione. In questo caso come già detto credo che il non documentarsi sia stato voluto, in malafede.
    E grazie per le belle parole riguardo al mio blog 😉

  13. Alberto Guidorzi permalink
    28 ottobre 2011 14:40

    Mauro

    E’ da sempre che affermo che il frumento Creso è un OGM, in partenza più pericoloso di tutti, infatti nessuno sa quali modificazioni genetihe sono apportate con le radiazioni. Vi è di più, il frumento ha uno dei più grandi genonmi conosciuti, ma la metà dei geni del frumento non sappiamo cosa ci stia a fare (in gergo si dice che sono geni silenziati). Quindi se utilizzassimo il parametro del rischio zero o del principio di precauzione che i No-OGM usano ad ogni piè sospinto il frumento sarebbe la pianta meno adatta da irradiare in quanto si entra in un grande campo sconosciuto del patrimonio genetico della nsotra principale pianta.
    Inoltre il frumento è il più grande OGM che esista perchè nel suo formarsi come pianta alimentare ha inglobato due genomi di altre specie diverse.
    Ti informo altresì che esistono altre 2550 varietà di piante coltivate che sono state ricavate e migliorate per irraggiamento.

    Perchè hanno escluso le mutazioni indotte dal novero delle tecnologie OGM? Semplice sarebbero caduti in una contraddizione palese: non potevano paventare un pericolo della pianrte mutate perchè ormai siamo di fronte a decenni di uso e consumo senza nessun inconveniente di questi tipi di piante (il Creso è stato iscritto nel 1974, ormai siamo vicini ai quarant’anni ed inoltre il creso è genitore di tante altrepiante coltivate).
    P.S. Dato però che agli Onti-OGM radicali (i “casseurus” francesi)è rimasto poco contro cui scagliarsi ora stanno distruggendo queste nuove selezioni di piante mutate (girasole resistente ad un erbicida) perchè dicono che sono “OGM caché”.
    In altri termini hanno decretato che d’ora in poi il pericolo esiste!!!

  14. 28 ottobre 2011 14:51

    Nel mio piccolo, del grano Creso, ne avevo fatto una piccola storia qui: http://pensieri-eretici.blogspot.com/2011/04/ogm-e-nucleare-tavola.html

    Saluti,

    Mauro.

  15. 28 ottobre 2011 14:52

    Nel mio piccolo, del grano Creso ne avevo fatto una storia qui:
    http://pensieri-eretici.blogspot.com/2011/04/ogm-e-nucleare-tavola.html

    Saluti,

    Mauro.

  16. Alberto Guidorzi permalink
    28 ottobre 2011 17:28

    La tua cronistoria è esattissima.

    Mi permetto solo di aggiungere solo due cose significative a mio avviso:

    1° si tratta di un prodotto di ricerca pubblica e non di una multinazionale.

    2° Il Creso è una varietà BREVETTATA

    (la storia di questo brevetto è singolare in quanto la domanda è rimasta in sospeso finchè l’Italia non ha adeguato la sua legislazione brevettuale, ma intanto il Creso ha perso la caratteristica di novità in quanto è stato venduto. Ebbene quando si è accettata la domanda si è survolato su questo in quanto la commercializzazione anticipata non era da imputarsi ai costitutori. I diritti di brevetto li incassa il Ministero dell’Agricoltura)

  17. 1 novembre 2011 21:06

    Mi permetto una piccola correzione a quanto da te scritto 😉

    I diritti del brevetto non li incassa il Ministero dell’Agricoltura. Li incassaVA… i brevetti possono essere rinnovati al massimo per 20 anni, quindi il Creso ora è libero.

    Saluti,

    Mauro.

  18. 1 novembre 2011 21:08

    Dato che nell’articolo di Tarquini non sono attivati i commenti, mi sono permesso di inviare il seguente mail alla direzione di Repubblica online.

    Saluti,

    Mauro.

    Spettabile redazione,

    il 25 ottobre avete pubblicato sul vostro sito l’articolo “Brevetti, patate e broccoli come auto di lusso – Le mani delle multinazionali sui prodotti agricoli” (http://www.repubblica.it/economia/2011/10/25/news/brevetti-23791788/?ref=HREC2-9).
    Articolo che mi ha fatto accapponare la pelle per il cumulo di scemenze che contiene. L’autore non ha assolutamente la minima idea di ciò di cui parla.

    Ora, una settimana dopo, vedo con raccapriccio che l’articolo è ancora presente sul vostro sito, che nessuno ha pensato di salvare almeno la faccia di Repubblica togliendolo.

    Comunque, se volete imparare qualcosa su brevetti e prodotti agricoli, potete leggere il mio commento al proposito: “Ignoranza brevettata” (http://pensieri-eretici.blogspot.com/2011/10/ignoranza-brevettata.html), egregiamente completato da un ulteriore commento di Giordano Masini: “Il broccolo di Repubblica” (https://lavalledelsiele.com/2011/10/26/il-broccolo-di-repubblica/).

