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Con i piedi nella neve, aspettando il cambiamento climatico

7 febbraio 2012

Libertiamo – 07/02/2012

Facciamo finta che avete ragione voi. Facciamo finta che effettivamente l’ondata di freddo che ha colpito l’Italia non sia il frutto di un fenomeno meteorologico non frequente ma ben conosciuto, il cosiddetto Ponte di Voejkoff, che quest’anno ha portato la neve fin sulle coste del Nord Africa, ma dei cambiamenti climatici.

Facciamo finta che le temperature che stiamo sopportando derivino, non si sa come, dalla tropicalizzazione del clima e non dal fatto che è febbraio, e a febbraio fa freddo. Facciamo finta che sia vero (e infatti è vero) che il clima è una cosa e la meteorologia è un’altra, e che quindi un episodio non fa statistica in un trend di lungo periodo. Facciamo finta che abbia ragione anche Alemanno, e tutti i suoi colleghi che in questi giorni stanno dando una tanto desolante dimostrazione di come si gestisce la cosa pubblica (o i beni comuni, come piace loro dire), a dare la colpa al clima, al tempo che cambia e quindi che ne sappiamo noi che tempo fa, ai pesci del Mar Rosso nella laguna veneta, ai pini di Roma che la vita non li spezza ma la neve sì, perché non sono abituati come gli abeti del Nord, i quali invece dovranno presto far posto a filari di banani.

Ecco, facciamo finta che abbiano ragione loro. E proviamo a ripercorrere con la mente gli ultimi giorni della scorsa settimana: i treni bloccati per ore ed ore nella pianura tra Forlì e Cesena e quelli che si sono addormentati esanimi nella campagna romana, a pochi passi dalla Cassia bis, o sulle colline di Zagarolo, o al confine tra Lazio e Abruzzo, senza che nessuno sapesse come sbrogliare la situazione. Le auto incolonnate sul Grande Raccordo Anulare, finché gli occupanti stremati non hanno raccolto le ultime forze per abbandonarle e raggiungere le loro case a piedi, nella neve.

Gente che muore nell’abitacolo del camion bloccato in una superstrada (sì, una superstrada, non una strada di montagna). Città intere, come Roma, che non è abituata alla neve ma al caos sì, o Bologna, che invece (e forse è peggio) è abituata alla neve ma non al caos, lasciate per ore, giorni, in balia di loro stesse. Ripensiamo alle alluvioni di novembre, ai fiumi d’acqua, inattesi nella stessa misura in cui era inattesa la prima neve di febbraio, che hanno devastato lo Spezzino, Genova, il Messinese.

E ora immaginiamo che alla sfida degli estremi climatici, quelli dei quali le perturbazioni di queste ore, di questi mesi e di questi anni altro non sarebbero, secondo i più, che le prime deboli avvisaglie, ci arriviamo in questo stato. Con questo livello di preparazione, di organizzazione e di consapevolezza.

Perché il bello è proprio che sono loro, i consapevoli, quelli che hanno capito tutto prima degli altri, quelli che non perdono occasione di spiegarci che i cambiamenti climatici sono una cosa seria, e che proprio perché sono una cosa seria spendono un mare di danaro pubblico per finanziare le energie rinnovabili, nel disperato tentativo di ruotare la manopola del termostato del pianeta, che sfilano solenni alle conferenze sul clima e misurano ogni attività umana in tonnellate di CO2 equivalenti, sono proprio loro che non sono in grado di gestire neanche l’ordinaria amministrazione di un inverno freddo, di alcuni centimetri (o millimetri, a seconda dell’interpretazione più in auge) di neve, di sbloccare uno scambio ferroviario, di alimentare un ospedale o un’intera regione come la Toscana, in una parola di decidere per tempo quali misure vanno prese di fronte al terribile preavviso: “potrebbe nevicare”. E di assumersi la responsabilità di scelte adeguate alla banalità della situazione.

Abbiamo già parlato, in occasione dell’alluvione di Genova, di come lo spauracchio dei cambiamenti climatici rappresenti ormai, al pari di altre parole magiche come “dissesto idrogeologico”, una nuova meravigliosa occasione per derogare alle proprie responsabilità, prima fra tutte quella di amministrare l’esistente (e la neve a volte esiste, in questa stagione, anche a basse quote) prima di evocare ed esorcizzare scenari apocalittici per il futuro.

La scuola di mio figlio è chiusa da mercoledì scorso. Ad Acquapendente, in provincia di Viterbo, le strade sono sempre state sufficientemente libere da consentire la circolazione senza particolari problemi. Siamo stati fortunati, tutto sommato, a giudicare da ciò che abbiamo visto succedere tutt’intorno a noi. Eppure le scuole sono chiuse. Quando ci si interroga sulle ragioni di questa decisione, che finora rappresenta l’unico reale disagio che la popolazione locale ha dovuto affrontare in questi giorni, chi di dovere risponde che data la situazione “non ci si poteva assumere la responsabilità” di mandare i bambini a scuola.

Meglio, molto meglio, chiudersi in un bunker (e chi si trova per caso fuori si arrangi) in attesa che passi l’inverno, che arrivi il disgelo, e che il bollettino della protezione civile avvisi che anche le responsabilità si sono sciolte come la neve al sole. E nel frattempo pensare ai cambiamenti climatici, ai pannelli solari, alla green economy.

Ha ragione Luciana Littizzetto: “Andasse affanculo l’effetto serra”. Chissà che a smettere di pensarci non ci facciamo trovare un po’ più preparati, al prossimo cambiamento climatico che dovesse arrivare. Magari già a cominciare dall’estate più calda del secolo, prevista come ogni anno tra giugno e settembre.

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2 commenti leave one →
  1. Mario permalink
    7 febbraio 2012 12:58

    …e quindi? Cosa proponi per migliorare la situazione della scuola di Acquapendente? Le centrali nucleari o ad olio pesante? Non capisco. Hai fatto un Pout Pourri di affermazioni campate per aria, senza capo nè coda.

  2. uno permalink
    7 febbraio 2012 18:15

    @ Mario, la scuola di Acquapendente, come le altre, basterebbe lasciarla aperta e funzionante, sia mai che possa servire anche agli analfabeti di ritorno…

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