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Land grabbing e sfumature di grigio

14 novembre 2011

Segnalo un interessante reportage di Duncan Green per il Poverty Matters Blog del Guardian che sembra poter incrinare le granitiche certezze finora diffuse dalle maggiori ONG sul cosiddetto “land grabbing“:

La scorsa settimana in Cambogia hanno avuto un notevole risalto alcuni temi riguardanti le foreste e lo sviluppo. Ho visitato una regione dove la partner locale di Oxfam sta aiutando le popolazioni indigene a formare comunità forestali e a resistere alla propagazione di società estere che abbattono le foreste per sostituirle con piantagioni di gomma.

Mi aspettavo un tipico caso in bianco e nero ma, come spesso accade, ho trovato un quadro molto più complesso. In primo luogo, la comunità forestale: il villaggio di O Preah in Kratie provincia (nord-est della Cambogia) ospita 67 famiglie del gruppo indigeno Phnong, le quali hanno avuto un certo successo associandosi in una comuinità per l’estrazione della resina. Estraggono la resina da tre specie di alberi e la vendono a produttori di vernici in Cambogia e nei paesi vicini – e dal momento che hanno formato un’associazione di produttori per commercializzare collettivamente, le cose stanno andando bene. Fino ad ora.

Alla società vietnamita Dong Nai/Dong Pu è stato concesso il terreno in base alla nuova legge sui diritti fondiari del governo Cambogiano, grazie alla quale grandi appezzamenti di terreno sono venduti agli investitori, in genere stranieri, per l’agricoltura industriale.

Hea Samoeun, capo dei raccoglitori di resina, ha detto che i membri non sono felici. Hanno parlato al consiglio comunale, ma è stato detto loro di cercare posti di lavoro nelle piantagioni. “Noi non vogliamo lavorare per l’azienda – la raccolta resina è quello che abbiamo fatto per anni. La società ha cercato di negoziare offrendo tre dollari per albero, ma se accettiamo taglieranno tutto. Così la comunità ha detto di no. Sono tornati e ci ha offerto 200 dollari per famiglia e alcuni terreni per due anni per sette famiglie, ma abbiamo ancora detto di no. Perché? Perché in un giorno potremo guadagnare forse 12 dollari con la raccolta della resina e avere ancora tempo per la pesca. L’azienda ti paga 3,50 dollari e si lavora dalla mattina alla sera.”

Il problema è che la legge sulle concessioni dei terreni si sovrappone con la legge che protegge gli alberi della resina nella foresta della comunità. I titoli di proprietà sono stati solo introdotti in Cambogia solo negli ultimi dieci anni (in precedenza tutte le terre appartenevano al governo), e in questo modo i diritti di proprietà sulla terra di Hea Samoeun (come per la maggior parte dei contadini cambogiani) sono piuttosto torbidi da un punto di vista legale.

Ed è qui che la politica ed il potere entrano in conflitto. La legge è solo una parte della storia, e a volte sembra avere una parte abbastanza minore (anche se Hea Samoeun ci mostra il suo ricorso ufficiale, adornato da 67 impronte digitali in inchiostro rosso degli abitanti del villaggio in gran parte analfabeti ).

“E’ illegale secondo il diritto fondiario abbattere gli alberi della resina – l’amministrazione forestale ci ha detto che si dovrebbe pagare con cinque anni di carcere l’abbattimento di un solo albero”, ha detto Hea Samoeun. “Il governo sostiene che la comunità ha accettato di cedere la terra, ma non ha mai mostrato alcun documento – e la legge dice che dovrebbe essere pubblicato”.

Le due parti sono in una situazione di stallo. Fin qui, tutto in bianco e nero. Ma aspettate. In auto, passiamo davanti a decine di file ordinate di alloggi per i lavoratori e a una clinica, tutte costruite da Dong Nai/Dong Pu. La piantagione di gomma fornirà posti di lavoro per 20 volte (forse più) il numero di persone che attualmente vivono della raccolta della resina e i cambogiani poveri migrano nella foresta dalle pianure. Dopo tutto, estrarre gomma è solo una forma di estrazione organizzata della resina. Se i salari e le condizioni di lavoro sono accettabili, non è sviluppo anche questo?

L’indennizzo che Dong Nai/Dong Pu ha offerto è stato migliore che in molte situazioni simili altrove in Cambogia, e l’azienda ha interrotto gli abbattimenti alla prima protesta, diversamente da ciò che abbiamo visto in situazioni più conflittuali in Uganda e altrove. Una ONG locale li ha anche citati come un modello di comportamento.

Gli attivisti cambogiani sostengono che i lavori della piantagione sono mal pagati, e  andranno agli immigrati (e allora?), che la perdita di biodiversità e di altri “servizi ambientali” è un problema, e che non è bene che i popoli indigeni migrino dal loro villaggio . Mele e pere – cultura ed economia, diritti economici contro i diritti degli indigeni contro i diritti umani (tutti presumibilmente indivisibili). Se il processo è equo e trasparente, potrebbe essere possibile sostenere i pro e i contro, ma la politica e il potere finiscono per distorcere e rendere poco chiara ogni decisione.

Situazioni estremamente complesse, quindi che variano da paese a paese, da territorio a territorio, e che hanno in comune, come mostra quest’altro articolo sull’Etiopia, l’opacità dei diritti di proprietà e delle leggi sugli usi civici. L’autore dell’articolo propone che i governi potrebbero sostenere soluzioni condivise e concertate, magari anche originali, cosa che spesso non fanno. Un’approccio complesso, che parte comunque dall’esame della specificità di ogni situazione, piuttosto che da un rifiuto miope e preconcetto di qualsiasi forma di investimento straniero e di qualsiasi opportunità di sviluppo che possa emancipare le popolazioni dalle loro economie di sussistenza e dal sottosviluppo.

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  1. Luca permalink
    15 novembre 2011 05:05

    Secondo me è un problema di certezza del diritto: non basta l’interesse pubblico collettivo, altrimenti se il fine giustifica i mezzi, ogni situazione si può rinegoziare e le persone, o le imprese più deboli, che hanno un orizzonte di possibilità alternative più ristretto rimangono inevitabilmente schiacciate. Una società libera (o liberale ?) dovrebbe offrire a chiunque pari opportunità di sviluppare attività imprenditoriali di successo.
    Mi pare che nel caso degli agricoltori cambogiani associati (una vera cooperativa, non come quelle che ormai esistono da noi, snaturate rispetto all’asstto normativo originario) sia una realtà imprenditoriale degna di rispetto, che ha bisogno di certezze per operare sul mercato, come chiunque ovunque.

    Inoltre non è detto che la presenza di grandi realtà imprenditoriali favorisca sempre l’interesse collettivo (->oligopoli e monopoli); alla lunga esse possono controllare il mercato del lavoro e della vendita di specifici beni facendo il prezzo che preferiscono e massimizzando gli utili, cosa lecita fin quando non lede l’interesse collettivo.
    Favorire una tale tipo di sviluppo può essere solo una scelta adesso in situazioni in cui, in molte nazioni la proprietà dei mezzi di produzione è più diffusa tra le popolazioni e quindi si può parlare di economia liberale, di mercato, di proprietà in relazione a soggetti molto diversi per numero. In realtà economiche in cui prevalgono, o sono favorite imprese molto grosse la contrapposizione diviene rapidamente tra economia liberale e gestione collettiva dei beni e ciò mi sembra perfettamente comprensibile. Quindi per evitare ovunque una contrapposizione tra modello capitalista e collettivista è bene ostacolare la formazione di oligopoli e monopoli; ciò è perfettamente funzionale ad un’economia di mercato, in cui l’attività di controllo antitrust è essenziale.

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