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A Genova annega l’Italia delle parole magiche e dell’irresponsabilità

8 novembre 2011

Libertiamo – 08/11/2011

Ci sono due modi, speculari tra loro ma altrettanto meschini ed evanescenti, per allontanare da sé la responsabilità di cercare di evitare il ripetersi di tragedie come quella che nei giorni scorsi ha colpito Genova, o quantomeno di mitigarne gli effetti sulla popolazione.

In primo luogo c’è il metodo Vincenzi: l’ineffabile sindaca di Genova ha dichiarato che si è trattato di una “tragedia assolutamente imprevedibile in questa forma”. Ovviamente non è vero, è una balla clamorosa, resa ancora più intollerabile dalla circostanza della morte delle quattro donne e delle due bimbe: che la Liguria sarebbe stata colpita da una perturbazione di intensità eccezionale lo si sapeva benissimo, e la tragica alluvione nello Spezzino della settimana precedente forniva anche una buona indicazione a proposito della “forma” che eventi meteorologici del genere possono assumere sul territorio ligure.

E fin qui siamo nell’ordinario: chi ha responsabilità dirette cerca di cavarsi d’impaccio evocando il destino cinico e baro, ricorrendo alla parola magica dell’imprevedibilità, e quindi dell’ineluttabilità del disastro: non mi hanno avvertito, che potevo fare? Ma anche chi cerca colpe e responsabilità umane sembra, in questo paese, ricorrere regolarmente a parole magiche e suggestive, parole delle quali sfugge spesso il significato reale, ma che riescono, miracolosamente, a salvare tanto la capra dell’irresponsabilità quanto i cavoli della coscienza.

La prima di queste espressioni è “cambiamento climatico”: se piove più di prima la colpa potrebbe essere dell’uomo, si dice. Ma di uomini lontani, dei grandi della Terra, magari dei petrolieri, delle multinazionali e chi più ne ha più ne metta, non certo di un povero amministratore locale con le scarse risorse di cui dispone. Anche in questo caso, cosa si poteva fare? Parlare genericamente di “cementificazione selvaggia” non è molto più efficace: il torrente Bisagno, così come gli altri coinvolti nell’alluvione, attraversano il cuore della città e quartieri costruiti ormai molti decenni fa. Che può fare il nostro povero amministratore, raderli al suolo per consentire il deflusso delle acque? Realizzare delle aree golenali tra Corso Sardegna e lo stadio Marassi? Ma la colpa è comunque di qualcuno, anche in questo caso, e se non è distante nello spazio, può esserlo nel tempo. Evocare i palazzinari del tempo che fu in fondo è gratis e non si rischia di offendere nessuno.

Poi c’è il non meglio precisato “dissesto idrogeologico”, concetto poco chiaro ma buono per tutte le occasioni, senz’altro roba da pianificatori centrali più che locali, o il sempreverde “spopolamento delle campagne”, fenomeno anch’esso indubbiamente di origine antropica, ma che non si sa bene cosa c’entri. E via discorrendo: la colpa è sempre umana, e sempre lontana e indeterminata. Buona per indignarsi, ma non per attribuire responsabilità o prendere adeguate contromisure per il futuro. Cosa ci posso fare se le campagne a monte si spopolano, signora mia?

Il territorio italiano, ce lo siamo ripetuti alla nausea, è fragile e complesso, e richiede soluzioni all’altezza della sua complessità. Eppure anche la legge Galasso – che regola, dal 1985, gli interventi umani attorno alle aree fluviali e che è diventata un totem per l’ambientalismo nostrano – si limita ad imporre, praticamente per qualsiasi attività umana, una fascia di rispetto di 150 metri da qualsiasi corso d’acqua, buona senza distinzione per tutto il territorio nazionale, dai fossi di scolo dei campi fino al Po. Un modo anche questo per allontanare il problema (almeno di 150 metri), piuttosto che per affrontarlo adeguatamente, e nel frattempo, mentre fioriscono come funghi e si sovrappongono i carrozzoni pubblici preposti alla tutela del territorio, le risorse per la manutenzione ordinaria diminuiscono e ci si affida solo a progetti straordinari e occasionali, quando si trova il finanziamento adatto. E si continua a spendere più per la ricostruzione che per la prevenzione, dato che la ricostruzione richiede meno progettualità e competenze, e garantisce più opportunità di distribuire prebende in cambio di consenso.

Ma anche questa è solo una parte del problema. Quel che mi ha stupito di più dell’alluvione di Genova è la sua somiglianza con le tante altre alluvioni simili che hanno colpito la città nei decenni passati. Se si guardano le immagini del 1970, del 1992, del 1993 e del 2010, appena un anno fa, si vede praticamente la stessa scena: fossi che si gonfiano, straripano a cascata sulle strade limitrofe, sempre le stesse, che diventano fiumi impetuosi, decine di automobili trascinate a valle dalla furia delle acque travolgendo tutto ciò che incontrano sul loro percorso. E se anche questo contribuisce a smontare il teorema della “tragedia imprevedibile in questa forma” (e in quale sennò?) tanto caro a Marta Vincenzi, fa anche riflettere su come in questo paese si trascuri regolarmente l’idea che una città possa imparare a convivere con il rischio dovuto a fenomeni che, per quanto prevedibili, non sono necessariamente evitabili.

Se è vero che le risorse per la manutenzione e la cura del territorio sono scarse, al contrario degli alibi di cui gli amministratori dispongono per non fare prima ciò che è in loro potere, è così difficile immaginare che in una città in cui le alluvioni disastrose si ripetono così frequentemente, all’approssimarsi di una perturbazione particolarmente intensa si provveda a chiudere preventivamente alcune strade alla circolazione, si rimuovano le auto in sosta e si avverta la popolazione di certi quartieri di restare al chiuso, ai piani alti? Che la popolazione venga adeguatamente preparata a mettere in pratica le contromisure necessarie a contenere i danni e limitare i pericoli delle alluvioni, così come i giapponesi vengono educati fin da piccoli a convivere con i terremoti (quelli sì, imprevedibili), invece di venire in ogni occasione colta di sorpresa al pari degli amministratori?

In modo che anche se ci fosse il cambiamento climatico, il dissesto idrogeologico, la cementificazione selvaggia, lo spopolamento delle campagne, la scarsità di risorse e il caos burocratico, un amministratore possa dire di aver fatto realmente tutto il possibile per proteggere la cittadinanza. Senza rischiare, come Marta Vincenzi, di annegare nel ridicolo.

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