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Salari e produttività: rompiamo anche questo tabù

21 dicembre 2011

Libertiamo – 21/12/2011

Che i salari e la produttività siano due cose strettamente legate tra loro non è un mistero per chiunque mastichi concetti elementari di economia. Più difficile è ammetterlo pubblicamente, in un paese in cui ci hanno insegnato fin da piccoli che il salario è una “variabile indipendente”, la cui misura può derivare (al massimo) dal costo della vita.

Ed è comprensibile che la politica cerchi da sempre di aggirare il problema. Ammettere che il costo di un’ora di lavoro sia una funzione della produttività della stessa ora di lavoro costringe a riflettere su quanti siano i fattori che spingono drammaticamente in basso la produttività in Italia, e conseguentemente i salari, e su quanti di questi fattori la politica avrebbe il potere ma non la voglia di intervenire: efficienza della pubblica amministrazione, burocrazia, tempi della giustizia, quantità (ma soprattutto qualità) di investimenti in ricerca e innovazione, infrastrutture, rigidità del mercato del lavoro, pressione fiscale e chi più ne ha più ne metta.

Ora, un paese che ha la pressione fiscale più alta della galassia, in cui i tempi medi per il recupero di un credito commerciale collocano la nostra giustizia alla posizione numero 156 su 181 paesi, dietro Guinea e Gabon, in cui aprire un’attività imprenditoriale significa incamminarsi in un sentiero incerto ed irto di ostacoli del quale non si vede mai la fine, le cui infrastrutture, da quelle fisiche a quelle telematiche, sono obsolete ed inadeguate e i cui scarsi finanziamenti alla ricerca si disperdono in mille rivoli di clientele, per non parlare della corruzione e del controllo che la criminalità organizzata esercita su ampie porzioni di territorio, non può che avere un basso livello di produttività. E conseguentemente non può che avere bassi salari.

La ragione è semplice: se chi investe in un paese come il nostro deve sopportare dei costi (inutili) maggiori, non può che comprimere in basso il costo del lavoro per fare in modo che la produttività risulti paragonabile a quella di un’impresa simile in Germania (tanto per fare un esempio a caso). E non è un caso che paesi come la Germania e come l’Inghilterra, che tutti questi problemi non li hanno, paghino mediamente il lavoro fino al 20% in più. E che nonostante un costo del lavoro così elevato, continuino ad essere luoghi appetibili per investimenti industriali. La Volkswagen, tanto per capirsi, neanche ci pensa ad aprire stabilimenti in Italia, anche se potrebbe approfittare di un costo del lavoro significativamente più basso.

In questa situazione, insistere per conservare un mercato del lavoro rigido come il nostro non può, come conseguenza, che deprimere ulteriormente le retribuzioni. I nostri lavoratori pagano la minore incertezza del loro lavoro a tempo indeterminato, una volta acquisito, attraverso una minore retribuzione: minore è il rischio, minore è il guadagno. E se una parte dei lavoratori riesce ad ottenere, mediante la contrattazione collettiva, posti sicuri, salari relativamente elevati e crescenti con l’anzianità, il costo di tutto ciò non può che venire scaricato sugli altri, che nella fattispecie italiana sono i giovani e i precari. Alla fine il rapporto tra salari medi e produttività tende comunque a riequilibrarsi, anche se c’è chi ci guadagna e chi ci rimette.

Per questo le parole di Elsa Fornero, che ha annunciato di voler correggere l’anomalia italiana dei salari che crescono solo per anzianità, non possono che essere benvenute:

La previdenza è stata troppo spesso un ammortizzatore sociale, per cui tutte le riorganizzazioni d’impresa sfociano in prepensionamenti. Accade perché se guardiamo alla curva delle retribuzioni, lo stipendio sale con l’anzianità mentre in altri Paesi cresce con la produttività e quindi fino all’età della maturità professionale ma poi scende nella fase finale, perché il lavoratore anziano è di regola meno produttivo. Da noi non è così e questo fa sì che le aziende risolvano il problema mandando i dipendenti più anziani e costosi in prepensionamento. Anche i lavoratori hanno la loro convenienza con la pensione anticipata. E lo Stato copre questo patto implicito tra aziende e lavoratori anziani a scapito dei giovani. Se vogliamo fare la riforma del ciclo di vita, è proprio per rompere questo patto: non ce lo possiamo più permettere.

Nulla di così straordinario, in verità. E’ semplice buonsenso: un lavoratore più anziano, soprattutto oggi che dovrà rimanere al lavoro più tempo, rischierebbe di essere “precarizzato” se non espulso dal lavoro proprio perché guadagna più di quel che rende. Se gli venissero affidate mansioni in cui l’esperienza può essere il fattore decisivo, come l’affiancamento e la formazione, con contratti part time e retribuzioni decrescenti, probabilmente ci guadagnerebbero tutti: l’impresa che non sarebbe obbligata a sostenere un costo eccessivo, i lavoratori più giovani, sui quali non graverebbe l’onere di riequilibrare i costi mediante paghe troppo basse, ed anche gli anziani, che non rischierebbero di venire spinti fuori dal lavoro anzitempo e che si avvierebbero alla pensione svolgendo mansioni in cui potrebbero esprimere il meglio di sé, approfittando di maggiore tempo libero.

Ma in un paese in cui chi tocca i fili del mercato del lavoro spesso muore, e non solo in senso figurato, infrangere certi tabù corporativi sembra essere impresa ardua, se non disperata. Che si cominci però a comprendere (e a far comprendere) che produttività e salari non sono variabili indipendenti l’una dall’altra, con tutte le catene di responsabilità che risulterebbero evidenti una volta acquisito un concetto tanto elementare quanto scandaloso, potrebbe essere già una rivoluzione in sé.

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