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Sviluppo vs chiacchiere – 2

11 aprile 2012

Il politologo americano Robert Paalberg, professore al Wellesley College ed associato ad Harvard, oltre che membro dell’Agriculture and Natural Resources at the U.S. National Research Council e consulente per l’Agenzia statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID), è tornato sugli argomenti che lo hanno reso in passato tanto inviso agli ambientalisti militanti, in una conferenza tenuta il 15 marzo scorso alla Johns Hopkins University’s School of Advanced International Studies di Washington.

Secondo Paalberg nei paesi occidentali è in corso una guerra ideologica su cibo e agricoltura, che vede l’agricoltura biologica prevalere dal punto di vista culturale mentre l’agricoltura convenzionale vince sul piano commerciale. E non solo:

Tra il 1990 e il 2004 nei 34 paesi che fanno parte dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE), l’uso di acqua per l’irrigazione è diminuito del 9 per cento, l’azoto in eccesso per “overapplication” di fertilizzanti è diminuito del 17 per cento, l’uso dei pesticidi è sceso del 5 per cento e le emissioni di gas a effetto serra provenienti dall’agricoltura sono calate del 3 per cento.

Frutto della diffusione dell’agricoltura biologica su larga scala? Tutt’altro, casomai è il progresso scientifico e tecnologico applicato all’agricoltura convenzionale, dalle biotecnologie che consentono di risparmiare in trattamenti fitosanitari e di diminuire le lavorazioni del terreno all’agricoltura di precisione (il GPS applicato ai trattori, per esempio, che consente di localizzare fertilizzzanti e pesticidi solo dove strettamente necessario) fino alle tecniche di irrigazione localizzata, a produrre il risultato di incrementare le rese e diminuire, al tempo stesso, l’impatto ambientale delle attività agricole attraverso la riduzione degli inputs produttivi che, gli ambientalisti tendono a dimenticarlo, figurano alla voce “spese” di qualsiasi azienda.

Ed è proprio questo, i maggiori costi di produzione (che si traducono inevitabilmente in un maggiore impatto ambientale a parità di prodotto, basti pensare alla quantità di terra coltivabile che si renderebbe necessaria per ottenere i livelli produttivi convenzionali) ed i conseguenti prezzi finali più elevati per i consumatori, a confinare inesorabilmente l’agricoltura biologica in una dimensione di nicchia. Ma questa, d’altronde, non dovrebbe essere una novità.

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2 commenti leave one →
  1. 12 aprile 2012 12:35

    Post da stampare a fuoco sulla testa degli ambientalisti.

  2. pugaciev permalink
    13 aprile 2012 01:29

    sarebbe bello capire il perché del successo culturale del biologico

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