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OGM, etichette e lo “scenario cinese”

5 aprile 2012

Biofortified pubblica un interessante riflessione di Steve Savage sui problemi legati all’etichettatura dei prodotti alimentari contenenti OGM, che dimostra come la cosa (chi l’avrebbe mai detto?) sia più facile a dirsi che a farsi:

Vi è un ampio spettro di colture alimentari e bevande: ad alto valore aggiunto, a basso valore, merci alla rinfusa… Le uve da vino sono una coltura ad alto valore aggiunto per le quali l’identità è preservata. Il clima e il suolo sono importanti per la qualità del vino, e così la regione d’origine esatta, la varietà e persino i vigneti vengono accuratamente identificati con le uve dopo la raccolta, e grande attenzione viene fatta a non mescolarle con uve di valore minore o diverso. Il mais si trova esattamente all’estremità opposta dello spettro. Per la maggior parte degli usi, il mais è semplicemente mais e in genere non importa da dove viene. E’ gestito in grandi quantità (treni merci, chiatte giganti …) ed è mescolato con mais proveniente da molte fonti. Se viene macinato il prodotto che ne risulta viene mescolato con altri, ad ancor più basso margine e ad alto volume.

Le uve da vino sono utilizzate per produzioni ad alto margine poiché l’uva vale molto ed il vino che ne risulta vale molto di più. Il mais, anche agli attuali prezzi elevati, vale solo 10-12 centesimi per libbra al produttore e solo leggermente di più ad ogni passo successivo della filiera. Tenere traccia dei lotti separati di uva, manipolarli in piccoli contenitori specifici e tracciarne il percorso richiede investimenti, ma ne vale la pena. Tenere traccia dei singoli lotti di mais nel vasto fiume che è il mercato dei cereali costerebbe molti soldi, troppi perché la cosa sia praticabile. Il mais è una materia prima ad alto volume e a basso valore aggiunto, così come lo sono la maggior parte delle altre colture OGM (soia, cotone, colza). Per ragioni puramente economiche, gli OGM sono quasi sempre limitati alle colture che garantiscono volumi elevati, poiché quelli sono gli unici mercati che coinvolgono una quantità di ettari sufficienti per giustificare l’investimento nella generazione e l’approvazione regolamentare di una coltura OGM.

Non solo, un altro serio problema da affrontare, sempre dal punto di vista dei costi, sarebbe quello derivante dalle cosiddette “presenze accidentali”:

Ci sono alcune materie prime a “medio valore aggiunto” la cui identità viene preservata nel normale sistema. Il grano duro Spring Red, ad alta percentuale proteica,  viene isolato dal resto del frumento perché ha un attributo positivo, apprezzato dall’industria molitoria. Se c’è una minima quantità di grano differente mescolato a causa del trasporto negli stessi contenitori o attrezzature per la raccolta (in questo modo si verifica la “presenza accidentale”), non è un problema perché il 95-99% del prodotto continuerà ad avere le proprietà desiderate. In caso di un cereale non-OGM, che viene acquistato per ciò che non è, bisognerà decidere quale sia il livello di “presenza accidentale” tollerabile. Più questa soglia sarà bassa, più difficile sarà per ogni agricoltore americano o canadese vendere sul mercato non-OGM. Un mercato basato sulla paura rischia di preferire una “tolleranza zero”, il che renderebbe estremamente difficile trovare questi cereali sul mercato nazionale.

E qui si viene al punto del problema: l’esperienza dell’agricoltura biologica statunitense insegna che quando l’industria ha compreso le possibilità di successo del bio, ha cominciato a rifornirsi di cereali biologici anche sui mercati internazionali, soprattutto dai paesi in via di sviluppo, scatenando sospetti sulla reale affidabilità delle certificazioni straniere, sia da parte delle autorità americane che da parte di produttori e consumatori. Questo sarebbe lo “scenario cinese”, al quale l’obbligo di etichettatura per i prodotti (e i derivati) contenenti OGM porterebbe ancor più rapidamente, dato che per quanto riguarda il biologico esistono categorie di prodotti ad alto valore per i quali il costo della certificazione è ancora sostenibile, mentre la stessa cosa non si può certo dire per cereali, soia, colza e cotone non OGM.

Un gioco protezionistico che avrebbe come esito paradossale proprio l’esclusione dal mercato dei prodotti domestici non OGM, almeno in quei paesi in cui il problema non è stato risolto alla radice sacrificando la libertà di scelta degli agricoltori, o accollando, in virtù di una imbarazzante interpretazione del diritto, i costi di certificazione dell’OGM-free sui produttori OGM. Ma anche in quel caso l’esito è sempre quello di spingere i produttori di casa fuori mercato, come dimostra il caso italiano della soia, sparita dai campi ed importata (ovviamente OGM) dall’estero dall’industria mangimistica nazionale.

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2 commenti leave one →
  1. alberto guidorzi permalink
    5 aprile 2012 20:10

    E’ appunto per questo che quando il disturbatore pubblico che svolazza per questi blog scrive che occorre etichettare i prodotti in funzione OGM io sono contentissimo perchè così vedremmo gli scaffali dei supermercati che dovrebbero contenere gli alimenti OGM free totalmente vuoti .

    Perchè se etichettaura deve essere poi si deve esigere controlli a tappeto.

  2. 5 aprile 2012 20:26

    Qui il disturbatore di cui parli non svolazza più, a meno che tu non riesca a sentirlo dal fondo della casella dello spam dove regolarmente finisce. Ormai se lo sorbisce solo Cattaneo, temo… 😉

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