    Persino Dario Bressanini, che ha il suo blog presso di voi (http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it), in uno degli ultimi commenti a questo suo intervento “OGM, una panoramica” (http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/06/27/ogm-una-panoramica/) ha scritto che l’articolo di Andrea Tarquini è stato giustamente massacrato.

    Sinceramente, tanta ingnoranza scientifica e il suo diffonderla da parte vostra è semplicemente vergognoso.

    Cordiali saluti,

    Mauro Venier.

  19. Alberto Guidorzi permalink
    2 novembre 2011 01:12

    Mauro

    Anch’io credevo che il brevetto del Creso fosse scaduto, ma Bressanini mi ha fatto ricredere. Ecco una nota dell’ENEA che lo conferma.
    http://titano.sede.enea.it/Stampa/Files/cs2011/cresonotatecnica.pdf

    Credo che il tutto sia avvenuto per il fatto che formalmente il brevetto è stato concesso dopo, anche se la domanda è stata fatta nel 1975, appunto perchè l’Italia ci ha messo un fracco di tempo per adeguare la legislazione brevettaule. e l’Ufficio Brevetti ci ha messo del suo per aumentare il tempo occorrente.

    Cominque il brevetto dovrebbe scadere nel 2011.

  20. 2 novembre 2011 12:09

    Devo essere sincero, la cosa mi stupisce alquanto: io mi occupo anche di brevetti (per la Siemens, non per l’ENEA 😉 ) e so sia per studio che per esperienza pratica che un brevetto può essere rinnovato per massimo 20 anni.
    E oltrettutto, quando l’ufficio brevetti ci mette tempo a esaminare la richiesta, al momento dell’approvazione il tempo viene calcolato retroattivamente, non allungandolo nel futuro.

    Faccio un esempio. Io oggi (2.11.2011) deposito una richiesta brevetto. L’ufficio brevetti per vari motivi la approva il 9.2.2014. Io non ho diritto a vedere la mia invenzione protetta fino all’8.2.2034, ma fino all’1.11.2031.
    La retroattività consiste nel fatto che ho diritto a pretendere il pagamento di diritti, licenze o altro se qualcuno ha sfruttato quell’invenzione tra il 2.11.2011 e l’8.2.2014. E obbligare il ritiro dal mercato di eventuali prodotti sfruttanti quell’invenzione.

    Almeno questa è la situazione oggi.
    Se per il Creso sono state fatte eccezioni dovuto a questioni particolari come quelle che citi è possibile, ma veramente sarebbe un caso quasi più unico che raro.

    Saluti,

    Mauro.

  21. 2 novembre 2011 12:12

    Ho letto la nota. Devo dire un caso veramente più unico che raro: i brevetti durano al massimo 20 anni e se vengono concessi con ritardo, la protezione legale è retroattiva, non allungata nel futuro.

    Comunque il Creso ora è libero comunque: il brevetto è stato concesso nel febbraio 1991, quindi è scaduto (salvo altre eccezioni, che sarebbero veramente inspiegabili) nel febbraio scorso 😉

  22. Alberto Guidorzi permalink
    2 novembre 2011 13:01

    Mauro

    Io ho sempre sostenuto la tua stessa tesi, ed è stato Bressanini che, telefonando all’ENEA mi ha confermato che il brevetto scadeva nel 2011.

    D’altronde se lo avessero concesso con validità retroattiva sarebbe stato cone prenderli in giro perchè ne avrebbe goduto per solo quattro anni.

    L’ufficio Brevetti a cui era stato affidato il compito di brevettare anche i ritrovati vegetali non ne voleva sapere di occuparsi anche di questo.

    Tuttavia resta da sapere come è stato trattato l’aspetto dell’uso di Creso come genitore per incroci. Chi conosce se è stato usato e con quali accordi?

  23. 3 novembre 2011 18:20

    Caro Alberto,

    non so rispondere alla domanda che poni… però me ne è venuta un’altra.

    Il grano Creso è stato brevettato solo in Italia o anche all’estero? (Per chi non lo sapesse: un brevetto non ha automaticamente valore mondiale o anche solo europeo, ma deve essere registrato in ogni singolo paese oppure – da quando esiste l’ufficio brevetti europeo – bisogna dire a quest’ufficio per quali paesi vale il brevetto… ma ogni paese in più costa soldini in più).
    Sul documento dell’ENEA c’è solo il numero di brevetto italiano…

  24. Alberto Guidorzi permalink
    3 novembre 2011 20:52

    Credo propro che il Creso sia brevettato solo in Italia.

    Tuttavia mi sono interessato anch’io a suo tempo del brevetto di varietà vegetali, ma sono arrivato alla determinazione che non valeva la pena in quanto il COV (certificato di costituzione varietale), se controllavi la filiera della moltiplicazione ti proteggeva bene. Certo con il brevetto chi moltiplica il tuo seme è più facilmente passibile di condanna.

  25. Alberto Guidorzi permalink
    4 novembre 2011 00:38

    Mauro

    Leggi questo intervento fatto da ASSOSEMENTI su Salmone a proposito del brevetto vegetale ed in particolare del Broccolo.

    http://www.salmone.org/brevetto-broccoli-anti-cancro/

  26. 4 novembre 2011 12:53

    Molto interessante, grazie.

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