Skip to content

‘Italian sounding’ alimentare: è davvero un problema?

3 novembre 2011

Libertiamo – 03/10/2011

Cercare all’estero qualche capro espiatorio su cui addossare la responsabilità delle proprie debolezze è un’abitudine tanto di moda che non sarebbe necessario andare a cercare esempi fuori dall’attualità. Eppure in questi ultimi tempi mi ha incuriosito una polemica tutta nostrana che ha preso di mira il cosiddetto “italian sounding”, ovvero quei prodotti alimentari fatti all’estero, ma che, pur senza essere una vera e propria contraffazione, evocano in qualche modo un’origine italiana, suggestionando (o ingannando, sostengono i più) i consumatori stranieri e procurando un danno economico ai nostri produttori.

Secondo la commissione parlamentare d’inchiesta sulla contraffazione il giro d’affari complessivo dell’italian sounding può essere stimato attorno ai 60 miliardi di euro, 21 nella sola UE. Secondo un banale sillogismo, questi soldi sarebbero sottratti illegittimamente al nostro sistema produttivo e basterebbe reprimere adeguatamente il fenomeno per mettere le cose a posto. Ma questo a mio avviso è un sillogismo molto fragile, per due ragioni.

In primo luogo, dubito che vi sia un modo per pretendere che  i paesi europei o gli Stati Uniti reprimano chi mette, tanto per dire, una bandierina italiana su una confezione di formaggio prodotto altrove. La contraffazione è un’altra cosa, e quella è contrastata in ogni paese civile. Ma se l’etichetta indica correttamente che quel formaggio è prodotto nel tale stabilimento degli Stati Uniti, è difficile che possa essere considerato reato chiamarlo “italianissimo”, “mamma mia”, o roba del genere.

In secondo luogo, se la stima di 60 miliardi di euro è esatta, quanti di questi finirebbero nelle tasche dei produttori italiani se improvvisamente l’italian sounding dovesse per incanto sparire? In genere questi prodotti sono di non straordinaria qualità e soprattutto di basso prezzo, quindi fanno concorrenza,necessariamente, ad altri prodotti low cost. E il Made in Italy da esportazione non è certo low cost. Siamo proprio sicuri che chi acquista un formaggio italian sounding si orienterebbe, in mancanza di questo, verso l’originale e non verso un formaggio greek  sounding, french sounding o direttamente american sounding?

E a proposito di american sounding, quanto ne è passato nelle nostre case nei decenni passati? Quanti infimi prodotti nostrani (non alimentari, per ovvie ragioni) erano coperti di stelle e di strisce, quanti marchi evocavano direttamente gli Stati Uniti nel nome, nel logo, nelle pubblicità? E quanto l’industria degli Stati Uniti è stata danneggiata da questo fenomeno? Molto poco, probabilmente. D’altronde  non risulta che Hollywood sia stata messa in crisi dagli spaghetti western girati a Cinecittà e dalla canea di attori italiani che all’epoca per farsi notare si americanizzavano il nome.

Advertisements
7 commenti leave one →
  1. _Salvatore permalink
    3 novembre 2011 20:57

    Sbaglio o la CocaCola venduta in Italia è prodotta… in Italia?
    Cosè questo? Forse che l’american sounding (anche se fatto con regolare licenza) ci fa comodo e l’italian sounding ci da’ fastidio? Non è forse un “comunque beneficio” il menzionare, il parlare, il fare riferimento all’italia? Se eliminassimo questo sounding non elimineremmo anche un po’ di alone italiano che influenza beneficamente le nostre esportazioni? Non è forse grazie ad un’immagine italiana (francese, greca, ecc.) che qualcuno cerca ed acquista qualche “tipicità italiana” (francese, greca, ecc.) e non va in cerca di un prodotto – che so – della kamchatka? E da dove nasce questa immagine se nessuno… se la immagina?

  2. FabioC. permalink
    4 novembre 2011 13:42

    Tanto per esporre un aneddoto che può fare o no statistica, una volta comprai una pizza semi-pronta (di quelle da mettere in forno fino a che il formaggio fonde), e se mi ha permesso di magiare due pasti con una manciata di euro, di certo quella pizza non ha soddisfatto il mio palato.

  3. FabioC. permalink
    4 novembre 2011 13:44

    Nella foga ho lasciato fuori un dettaglio fondamentale: la pizza di cui sopra era di produzione tedesca, e venduta in un supermercato discount di una catena basata in Germania.

  4. Alberto Guidorzi permalink
    4 novembre 2011 16:18

    Se è per questo ho mangiato la pizza ‘Italian sounding’ anche a Napoli

  5. 4 novembre 2011 21:52

    Questo mi fa tornare in mente il mitico “parmesan”, formaggio grattuggiato di dubbia origine ma di sicuro italian sounding

  6. Alberto Guidorzi permalink
    5 novembre 2011 12:25

    Stefano

    Tutti si scandalizzano quando paradossalmente dico che il “Reggianito argentino” al limite è più tipico del “Parmigiano Reggiano”, però a pemsarci bene un fondamento di verità c’è: loro usano prodotti che si autoproducono (mais soia ed erba medica o pascolo), noi invece il 30% del mais lo importiamo, la soia il 90%, sulla piazza di Mantova arriva del foraggio sloveno…..

Trackbacks

  1. L’agenda agricola della Lista Monti « La Valle del Siele

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: