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Le nozze coi fichi secchi

5 dicembre 2011

David Tribe, sul suo blog, segnala tre paper che mettono in relazione le politiche agricole “eco-friendly” ispirate al principio di precauzione con il rallentamento della crescita delle rese medie in Europa. Molto chiaro già l’abstract del lavoro di Robert Finger:

Mostriamo una relazione tra l’introduzione di misure di politica agricola “environment friendly” che ha favorito l’adozione diffusa di pratiche di agricoltura estensive e il livellamento verso il basso della produzione agricola. Quindi questo paper sottolinea come la politica agricola può essere un motivo importante per il rallentamento della crescita dei raccolti.

Nulla di nuovo per chi segue queste pagine. E le conseguenze potrebbero essere piuttosto serie per la sicurezza alimentare globale, come si sottolinea in un altro paper:

I raccolti stanno crescendo più lentamente di quanto non avvenisse alcuni decenni fa. Ciò è particolarmente evidente in Europa, e ha gravi implicazioni per la sua responsabilità nella produzione alimentare globale. In Danimarca, Francia, Finlandia e Svizzera, il ‘divario di rendimento’ è aumentato: il tasso di crescita della resa agricola è diminuita, anche anche se il potenziale di rendimento è cresciuto negli ultimi decenni a causa del progresso tecnologico

Non si fanno le nozze coi fichi secchi. Ditelo a Dacian Ciolos.

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8 commenti leave one →
  1. Alberto Guidorzi permalink
    5 dicembre 2011 18:07

    Il fenomeno della stagnazione della produttività unitaria in Europa è duplice.

    1° Il ricambio varietale tende a livellare e arrestare il trend del potenziale di rendimento negli ultimi anni. La ricerca diviene insostenibile, è parere comune di tutti i selezionatori che ciò che richiede la politica agricola “environment friendly” nel tempo nopn sarà raggiunto con i metodi di genetica classica.

    2° Vi è poi un fenomeno, che è molto più vistoso in Italia, dove l’agricoltore, in relazione ai prezzi stabilitisi con l’avvento dell’euro e alla degressività dei sostegni, è divenuto molto più “tirchio” in anticipazioni colturali.

    Soia, mais e frumento hanno medie produttive in continua decrescita,non si concima il nevessario e non si protegge il necessario. Per giunta noi scontiamo ancora varietà che hanno germoplasma ricavato da quelle della “rivoiluzione verde”, cioè mancano di rusticità e di adattamento a condizioni edafiche in diminuzione e ciò le penalizza molto più.

    Gli agricoltori lo stanno constatando, pochi addetti lo divulgano e quei pochi sono inascoltati dai reggitori della politica. Per giunta l’opinione pubblica sottovaluta la cosa e da ascolto a imbonitori di piazza che fanno balenare le specialità e vedere solo preparazioni di cibi fuori dall’ordinario.

    P.S.

    Ieri mi sono soffermato fuori da un mercato contadino della Coldiretti e ho visto prezzi di verdure, frutta e formaggi da far rabbrividire chi deve centellinare gli acqusiti anche del cibo. Alla mia domanda se si erano confrontati con i prezzi delle stese specie alimentari che offrivano con quelli di un supermercato mi risposero che loro offrivano la qualità. Al che ho chiesto di farmi vedere le analisi dei residui, ma mi hanno risposto che bastava la loro professionalità. Io ho risposto che in un supermercato trovavo la professionalità di tanti loro colleghi e per giunta i mariuoli avevano vita difficile. Se questo è il futuro dell’agricoltura…..intravisto dalla Coldiretti poveri noi.

  2. 5 dicembre 2011 18:14

    Eppure per capire queste cose non servirebbero neanche tanti studi, basterbbero un po’ di logica e un po’ di buon senso.

    Saluti,

    Mauro.

  3. Pino Doriguzzi permalink
    6 dicembre 2011 10:40

    Caspita, ma avete proprio la fissa, si parla di mercati mondiali e poi parlate di un mercato rionale di vendita diretta. Ma che ci azzecca!!! A me capita anche che il supermercato acquista 1 sola cassa di un prodotto di qualità da un produttore diretto nei pressi, la ripone poi nei primi strati di un prodotto di seconda qualità e la usa quindi come civetta per vendere tutte le cassette. Per questa gente il libero mercato è solo libertà di truffare.

    Come d’altro canto, visto che si parla di logica, gli agricoltori non hanno interese a produrre semplicemente perchè non possono farlo sottocosto. Se il mercato vive solo nel breve periodo per la speculazione massima possibile, anche se in presenza di forte domanda, è evidente che il produttore non produce. Perchè mai dovrei sacrificare il mio capitale? ho più convenienza a fare a mia volta lo speculatore, ma è evidente che nel lungo periodo, e in presenza di domanda crescente, tale strategia porta ad un eccesso di speculatori e alla mancanza di prodotto.
    Eppoi se la Finlandia e la Svizzera non producessero più cereali, qualcuno se ne accorgerà?

  4. Alberto Guidorzi permalink
    6 dicembre 2011 12:44

    Pino

    Se hai letto tutto il mio intervento avresti osservato che il P.S. era una specificazione di una parte dell’ultimo paragrafo ed essendo un po’ fuori contesto l’ho appunto messo come Postscriptum.

    Pino il tuo ragionamento del sottocosto avrebbe fondamento solo se in Italia fossimo in presenza di produttività unitarie paragonabili ad altri paesi. Ti faccio pure lo sconto delle delle difficoltà pedoclimatiche, ma le produttività dei nostri agricoltori (fatto lo sconto presedente) sono ben al di sotto delle potenzialità obiettive.

    Tu affermi:
    “Eppoi se la Finlandia e la Svizzera non producessero più cereali, qualcuno se ne accorgerà?” (io ci aggiungo anche l’Italia)

    Non se ne accorge nessuno, salvo i consumatori più poveri di quei paesi, che in caso di contingenze sociopolitiche globali (la storia c’insegna)non trova pane.

    Una risposta come la tua la dette la regina di Francia al tempo della Rivoluzione; gli si fece notare che il popolo non aveva il pane e lei di rimando rispose di dargli le brioches……ma gli hanno poi tagliato la testa.

    A parità di costi è solo l’aumento delle produttività unitarie che ti permette di continuare a coltivare e ricavarne la giusta remunerazione.

    Tu dici
    Eppoi se la Finlandia e la Svizzera non producessero più cereali, qualcuno se ne accorgerà?

  5. Alberto Guidorzi permalink
    6 dicembre 2011 12:45

    Scusate l’ultima parte è un doppione che mi è sfuggito

  6. Pino Doriguzzi permalink
    6 dicembre 2011 13:47

    Caro Alberto,
    a parte che hai travisato il senso delle mia battuta sulle produzioni Svizzere e Finalndesi, che ovviamente hanno dirette conseguenze sui mercati locali (toh la vendita di prodotti di qualità in un mercato locale) ma nessuna sulla fame mondiale e non direi di meritarmi per questo il taglio della testa per quanto vuota, per te, essa sia.
    Pensare di fare agricoltura solo con l’aumento delle produttività unitarie , a mio modesto parere, è una visione dell’epoca Dickensiana,
    Se anche fossimo sotto il livello potenziale (ma non lo siamo , da fonte Fao, esempio sul mais, abbiamo produzioni unitarie simili a USA e CAnada e doppie rispetto alla CINA), siamo in un libero mercato e non in un paese comunista, quindi sarà un problema di chi sta producendo male, nel qual caso ci saranno molti spazi per i consulenti o nel lungo peirodo ci sarà spazio per chi produce con costi più bassi. Ma non voglio essere didattico.
    Dobbiamo farci carico della fame mondiale o dobbiamo pensare ai nostri ultili?. In ogni caso la volatilità dei prezzi e una PAC che favorisce i non-agricoltori non stimola certo gli investimenti in un settore che fino all’altro ieri aveva invece il problema della sovraproduzione.

  7. 6 dicembre 2011 17:23

    Pino, il fatto che nel mais abbiamo produzioni unitarie simili a USA e Canada è proprio un segno del declino: negli Stati Uniti (fonte usda) hanno raggiunto valori medi produttivi che si aggirano attorno ai 100 quintali per ettaro solo ora, mentre in Italia (fonte istat) erano stati raggiunti alla fine degli anni 80.

  8. Alberto Guidorzi permalink
    6 dicembre 2011 19:58

    Pino

    Era una battuta non sono un novello Robespierre.

    Alla tuo ultimo periodo del secondo intervento aggiungerei anche un tipicità italiana che quella dei valori fondiari fuori da qualsiasi contesto con prezzi e produzioni e nemmeno pragonabili con quelli di altre nazioni che hanno produzioni di ben lunga superiori.

    Giordano

    Ma da 10 anni sono cadute sensibilmente queste produzioni, per tirchieria concimante (meglio per non saper distribuire i concimi al bisogno), per la preferenza data a cicli più precoci e per un germoplasma vecchio in conseguenza di indirizzi selettivi mutati ed ai quali ci siamo rifiutati di adeguarci.

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